Con stile terso e acuto, Elizabeth Strout esplora la relatività mnemonica del tempo negli affetti, le solitudini all'interno delle famiglie, i sogni e i crolli degli individui in ambienti chiusi, perbenisti e provinciali. Nata nel '56, cresciuta nel Maine e operativa da molti anni a New York, Strout emerse grazie al suo terzo libro, "Olive Kitteridge", vincitore del Pulitzer nel 2009. La sua scrittura alta e sostanziale è stata paragonata a quella di Alice Munro per la finezza asciutta e la capacità d'introspezione. Nel realismo con cui segue i suoi antieroi, radicati in zone marginali degli Stati Uniti, infonde un umanitarismo così catartico da averla fatta accostare a John Steinbeck, evocato dalle recensioni entusiastiche che hanno accolto il suo ultimo, bellissimo romanzo, Anything is possible, che esce in Italia per Einaudi il 5 settembre come Tutto è possibile (traduzione di Susanna Basso). Il libro ha un retrogusto steinbeckiano anche nella scansione dei suoi vari medaglioni, uniti dal luogo e dai caratteri ritornanti: struttura basata sul rinvio ideale all'opera precedente della Strout, Mi chiamo Lucy Barton, dove una scrittrice si confrontava col suo miserevole passato in un paesino dell'Illinois, Amgash, tramite un incontro con la madre giunta a visitarla a New York. In Tutto è possibile l'azione si sposta proprio in quel minuscolo centro: Lucy vi torna dopo aver firmato un libro che registra i suoi trascorsi nella comunità di Amgash, e incarna così il trait d'union tra le figure dei differenti episodi.
Signora Strout: anche in "Olive Kitteridge" una presenza, Olive, fungeva da filo rosso di varie trame distinte.
"Vero! Ci sono nessi concreti fra i due libri", risponde la più affascinante, riservata e schiva tra le scrittrici americane odierne. "Olive era sempre presente e legava i racconti trasformandoli in un romanzo. Lucy a volte è assente, ma pure lei ha un ruolo unificante. In entrambi i casi non c'è stata premeditazione nella mia scrittura. Semplicemente la prospettiva di una personaggio chiave che avesse rapporti più o meno diretti con gli altri è divenuta per me, quasi subito, il modo migliore per esprimermi. Mi piace osservare un gruppo di personalità e intuire come si collegano fra loro. Credo che sia un'idea narrativamente funzionale".
Elizabeth Strout s'identifica con Lucy Barton? Fate le scrittici, venite dalla provincia, siete divenute newyorkesi...
"Però abbiamo background diversi: non sono cresciuta in miseria e il suo devastato padre non somiglia al mio, che era gentile e generoso. Ma c'è qualcosa di Lucy che comprendo. La sua visione del mondo è affine alla mia, e lei capisce come me quanto tutti cerchino di sentirsi superiori agli altri. Si è trasferita da un paese a una metropoli e come scrittrice vuole che la gente si senta meno sola: condivido questi due elementi. Lucy è diretta e onesta, come spero di esserlo io. Le sue circostanze non mi appartengono ma la sua voce potrebbe essere una delle mie voci".
Sullo sfondo delle minute storie private di "Tutto è possibile" premono gigantesche ferite collettive. Innanzitutto la follia sanguinosa delle guerre che deturpano interiormente gli esseri umani.
"Questi piccoli racconti, effettivamente, sono condizionati da grandi eventi distruttivi. Il padre di Lucy non avrebbe dovuto uccidere delle persone ma lo ha fatto, con esiti atroci. Gli è capitato di essere nei posti peggiori della seconda mondiale ed è tornato a casa in un momento storico in cui gli uomini non parlavano delle esperienze vissute al fronte. Tali mutismi sono un aspetto spiccatamente americano. O lo sono stati fino alla guerra in Vietnam, quando al fenomeno fu dato il nome di disordine post-traumatico da stress. In molti possono attraversare la guerra per poi tornare a casa e andare avanti. Altri no, e sono loro che cerco di descrivere per comprendere come possano convivere con l'orrore silenzioso che li separa dal resto del mondo".
Una brutale visione della sessualità pervade "Tutto è possibile": mai un sesso gratificante e risolto. Se in una coppia c'è tenerezza non c'è sesso, come nel caso di Patty e il marito. Al centro di un racconto c'è un violento erotomane. Ed è tremendo, per alcuni adulti di Amgash, il segno degli abusi subiti nell'infanzia.
"Nel libro in molti hanno problemi sessuali. Ma non pensa che in generale siano diffusi i problemi riguardo al sesso? Oggi non accade più di ieri: è avvenuto in qualsiasi periodo storico. Possiamo supporre che alcuni personaggi di Tutto è possibile conducano vite sessuali soddisfacenti o a un certo punto riescano ad averne una. Ma non serve che io mi occupi di loro. Ciò che m'interessa sono le difficoltà che affrontano e il modo in cui le superano o no. Comunque il puritanesimo americano non aiuta!".
Altro argomento reiterato è quello del cibo "mostrificante": vedi i personaggi di Patty e di Vicky, donne enormi e tragiche.
"Bisogna ammettere che l'obesità è in continua crescita negli Usa. Temo che il caso di Vicky sia emblematico: non è benestante né felice, combinazione che negli States pare svolgere un ruolo cruciale nel dramma della grassezza. Me ne accorgo soprattutto quando lascio New York e mi addentro nelle aree rurali del mio Paese".
La forma della sua scrittura è tutt'altro che grassa: è limpida, netta, lieve. Come pensa che vadano usate le risorse della lingua?
"Ho imparato a utilizzare solo il linguaggio necessario al racconto. Una frase pulita e chiara raggiunge meglio il lettore. Ai giovani scrittori suggerisco di cercare di trovare sempre la loro voce. Ogni storia esige una forma propria, ma la voce rimarrà quella caratteristica dello scrittore. Vorrei aggiungere: esercitatevi con le frasi come un musicista con le scale e imparerete qual è il suono che più vi piace. I lettori riconoscono istintivamente gli autori che usano frasi vere, e la verità proviene dalla qualità delle loro voci".
Pensa sul serio che "tutto sia possibile"? A qualsiasi età e in ogni condizione? E malgrado il dolore che si percepisce nel suo libro?
"Il titolo si riferisce ai momenti di grazia cui accedono alcuni tra i personaggi, benché non ci sperassero affatto. Un amore investe una donna oltre i settant'anni, Mississippi Mary, su un lungomare italiano. Charlie si sente consolato da una pena indicibile grazie a una fortuita ma autentica condivisione nello spazio anonimo di un bed and breakfast. Sono sprazzi imprevedibili, in grado di toccarci con spontaneità. Non dico che ogni cosa sia letteralmente possibile: non mi faranno mai regina d'Inghilterra e la terra non sarà mai piatta. Ma gli attimi preziosi in cui ci sentiamo connessi a un altro essere umano esistono. E danno un respiro e un senso".
Signora Strout: anche in "Olive Kitteridge" una presenza, Olive, fungeva da filo rosso di varie trame distinte.
"Vero! Ci sono nessi concreti fra i due libri", risponde la più affascinante, riservata e schiva tra le scrittrici americane odierne. "Olive era sempre presente e legava i racconti trasformandoli in un romanzo. Lucy a volte è assente, ma pure lei ha un ruolo unificante. In entrambi i casi non c'è stata premeditazione nella mia scrittura. Semplicemente la prospettiva di una personaggio chiave che avesse rapporti più o meno diretti con gli altri è divenuta per me, quasi subito, il modo migliore per esprimermi. Mi piace osservare un gruppo di personalità e intuire come si collegano fra loro. Credo che sia un'idea narrativamente funzionale".
Elizabeth Strout s'identifica con Lucy Barton? Fate le scrittici, venite dalla provincia, siete divenute newyorkesi...
"Però abbiamo background diversi: non sono cresciuta in miseria e il suo devastato padre non somiglia al mio, che era gentile e generoso. Ma c'è qualcosa di Lucy che comprendo. La sua visione del mondo è affine alla mia, e lei capisce come me quanto tutti cerchino di sentirsi superiori agli altri. Si è trasferita da un paese a una metropoli e come scrittrice vuole che la gente si senta meno sola: condivido questi due elementi. Lucy è diretta e onesta, come spero di esserlo io. Le sue circostanze non mi appartengono ma la sua voce potrebbe essere una delle mie voci".
Sullo sfondo delle minute storie private di "Tutto è possibile" premono gigantesche ferite collettive. Innanzitutto la follia sanguinosa delle guerre che deturpano interiormente gli esseri umani.
"Questi piccoli racconti, effettivamente, sono condizionati da grandi eventi distruttivi. Il padre di Lucy non avrebbe dovuto uccidere delle persone ma lo ha fatto, con esiti atroci. Gli è capitato di essere nei posti peggiori della seconda mondiale ed è tornato a casa in un momento storico in cui gli uomini non parlavano delle esperienze vissute al fronte. Tali mutismi sono un aspetto spiccatamente americano. O lo sono stati fino alla guerra in Vietnam, quando al fenomeno fu dato il nome di disordine post-traumatico da stress. In molti possono attraversare la guerra per poi tornare a casa e andare avanti. Altri no, e sono loro che cerco di descrivere per comprendere come possano convivere con l'orrore silenzioso che li separa dal resto del mondo".
Una brutale visione della sessualità pervade "Tutto è possibile": mai un sesso gratificante e risolto. Se in una coppia c'è tenerezza non c'è sesso, come nel caso di Patty e il marito. Al centro di un racconto c'è un violento erotomane. Ed è tremendo, per alcuni adulti di Amgash, il segno degli abusi subiti nell'infanzia.
"Nel libro in molti hanno problemi sessuali. Ma non pensa che in generale siano diffusi i problemi riguardo al sesso? Oggi non accade più di ieri: è avvenuto in qualsiasi periodo storico. Possiamo supporre che alcuni personaggi di Tutto è possibile conducano vite sessuali soddisfacenti o a un certo punto riescano ad averne una. Ma non serve che io mi occupi di loro. Ciò che m'interessa sono le difficoltà che affrontano e il modo in cui le superano o no. Comunque il puritanesimo americano non aiuta!".
Altro argomento reiterato è quello del cibo "mostrificante": vedi i personaggi di Patty e di Vicky, donne enormi e tragiche.
"Bisogna ammettere che l'obesità è in continua crescita negli Usa. Temo che il caso di Vicky sia emblematico: non è benestante né felice, combinazione che negli States pare svolgere un ruolo cruciale nel dramma della grassezza. Me ne accorgo soprattutto quando lascio New York e mi addentro nelle aree rurali del mio Paese".
La forma della sua scrittura è tutt'altro che grassa: è limpida, netta, lieve. Come pensa che vadano usate le risorse della lingua?
"Ho imparato a utilizzare solo il linguaggio necessario al racconto. Una frase pulita e chiara raggiunge meglio il lettore. Ai giovani scrittori suggerisco di cercare di trovare sempre la loro voce. Ogni storia esige una forma propria, ma la voce rimarrà quella caratteristica dello scrittore. Vorrei aggiungere: esercitatevi con le frasi come un musicista con le scale e imparerete qual è il suono che più vi piace. I lettori riconoscono istintivamente gli autori che usano frasi vere, e la verità proviene dalla qualità delle loro voci".
Pensa sul serio che "tutto sia possibile"? A qualsiasi età e in ogni condizione? E malgrado il dolore che si percepisce nel suo libro?
"Il titolo si riferisce ai momenti di grazia cui accedono alcuni tra i personaggi, benché non ci sperassero affatto. Un amore investe una donna oltre i settant'anni, Mississippi Mary, su un lungomare italiano. Charlie si sente consolato da una pena indicibile grazie a una fortuita ma autentica condivisione nello spazio anonimo di un bed and breakfast. Sono sprazzi imprevedibili, in grado di toccarci con spontaneità. Non dico che ogni cosa sia letteralmente possibile: non mi faranno mai regina d'Inghilterra e la terra non sarà mai piatta. Ma gli attimi preziosi in cui ci sentiamo connessi a un altro essere umano esistono. E danno un respiro e un senso".