C'È una tradizione del secolo scorso, rappresentata innanzitutto dalla "Sinfonia n. 2" di Shostakovich e dai suoi "quattro colpi di sirena": i suoni della fabbrica del Novecento, scura, faticosa, severa, acciaio e rumore, fumi e durezza.
E c'è un'interessante coincidenza temporale, che mi piace mettere in rilievo: quella sinfonia venne commissionata a Shostakovich per celebrare il decennale della Rivoluzione d'Ottobre e fu eseguita per la prima volta a Leningrado nel 1927, giusto novant'anni fa, con il coro introdotto da una sirena, il suono della fabbrica per eccellenza, nel cuore del "secolo delle grandi fabbriche". La Sinfonia N. 2 di Shostakovich è da sempre un'opera controversa, ma senza dubbio è la prima dedicata alla fabbrica.
E c'è un'interessante coincidenza temporale, che mi piace mettere in rilievo: quella sinfonia venne commissionata a Shostakovich per celebrare il decennale della Rivoluzione d'Ottobre e fu eseguita per la prima volta a Leningrado nel 1927, giusto novant'anni fa, con il coro introdotto da una sirena, il suono della fabbrica per eccellenza, nel cuore del "secolo delle grandi fabbriche". La Sinfonia N. 2 di Shostakovich è da sempre un'opera controversa, ma senza dubbio è la prima dedicata alla fabbrica.
C'è un'altra interpretazione della relazione tra musica e fabbrica: fare dei suoi rumori la base per un'elaborazione musicale. John Cage a Milano, nel 1954, durante un concerto al Centro Culturale Pirelli, sorprese e colpì profondamente il pubblico con un concerto costruito sul contrastato dialogo tra due pianoforti e i suoni metallici prodotti da bulloni, chiodi, forchette. Rumori di fabbrica sullo sfondo dell'ispirazione. Ancora una volta, la fabbrica tradizionale del Novecento.
Oggi, cambiati ritmi, forme, strutture della fabbrica, grazie alle nuove tecnologie digitali e alle diverse e più sofisticate relazioni tra uomini e macchine, è necessario cambiarne anche l'interpretazione. E la rappresentazione. Proprio la sfida che abbiamo deciso di raccogliere per costruire dei ritmi e dei suoni, in un "ricercare" che sappia parlare alla sensibilità di chi ama la musica, in Italia e nel mondo.
"La musica, intesa come espressione del mondo, è una lingua universale al massimo grado". Sono da sempre legato a queste parole di Arthur Schopenhauer, e a quello che hanno significato per me. Cercare un contatto tra la musica, il mio mondo per eccellenza, e il mondo cosiddetto "reale". Ogni luogo dovrebbe avere la sua musica e poterla ospitare. Anche i luoghi di lavoro, anche le fabbriche. Costruite su valori e tecnologie alte. Sensibili rappresentazioni di una "nuova civiltà delle macchine" in cui proprio la musica ha un ruolo fondamentale.
L'idea di comporre un "Canto della fabbrica", una sorta di continuazione nello studio dei suoni della fabbrica è nata da una serie di conversazioni. E s'è rafforzata con una visita ad uno stabilimento Pirelli di Settimo: apparecchiature digitali, robot, sistemi di produzione sofisticati, con una struttura centrale, progettata da Renzo Piano, trasparente, destinata a ospitare laboratori di ricerca e servizi. Che musica può avere, un luogo così?
Al giorno d'oggi si tende a sottovalutare questo importante aspetto. "Fare con mano" si dice anche del lavoro di fabbrica: manifattura. Ed è affascinante questa convergenza creativa tra musicisti e tecnici, uomini e donne di cultura musicale e ingegneri e operai. Il lavoro e il suono: sintesi di straordinario fascino e profonda emozione.
È stato subito chiaro, fin dalle prime letture del brano che vedeva me al violino e Francesco Fiore al pianoforte, che il significato profondo del brano stava in questa dicotomia fra la parte dell'orchestra e quella del violino.
Mentre in qualche modo la parte orchestrale poteva rappresentare (attraverso la sua severità e il contrappunto rigidamente strutturato) il mondo delle macchine produttive moderne, digitali, che agiscono inesorabilmente nel cuore della fabbrica, la parte affida- ta al violino invece utilizzava un linguaggio a volte capriccioso, virtuosistico, meditativo e imprevedibile, in modo da guidare, come fosse il pensiero umano, l'intero percorso del brano verso una ideale sintesi. C'è d'altronde un'altra anima comune, tra la musica e la fabbrica. L'anima matematica. Per costruire e rappresentare strutture di suoni e ritmi, da un lato. E, dall'altro, per fare vivere strutture produttive sempre più tecnologiche e sofisticate. La sintesi musicale che abbiamo cercato nasce anche da questa consapevolezza. Bach ne è stato essenziale punto di riferimento.
Al "Canto della fabbrica", nel concerto che sarà eseguito, il 7 settembre al Piccolo Teatro di Milano e soprattutto l'8 settembre, proprio là dove questa musica è nata, davanti a un pubblico composto anche dagli operai e dai tecnici della fabbrica e dalle loro famiglie, abbiamo voluto accostare due grandi capolavori: il Concerto in re minore appunto di Bach, sommo maestro del contrappunto e la Serenata di Tchaikovsky, uno dei compositori che ha saputo meglio esplorare l'animo umano, facendo rivivere i canti popolari dei contadini russi in composizioni raffinatissime come la Serenata, anch'essa in do maggiore come il "Canto della fabbrica", riuscendo a esprimere l'apice della gioia come il più profondo dolore.