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La Venere di Botticelli agli Uffizi di Firenze (ansa)

L’anno dei record dei musei: 45 milioni di visitatori e 175 di introiti

Nel 2016 boom di incassi e di visitatori, ma non sempre è merito delle opere. Ecco i primi bilanci della riforma Franceschini
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ROMA. Il più soddisfatto potrebbe dirsi Carmelo Malacrino. Il museo che dirige, l’archeologico di Reggio Calabria, vanta un incremento di visitatori, dal 2013 al 2016, del 1727,8 per cento. Va detto, però, che il museo, al cui interno sono ospitati i Bronzi di Riace, partiva quasi da zero, e che nel 2013 l’edificio riapriva dopo quattro anni di lavori. Ma, se si mettono in fila i numeri nudi e crudi, è Malacrino il recordman fra i venti nuovi direttori di musei e di siti monumentali, più il direttore di Pompei, che ieri si sono alternati sul palco dell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano a Roma dove si è tracciato il primo bilancio della parte di riforma Franceschini che riguarda i musei.

Mentre ancora si attende la sentenza del Consiglio di Stato sui ricorsi contro cinque direttori (fra i quali Malacrino), il bilancio ha i toni squillanti (“entusiasmante”, è stato l’aggettivo usato dal ministro). E in…
ROMA. Il più soddisfatto potrebbe dirsi Carmelo Malacrino. Il museo che dirige, l’archeologico di Reggio Calabria, vanta un incremento di visitatori, dal 2013 al 2016, del 1727,8 per cento. Va detto, però, che il museo, al cui interno sono ospitati i Bronzi di Riace, partiva quasi da zero, e che nel 2013 l’edificio riapriva dopo quattro anni di lavori. Ma, se si mettono in fila i numeri nudi e crudi, è Malacrino il recordman fra i venti nuovi direttori di musei e di siti monumentali, più il direttore di Pompei, che ieri si sono alternati sul palco dell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano a Roma dove si è tracciato il primo bilancio della parte di riforma Franceschini che riguarda i musei.

Mentre ancora si attende la sentenza del Consiglio di Stato sui ricorsi contro cinque direttori (fra i quali Malacrino), il bilancio ha i toni squillanti (“entusiasmante”, è stato l’aggettivo usato dal ministro). E in effetti sia in termini di visitatori che di incassi i risultati sono molto positivi. Nel 2016 sono entrati in un museo statale 45,5 milioni di persone (erano 38 milioni nel 2013), che potrebbero diventare quasi 50 a fine 2017, con 175 milioni d’introiti da biglietti. Se si considerano solo i venti musei resi autonomi dalla riforma, con l’aggiunta di Pompei, si passa da quasi 18 milioni di visitatori nel 2013 a oltre 21 nel 2016 (con un incremento del 19,3 per cento). Ancor più consistente l’aumento degli incassi: da 97 a 125 milioni (più 28,4 per cento).

Un po’ tutti, però, quasi a voler prevenire le contestazioni, citano i dati sottovoce, infilandoli in una parentesi: non è la crescita quantitativa il nostro obiettivo, crescita dettata anche da contingenze cicliche internazionali, bensì un’autonomia gestionale che garantisce dinamismo, velocità di decisione e d’intervento, maggiore apertura al territorio circostante, progetti di ricerca, iniziative didattiche.

I musei appaiono comunque il core business del ministero. Dario Franceschini, concludendo la mattinata, ricorda che dei tre miliardi di investimenti sui beni culturali, uno va ai musei. Analogamente dei mille nuovi assunti con il concorso bandito nel 2016, che finora ha prodotto appena una settantina di assunzioni, trecento sono a loro destinati.

La questione è fra le più delicate e fra quelle che hanno attirato le critiche di chi, dentro e fuori del ministero, contestando la riforma ha lamentato un’eccessiva attenzione a una parte del patrimonio, al suo fior fiore, a scapito di altre, fino a parlare di una good company contrapposta a una bad company. I musei, le regge, i grandi siti archeologici e monumentali, da un lato, ai quali riservare finanziamenti cospicui oltre alla possibilità di trattenere gli incassi, dall’altro la tutela del paesaggio, del patrimonio diffuso, gli archivi, le biblioteche, con risorse scarse, personale del tutto insufficiente e molto avanti nell’età, affiancato da un esercito di precari senza i quali l’intero edificio si schianterebbe. E poi urgono vicende specifiche come l’Appia Antica (che fa parte della seconda tornata di siti resi autonomi), ancora senza una sede e con funzionari ridotti all’osso.

Franceschini ha sempre respinto l’accusa di voler isolare i musei dal resto dei beni culturali e ancora ieri ha replicato a un’altra recriminazione, quella di aver puntato con la riforma, con la nomina di direttori in gran parte non provenienti dai ranghi delle soprintendenze, più sui profili di valorizzazione che su quelli della tutela e della ricerca. «I musei erano privi di entità giuridica, erano uffici delle Soprintendenze, le quali avevano grandi competenze nella tutela, meno nella gestione», ha insistito. «Inoltre le grandi società concessionarie dei servizi aggiuntivi, dai bookshop alle caffetterie, di fatto si attribuivano anche compiti di ricerca, per esempio organizzando mostre: dov’erano allora quelli che ci criticano perché avremmo mortificato la ricerca?».

Tranne Cristiana Collu (Galleria nazionale di arte moderna di Roma) che ha preferito ragionare di indirizzi generali e che pure ha il record di visitatori fra 2016 e 2017, i direttori hanno utilizzato i sei minuti a disposizione per raccontare cos’hanno fatto e cosa pensano di fare per il futuro. I numeri premiano più o meno tutti (fa effetto il meno 0,6 degli Uffizi), ma le tinte sono diverse, e anche la qualità. Il panorama dei nostri musei è frastagliato. Martina Bagnoli (Gallerie Estensi) ha avviato bandi per assegni destinati a giovani ricercatori al fine di studiare fondi antichi della Biblioteca Estense e per incamminarsi verso la digitalizzazione del patrimonio librario. A Capodimonte Sylvain Bellenger ha dovuto far fronte al muro di cinta del parco che cadeva a pezzi, a un impianto di climatizzazione fuori uso e alle condizioni più che precarie del bosco che circonda la reggia («una vera schifezza»). È comunque riuscito a rendere il bosco vivibile, a riallestire le sale e a sperimentare collaborazioni con altre istituzioni napoletane, dal Madre al Conservatorio. James Bradburne (Brera) ha lavorato, spiega, sul «condividere con Milano e i suoi abitanti una ricerca di identità, per rimettere la Pinacoteca nel cuore della città». E va fiero del fatto che l’80 per cento dei visitatori siano milanesi, il 40 abbiano meno di 35 anni e un altro 40 sia entrato a Brera per la prima volta. Sul rapporto con la città e con i suoi drammi punta Eva Degl’Innocenti (Archeologico di Taranto). Lamentano invece carenze di personale Paola Marini (Gallerie dell’Accademia di Venezia) e Flaminia Gennari Santori (Palazzo Barberini a Roma).

Massimo Osanna non esibisce il sorpasso di Pompei sugli Uffizi (3 milioni e mezzo di visitatori contro 3 e 300 mila nel 2016), quanto l’aver ribaltato la logica dei commissari e degli interventi in deroga. E, forte dei 105 milioni europei, che rendono Pompei diversa dagli altri musei, può raccontare di domus restaurate, di aree rese visitabili e in sicurezza.

Mauro Felicori vanta il raddoppio dei visitatori e degli incassi per la Reggia di Caserta. Poi, nonostante i 67 milioni ricevuti dal ministero e l’affitto per la Challenge Cup, una gara internazionale di canottaggio nella Fontana dei Delfini, auspica di organizzare «un grande concerto per comperare un tagliaerba, l’aspirapolvere e una lucidatrice». Guarda allo sport anche Paolo Giulierini, apprezzato direttore del Museo archeologico di Napoli che, oltre alla riapertura di pregevoli sezioni come l’egizia o l’epigrafica, oltre all’accordo con l’Ermitage e al restauro dei giardini, indica fra le mostre che ospiterà una dedicata alla squadra del Napoli. Su una linea di valorizzazione molto estrema si colloca l’austriaco Peter Aufreiter, che a Urbino guida il Museo nazionale delle Marche. Quindici mostre, sia di arte classica sia contemporanea, il ritorno della Venere di Urbino di Tiziano «assente da quattro secoli» e poi, nell’ordine: feste in costume, cene di gala, feste di compleanno («la prima è stata di mia figlia»), feste di laurea e anche matrimoni. Fra i quali quello di Alessandro Carloni, regista di Kung fu Panda 3.