LA COSTITUZIONE sta per festeggiare settant'anni. La stessa età di musicisti celebri come Elton John, Brian May, Carlos Santana. Fu d'altronde un suono, anzi un doppio suono, ad accompagnarne i natali, quel pomeriggio del 22 dicembre 1947. Là fuori - dove s'assiepava una piccola folla di romani intabarrati fino al collo, per proteggersi dalla tramontana - quando il campanone di Montecitorio suonò a distesa nella piazza. E all'interno del palazzo, rischiarato dai fotografi con le loro macchine al lampo di magnesio. Meuccio Ruini aveva appena consegnato nelle mani di Umberto Terracini il testo. E in quell'istante un gruppo di garibaldini - vecchi reduci dal fronte delle Argonne, con le loro chiome incanutite e le camicie rosse - dalle tribune intonò l'inno di Mameli. Sulle prime Terracini parve esitante, imbarazzato; ma il canto venne immediatamente condiviso dall'intera assemblea. Che da lì a poco concluse la sua opera con …
LA COSTITUZIONE sta per festeggiare settant'anni. La stessa età di musicisti celebri come Elton John, Brian May, Carlos Santana. Fu d'altronde un suono, anzi un doppio suono, ad accompagnarne i natali, quel pomeriggio del 22 dicembre 1947. Là fuori - dove s'assiepava una piccola folla di romani intabarrati fino al collo, per proteggersi dalla tramontana - quando il campanone di Montecitorio suonò a distesa nella piazza. E all'interno del palazzo, rischiarato dai fotografi con le loro macchine al lampo di magnesio. Meuccio Ruini aveva appena consegnato nelle mani di Umberto Terracini il testo. E in quell'istante un gruppo di garibaldini - vecchi reduci dal fronte delle Argonne, con le loro chiome incanutite e le camicie rosse - dalle tribune intonò l'inno di Mameli. Sulle prime Terracini parve esitante, imbarazzato; ma il canto venne immediatamente condiviso dall'intera assemblea. Che da lì a poco concluse la sua opera con l'ultima votazione: 453 a favore, 62 contrari. Così nacque la Costituzione, la carta d'identità degli italiani.
Ma ci riconosciamo ancora in quella foto in bianco e nero? Abbiamo sempre voglia di guardarla? E c'è una musica, una nota che continua a propagarsi da quello spartito d'articoli e di commi? Giacché la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: la lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve una passione. E non basta il cuore dei nostri progenitori, per mantenerla viva. I diritti (e i doveri) costituzionali appassiscono, se non vengono irrorati. Sicché ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, deve farli propri. Altrimenti ne rimarrà soltanto una riga d'inchiostro, senza linfa, senza rapporto con il nostro vissuto quotidiano.
Da qui il programma con cui questo giornale intende celebrare il settantesimo anniversario della Carta. Attraverso un viaggio fra le sue promesse di libertà, d'eguaglianza, di solidarietà sociale. E commisurando quel paradiso dei diritti all'inferno che sperimentiamo tutti i giorni. Senza accenti enfatici, però, né sulle virtù della Costituzione né sui nostri peccati. Dopotutto, la perfezione non è di questo mondo. Nessuna società umana sarà mai davvero giusta, davvero libera ed eguale. È impossibile, perché la vita stessa propone ogni minuto nuove costrizioni, nuove disuguaglianze cui occorre rimediare. Perciò la nostra condizione riecheggia la fatica di Sisifo, ciascuno con un masso sulle spalle, che rotola giù quando l'hai portato in cima. E allora devi cominciare daccapo la salita.
Conta lo sforzo, insomma, non il risultato. Conta la tensione verso i valori indicati dalla Carta costituzionale. E a sua volta quest'ultima è come l'orizzonte che ci sovrasta: nessuno può toccarlo con le dita, però nessuno può fare a meno di guardarlo. A meno che non si proceda con gli occhi bassi sul selciato, sugli egoismi individuali e collettivi, sulle piccole miserie esistenziali. È esattamente questo il tradimento costituzionale di cui siamo responsabili - di più o di meno, tuttavia non c'è uomo né partito che sia del tutto innocente. Giacché la colpa principale consiste nell'oblio, nel velo d'ignoranza o di dimenticanza da cui in Italia è circondato il nostro testo fondativo. Che a sua volta suona un po' come un memento: delle storture da correggere, delle priorità su cui convogliare le energie.
E allora il viaggio di Repubblica s'articolerà in dieci puntate, che ci condurranno alla fine dell'anno attorno a dieci parole chiave. Primo: il lavoro. Evocato fin dal primo articolo della Costituzione (la Repubblica italiana è "fondata sul lavoro") e poi declinato in vari luoghi (per esempio nell'art. 36, secondo il quale la retribuzione deve assicurare "un'esistenza libera e dignitosa"). Secondo: il paesaggio, tutelato dall'art. 9, scempiato da decenni di speculazioni edilizie. Terzo: la salute (art. 32), con un focus sulle disparità nell'assistenza sanitaria. Quarto: il merito. Ossia l'art. 34 ("i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi"), dove risuona la "rivoluzione dei talenti" annunciata nella Déclaration del 1789. Quinto: la democrazia nei sindacati e nei partiti, pretesa (invano) dagli articoli 39 e 49. Sesto: le pari opportunità fra uomo e donna (art. 51). Settimo: il fisco (art. 53), con le sue vessazioni, ma pure con le nostre evasioni. Ottavo: la legalità, negata dalla corruzione nell'esercizio delle funzioni pubbliche, nonostante "disciplina e onore" che l'art. 54 reclama nei loro titolari. Nono: burocrazia. Ovvero troppe leggi (a dispetto dell'art. 70) e malamministrazione (a dispetto dell'art. 97). Decimo: l'antifascismo, dichiarato nella XII disposizione finale, ma anch'esso - in questo torno d'anni - ormai dimenticato. Noi, invece, vogliamo ricordare.
Uomini che sono più uguali delle donne di CHIARA SARACENO
Ma ci riconosciamo ancora in quella foto in bianco e nero? Abbiamo sempre voglia di guardarla? E c'è una musica, una nota che continua a propagarsi da quello spartito d'articoli e di commi? Giacché la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: la lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve una passione. E non basta il cuore dei nostri progenitori, per mantenerla viva. I diritti (e i doveri) costituzionali appassiscono, se non vengono irrorati. Sicché ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, deve farli propri. Altrimenti ne rimarrà soltanto una riga d'inchiostro, senza linfa, senza rapporto con il nostro vissuto quotidiano.
Da qui il programma con cui questo giornale intende celebrare il settantesimo anniversario della Carta. Attraverso un viaggio fra le sue promesse di libertà, d'eguaglianza, di solidarietà sociale. E commisurando quel paradiso dei diritti all'inferno che sperimentiamo tutti i giorni. Senza accenti enfatici, però, né sulle virtù della Costituzione né sui nostri peccati. Dopotutto, la perfezione non è di questo mondo. Nessuna società umana sarà mai davvero giusta, davvero libera ed eguale. È impossibile, perché la vita stessa propone ogni minuto nuove costrizioni, nuove disuguaglianze cui occorre rimediare. Perciò la nostra condizione riecheggia la fatica di Sisifo, ciascuno con un masso sulle spalle, che rotola giù quando l'hai portato in cima. E allora devi cominciare daccapo la salita.
Conta lo sforzo, insomma, non il risultato. Conta la tensione verso i valori indicati dalla Carta costituzionale. E a sua volta quest'ultima è come l'orizzonte che ci sovrasta: nessuno può toccarlo con le dita, però nessuno può fare a meno di guardarlo. A meno che non si proceda con gli occhi bassi sul selciato, sugli egoismi individuali e collettivi, sulle piccole miserie esistenziali. È esattamente questo il tradimento costituzionale di cui siamo responsabili - di più o di meno, tuttavia non c'è uomo né partito che sia del tutto innocente. Giacché la colpa principale consiste nell'oblio, nel velo d'ignoranza o di dimenticanza da cui in Italia è circondato il nostro testo fondativo. Che a sua volta suona un po' come un memento: delle storture da correggere, delle priorità su cui convogliare le energie.
E allora il viaggio di Repubblica s'articolerà in dieci puntate, che ci condurranno alla fine dell'anno attorno a dieci parole chiave. Primo: il lavoro. Evocato fin dal primo articolo della Costituzione (la Repubblica italiana è "fondata sul lavoro") e poi declinato in vari luoghi (per esempio nell'art. 36, secondo il quale la retribuzione deve assicurare "un'esistenza libera e dignitosa"). Secondo: il paesaggio, tutelato dall'art. 9, scempiato da decenni di speculazioni edilizie. Terzo: la salute (art. 32), con un focus sulle disparità nell'assistenza sanitaria. Quarto: il merito. Ossia l'art. 34 ("i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi"), dove risuona la "rivoluzione dei talenti" annunciata nella Déclaration del 1789. Quinto: la democrazia nei sindacati e nei partiti, pretesa (invano) dagli articoli 39 e 49. Sesto: le pari opportunità fra uomo e donna (art. 51). Settimo: il fisco (art. 53), con le sue vessazioni, ma pure con le nostre evasioni. Ottavo: la legalità, negata dalla corruzione nell'esercizio delle funzioni pubbliche, nonostante "disciplina e onore" che l'art. 54 reclama nei loro titolari. Nono: burocrazia. Ovvero troppe leggi (a dispetto dell'art. 70) e malamministrazione (a dispetto dell'art. 97). Decimo: l'antifascismo, dichiarato nella XII disposizione finale, ma anch'esso - in questo torno d'anni - ormai dimenticato. Noi, invece, vogliamo ricordare.
1. Lavoro
Un mondo fragile e spezzato a metà di LUISA GRIONUomini che sono più uguali delle donne di CHIARA SARACENO