Il marchio Steve Jobs è made in Napoli, Apple sconfitta
Stella Cervasio
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di STELLA CERVASIO
Due fratelli imprenditori, una start-up dal nome impegnativo e una battaglia legale da Davide contro Golia
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NAPOLI. Sono due fratelli, fanno tutto insieme e al telefono parlano in stereo. Anche l'idea di dedicare un marchio di hi-tech a Steve Jobs, il fondatore della Apple, è venuta a entrambi: una sfida, con l'ammirazione dei fan, per un uomo che ha cambiato la storia. Assicurano che è così, Vincenzo e Giacomo Barbato, 43 e 42 anni, imprenditori di Arzano nella zona a nord di Napoli.
Nel 2012 pensarono di registrare un marchio con il nome del guru dell'azienda di Cupertino. "Che avremmo avuto qualche problema lo intuimmo subito". Quello che non sapevano è che sarebbe nata una guerra lunga quattro anni e che avrebbero dovuto ingaggiare tre avvocati italiani e uno londinese, per affrontarla. Raccontano tutto solo oggi che l'hanno vinta.
Il marchio di Vincenzo e Giacomo Barbato
"Siamo partiti per fare qualcosa insieme, due fratelli con l'…!-->!-->
NAPOLI. Sono due fratelli, fanno tutto insieme e al telefono parlano in stereo. Anche l'idea di dedicare un marchio di hi-tech a Steve Jobs, il fondatore della Apple, è venuta a entrambi: una sfida, con l'ammirazione dei fan, per un uomo che ha cambiato la storia. Assicurano che è così, Vincenzo e Giacomo Barbato, 43 e 42 anni, imprenditori di Arzano nella zona a nord di Napoli.
Nel 2012 pensarono di registrare un marchio con il nome del guru dell'azienda di Cupertino. "Che avremmo avuto qualche problema lo intuimmo subito". Quello che non sapevano è che sarebbe nata una guerra lunga quattro anni e che avrebbero dovuto ingaggiare tre avvocati italiani e uno londinese, per affrontarla. Raccontano tutto solo oggi che l'hanno vinta.
Il marchio di Vincenzo e Giacomo Barbato
"Siamo partiti per fare qualcosa insieme, due fratelli con l'imprenditoria nel sangue: i nostri genitori qui ad Arzano avevano una fabbrichetta di jeans", dicono. La registrazione del marchio non fu complicata: nessuno aveva mai "impegnato" commercialmente il nome di Jobs. Neppure la Apple. "Vincenzo ha un master in fashion designer - racconta il fratello minore - e ha creato un logo con la lettera J di Jobs che ha una parte mancante e una foglia in cima". Per Apple quel segno somigliava troppo alla sua mela morsicata. "Eppure è evidente che non è un frutto - dicono i fratelli Barbato - ma una lettera dell'alfabeto".
Il colosso californiano non poté eccepire nulla sull'uso del nome del fondatore, ma sulla somiglianza con il proprio simbolo, sì. "Direttamente dalla sede di Cupertino - raccontano i Barbato - arrivarono nel nostro ufficio 4 faldoni di carte e video fatti da Jobs, con le sue presentazioni, da quando fondò l'azienda fino alla morte. Ipotizzavano un danno da un miliardo di dollari". Si sentirono come Davide contro Golia, ma vollero provarci e nell'agosto 2014 l'Ufficio per l'armonizzazione nel Mercato interno, organo ufficiale della Ue, ha rigettato l'opposizione spiegando che la lettera J non era materiale edibile, quindi la parte mancante "non poteva essere percepita come oggetto di un morso".
Il verdetto ha mandato in orbita i giovani imprenditori: "Usciremo con prodotti hi-tech nel 2018, nel frattempo stiamo collaborando con aziende napoletane sia di design che di elettronica per prodotti tutti made in Italy". Hanno un sito, www.stevejobsinc.com: "Anche quel dominio nessuno l'aveva mai prenotato. "Ci hanno contattato molte multinazionali, soprattutto cinesi che fanno elettronica e aziende importanti di telefonini. La Apple invece non potrà più usare il nome del suo fondatore: neppure per i progetti che le ha lasciato in eredità".
Una furbata che i Barbato brothers, che oggi collaborano con startup come Sticky Factory specializzata in design e hanno già prodotto borse, t-shirt, jeans e accessori fashion, dicono di averlo fatto "più per amore che per calcolo": "Siamo napoletani ma siamo cresciuti nel mito del grande Steve Jobs. Se dovessimo pensare a qualcuno che ha lasciato un segno nell'universo e nella storia, quella persona è lui".
Dichiarano per il futuro anche scopi "etici": "Aiutiamo i giovani, investiamo solo su napoletani, qui c'è bisogno di lavoro sano. "Lui" non ce ne vorrà da lassù: in fondo anche noi siamo un po' figli di Jobs".