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Una sala del Prado 

L’arte di essere Madrid

Ci si trasferiscono i collezionisti sudamericani e ci va chi teme la follia di Barcellona. È una città aperta: un sistema post-crisi di mega musei, centri pubblici e gallerie a schiera
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A Madrid per fortuna non c’è il mare come a Barcellona. Lì vanno «i turisti, qui i visitatori» (ha chiarito ironico il direttore del Prado). Anzi, dopo due giorni si è considerati local, gente del posto. Lo ripetono tutti, i galleristi, gli artisti, i collezionisti: “Madrid città aperta”. Anche a quelli che scappano dalla follia indipendentista di Barcellona, o non ci vanno più a fare gli Erasmus, «perché mica vuoi studiare legge o architettura in catalano». Negli ultimi anni sono immigrati qui anche gli straricchi collezionisti sudamericani, perché è certamente più sicura del Venezuela di Maduro o di Città del Messico e, «se anche vuoi acquistarti un palazzetto, meno cara di Londra o Parigi», dice l’architetta immigrata italiana Teresa Sapey, che ne sta rimettendo a nuovo parecchi, garage compresi (e assomigliano a gallerie d’arte).

Non devono nemme…
A Madrid per fortuna non c’è il mare come a Barcellona. Lì vanno «i turisti, qui i visitatori» (ha chiarito ironico il direttore del Prado). Anzi, dopo due giorni si è considerati local, gente del posto. Lo ripetono tutti, i galleristi, gli artisti, i collezionisti: “Madrid città aperta”. Anche a quelli che scappano dalla follia indipendentista di Barcellona, o non ci vanno più a fare gli Erasmus, «perché mica vuoi studiare legge o architettura in catalano». Negli ultimi anni sono immigrati qui anche gli straricchi collezionisti sudamericani, perché è certamente più sicura del Venezuela di Maduro o di Città del Messico e, «se anche vuoi acquistarti un palazzetto, meno cara di Londra o Parigi», dice l’architetta immigrata italiana Teresa Sapey, che ne sta rimettendo a nuovo parecchi, garage compresi (e assomigliano a gallerie d’arte).

Non devono nemmeno cambiare lingua e respirano la cultura europea, che fa status. Tanto per fare un esempio, racconta Carlos Urroz, il direttore di ARCO Madrid, la fiera d’arte contemporanea che comincia a giorni (21/25 febbraio), «Miami Art Basel è diventata tutto un “bling bling”, si vedono più popstar che collezionisti e artisti, che qui invece aumentano. Insieme alla gente comune». E se c’è un indicatore di ripresa, un modello post-crisi, «probabilmente è la scena dell’arte qui». Dicono si sia creata una specie di alleanza tra i mega musei, i grandi spazi culturali semipubblici, le gallerie a schiera in vie dove dieci anni fa non c’era nulla. 

O meglio, dieci anni fa nasceva il Matadero, pioniere dei centri di arti varie nelle ex fabbriche ma pure nelle ex banche delle famiglione illustri, che in questa città sono generalmente enormi e si sono moltiplicati (La Tabacalera era una fabbrica di sigari, la Casa Encendida una banca). Per chi ha presente l’ex-Mattatoio romano di Testaccio, questo è 6 volte tanto, fanno 165.215 mq di Naves, gli edifici, come l’Abierto por Obras e la Casa del Lector. O la Cineteca su più livelli, con le pareti di legno intrecciato, i fasci di led dietro, come se fuori andasse a fuoco tutto, e il resto nerofumo per “difendere il buio in sala” (della coppia di architetti madrileni marito e moglie ch+qs). Per non dire di «quando l’assessore alla cultura canadese in visita ufficiale si è presentata sudata in caschetto da ciclista perché voleva provare il Madrid RÍo, che parte proprio dal noleggio bici al Matadero», racconta Carlota Álvarez Basso, che ha diretto questo centro semi-pubblico (per il 2018 prende il suo posto Rosa Ferré, altra “fuggita” da Barcellona). «È la nostra High Line», dice riferendosi alla celebre striscia newyorkese ricavata da un troncone di ferrovia. Qui sono 6 miglia di ciclabile panoramica lungo il fiume Manzanarre, con la galleria sul ponte che unisce due quartieri e i fotoritratti a mosaico dei loro abitanti, opera del madrileno-newyorkese Daniel Canogar. 

Perché a Madrid non c’è il mare. Ma un fiume sì, anche se non è la prima cosa che le associ. E ha un nuovo corso da quando l’ex sindaco Gaillardón ha fatto interrare la circonvallazione M-30 creando un sistema di tunnel. Sotto le auto, sopra pedoni e bici. 
Adesso nell’angolo di Matadero rimasto libero aspettano la Fundación FSRR da Torino. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo voleva allargare gli orizzonti e ci ha investito 7 milioni di euro (e nel lungo termine 50 milioni). «Perché Parigi era carissima e Londra cattivissima. Madrid resta la terza megalopoli europea da 5 milioni di abitanti e deve colmare un gap sull’arte contemporanea dovuta al fatto che dal ’36 all’85 c’è stato il buio franchista. Quindi è giovane, se calcoli quand’è uscita dal tunnel», spiega Carmelo di Gennaro, che diventerà il direttore della FSRR Madrid. Progetto a due teste, di cui una del ghanese-britannico David Adyaye, “l’architetto-Robin Hood”, perché disegna edifici cupi e duri per i ricchi e più glamour per i poveri. «Termine dei lavori previsto per il primo semestre 2019, la sindaca Manuela Carmena spererebbe prima delle comunali del 2019. E in effetti è stato anche grazie a lei e al coordinatore Luis Cueto se si è avviata quest’operazione. Entrambi di Ahora Madrid, lista riconducibile a Podemos, che però aveva un problemino con l’arte: «La cultura, il settore più importante a livello d’immagine se non di budget, era in mano all’ala estremista del partito, Ganemos Madrid, antieuropea, che vede il sistema dell’arte come business. Figuriamoci una fondazione privata. Ma il progetto darà la possibilità ai giovani artisti spagnoli di farsi conoscere al massimo livello, e agli italiani di formare curatori lì». E la sindaca ha chiamato assessori più moderati. 

Qui le signore potenti dell’arte non scarseggiano, vedi lista delle “españolas más poderosas” secondo Forbes España. Proprietarie di collezioni tipo le sorelle Koplowitz, di Omega Capital, Ana Botín, Ceo del Banco Santander (c’è un bus che porta alla loro FundaciÓn, a Boadilla del Monte). O Elena Ochoa, moglie madrilena dell’archistar londinese Norman Foster (che vive qui con lei e i figli; lei fa i party nel garage-archivio al Barrio de Tetuán, e ha aperto la Ivory Press in un’ex lavanderia). MarÍa de Corral, critico e commissario indipendente, racconta che sua figlia cura l’unica fondazione voluta dalla Coca-Cola, qui. E Patricia de Cisneros ha donato al Reina Sofía 39 opere di latinoamericani. 

Ce lo racconta Manuel Borja-Villel, direttore di questa potenza dell’arte contemporanea (con l’ala in più di Jean Nouvel). Colto e cordiale (ti baciano galanti lui e l’assistente, come da tradizione) cita Aby Warburg e Žižek. A lui di Madrid piace «da matti» che nella zona con la concentrazione di musei più alta d’Europa ci siano pure «gli squatters della Ingobernable», come hanno chiamato l’edificio municipale occupato (vedi su moratoria.eu). «Il diavolo della cultura è il consenso, questa tendenza neoliberal a fare di tutto un sistema manageriale, anche i musei come startup. Noi no, ma è per questo che c’è fermento, senso di comunità». E poi c’è la geopolitica. «Non c’è più un centro, non lo è più New York né Parigi. Fernando Pessoa, cui dedichiamo una mostra, diceva: “Voglio essere periferico”. Madrid, come Berlino, è periferica e centrale insieme, è la capitale del Sud, un modello per Napoli, Atene, Roma. Sui giornali leggi di un’infinità di cose da vedere e ascoltare, al Centro Dos de Mayo, all’Alcalá 31. A parte la ripresa economica, la nostra forza è la gente. Se cammini alle 3 del mattino per i vicoli di Lavapiés è “rush hour”, ora di punta. È una cosa che non ho mai visto a Londra. Forse a Rio», chiude Borja-Villel. Uno che ha confessato di essersi fatto aprire il Reina di notte per l’emozione di vedere Guernica da solo. 

Dicono di sentirsi protetti da quel quadro pure i galleristi di calle Fourquet, che è lì dietro. Enrique Tejerizo della F2 spiega che lui e altri colleghi, negli anni della crisi, avevano chiesto il palazzo che il municipio ha poi affidato al Medialab (calle de Alameda), e hanno ripiegato qui. Un sabato al mese c’è l’apertura collettiva con cocktail di strada, «per far perdere alla gente il senso di panico e noia che dà l’idea di entrare in stanzoni al neon». In mezzo, spunta la sede di Spainmedia, piccolo caso editoriale e dimostrazione di come funziona la creatività spagnola. Il fondatore, Andrés Rodríguez, invita a guardare le copertine delle loro testate: L’Officiel Art ha una Sam Taylor-Johnson dalle tette di plastica, ancora più irriverenti le cover di Tapas che, racconta lui, è «il Rolling Stone del cibo. Usiamo lo humor contro l’establishment, qui puoi spingere con le idee. È la specialità di chi è uscito dalla dittatura, io ho 52 anni e ho avuto la fortuna di capire di cosa fosse fatta l’energia della Movida, o di quello che le assomiglia adesso». L’altra zona delle gallerie è alla Chueca, da Max Estrella a quella della veterana Juana de Aizpuru, novantenne coi capelli rubino che, nel suo studio bianco con videoinstallazione di un fake Che Guevara, pare uscita da un film di Almodóvar. Ah, l’amato regista fa il testimonial Prada sulle riviste con maglietta-dipinto o va alle sfilate di moda di Palomo Spain. E protegge i suoi eredi naturali come Carlos Vermut, regista di Quién te cantará e altri film che fanno vedere Madrid come una volta Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Per non perdersi una zona interessante basta poi guardare dove mette un hotel Kike Sarasola, inventore della catena Room Mate e star tv (il talent Hell’s Hotel). Avete mai sbirciato case in vendita su Idealista? Tra i nuovi collezionisti c’è il creatore del sito, Luis Encinar, che potrebbe farsi appartamenti ovunque ma sta qui perché «siamo aperti a tutto, arte, divertimento, democrazia, pornografia, politica, Europa, libertà». 

Si è reinventato pure il ricco quartiere di Chamberí, vedi photogallery di Vice Spagna col generone delle signore eleganti. Lo scrittore Javier Marías, che ci è nato, ha descritto loro e le pasticcerie d’infanzia in un racconto. Ora lì c’è la Foster Foundation. 

Sembra lontana la Madrid post-attentato (2004, stazione di Atocha). Quando “guardavi gli aerei atterrare a Barajas e avevi paura che esplodessero prima o poi”, dice il protagonista del romanzo di Ben Lerner Un uomo di passaggio (Sellerio). Adesso le esplosioni sono quelle del cinese Cai Guo-Qiang, che dipinge con la dinamite (da quando ci provò in casa da piccolo e la nonna lo salvò buttandoci su un tappeto), nella navata del Prado. «Ispiriamo giovani artisti, scrittori...», dice il direttore Miguel Falomir. L’anno prossimo è il bicentenario e già è cominciata la costruzione della nuova ala (sempre di Foster) per il 2021. «Al Met fanno pagare un sovrappiù ai non-newyorkesi, qui il 51% dei visitatori non paga», continua. «E non si fanno selfie. Decisione del predecessore, ma l’ho lasciata. Un po’ di elitarismo non fa male. Io al Louvre non riesco a vedere quel che c’è in certe stanze per via dei crocchi di gente coi telefonini. In tanti vogliono imitarci. Se vogliono il selfie, c’è un’app per farlo», ridacchia felice. 
Poi, «siamo i maggiori utenti di social d’Europa», aggiunge Andrés Rodriguez di Spain Media. «Ma sappiamo come usarli per incontrarci sulle terrazze, restiamo sempre figli della Movida. E, anche se è un’altra cosa che non le associ, abbiamo una metropolitana da fare invidia a New York».