Biennale 2018, il progetto è politico
Francesco Erbani , di FRANCESCO ERBANILo spazio pubblico come mitigatore delle disuguaglianze, l’abitare come collegamento tra privato e comunità, costruire come resistere
Saranno 71 gli architetti che articoleranno "Freespace", il titolo che Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno dato alla prossima edizione della Biennale (apertura il 26 maggio, chiusura il 25 novembre). Freespace, spazio libero, spazio pubblico, luogo pensato per la condivisione, per ripararsi o per sostare, non commerciale, ma accessibile a tutti, gratuito e accogliente: sono diverse le possibili accezioni di un tema che tocca un nervo scoperto e che dovrebbe rendere l'architettura, auspica Paolo Baratta, presidente della Biennale, "l'arte più politica che ci sia".
Concordano Farrell e McNamara, animatrici dello studio dublinese Grafton, impossibilitate ad essere a Venezia e collegate via Skype dalla capitale irlandese, dove sono bloccate da una tempesta di neve. Concordano e aggiungono quanto nella selezione dei progetti che verranno esposti, e dei quali non hanno voluto anticipare nulla, siano state guidate dall'idea di mostrare l'ambizi…
Concordano Farrell e McNamara, animatrici dello studio dublinese Grafton, impossibilitate ad essere a Venezia e collegate via Skype dalla capitale irlandese, dove sono bloccate da una tempesta di neve. Concordano e aggiungono quanto nella selezione dei progetti che verranno esposti, e dei quali non hanno voluto anticipare nulla, siano state guidate dall'idea di mostrare l'ambizi…
Saranno 71 gli architetti che articoleranno "Freespace", il titolo che Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno dato alla prossima edizione della Biennale (apertura il 26 maggio, chiusura il 25 novembre). Freespace, spazio libero, spazio pubblico, luogo pensato per la condivisione, per ripararsi o per sostare, non commerciale, ma accessibile a tutti, gratuito e accogliente: sono diverse le possibili accezioni di un tema che tocca un nervo scoperto e che dovrebbe rendere l'architettura, auspica Paolo Baratta, presidente della Biennale, "l'arte più politica che ci sia".
Concordano Farrell e McNamara, animatrici dello studio dublinese Grafton, impossibilitate ad essere a Venezia e collegate via Skype dalla capitale irlandese, dove sono bloccate da una tempesta di neve. Concordano e aggiungono quanto nella selezione dei progetti che verranno esposti, e dei quali non hanno voluto anticipare nulla, siano state guidate dall'idea di mostrare l'ambizione di architetture, piccola o grande che sia la loro scala, di rendere un servizio, di creare, con un manufatto, anche qualcosa per una comunità, per chi non è direttamente interessato a quel manufatto. Ambizione che spesso si scontra con le intenzioni di committenze non particolarmente interessate a questo scopo e che invece gli architetti hanno il compito di realizzare. Farrell cita anche un termine: resistenza. Baratta fa riferimento a Venezia, dove "anche il più assatanato dei mercanti, quando costruiva un palazzo, costruiva anche uno spazio pubblico", una calle, appunto, un sottoportego o addirittura un campo.
Ai 71 espositori si affiancano come sempre i padiglioni nazionali, fra i quali esordisce quello della Santa Sede, oltre a due sezioni: "Close Encounter", incontri ravvicinati, e "The Practice of Teaching", la pratica dell'insegnamento. Ognuno dei progettisti, nomi noti e meno noti, esporrà una propria idea dello spazio libero. Ci si muove, raccontano Farrell e McNamara, "fra edifici storici rigenerati, edifici dimenticati e riportati alla vita, tipologie trasformative dell'abitare, infrastrutture tradotte in strutture pubbliche e civiche".
Rimbalzano i concetti di dono che un'architettura riceve dalla natura (la luce, il suolo, l'aria, la forza di gravità) : ma attenzione, spiegano le curatrici, il riferirsi alla dimensione urbana quando si disegna un oggetto, sembra piuttosto uno scopo, un compito specifico e non un grazioso omaggio del progettista. Qualcosa che ha a che fare con un vantaggio per tutti, un mitigatore di disuguaglianze. "Per noi l'architettura è la traduzione di necessità, nel significato più ampio della parola, in spazio significativo", aggiungono. Segnalando architetture del passato che hanno interpretato questa attitudine, dalla sedia in cemento coperta di piastrelle che il danese Jorn Utzon concepisce all'ingresso di una casa privata a Maiorca, al belvedere che Lina Bo Bardi crea sotto il museo d'arte moderna di San Paolo in Brasile. Non sarà semplice misurarsi con questi casi esemplari. Alla prossima Biennale ci proveranno il portoghese Alvaro Siza, lo svizzero Peter Zumthor e l'inglese David Chipperfield, due star del firmamento mondiale, la giapponese Kazuyo Sejima, il portoghese Eduardo Souto De Moura, lo spagnolo Rafael Moneo, la francese Odile Decq, il giapponese Toyo Ito, il brasiliano Paulo Mendes de Rocha. O il cileno Alejandro Aravena, curatore della Biennale due anni fa.
Ad essi si affiancano Giuseppina Grasso Cannizzo, già scelta da Aravena, e artefice, lontano dai clamori, dal suo studio di Vittoria, in Sicilia, di architetture minute, rigorose e intense. Oppure Laura Peretti, che presenterà il progetto di recupero del Corviale di Roma, l'edificio di edilizia popolare lungo quasi un chilometro, considerato, a torto, un potente generatore di devianza. Al Corviale, Peretti ridisegna gli accessi e soprattutto realizza una piazza che passerà sotto l'edificio mettendo in connessione questa parte di città con la campagna romana. Nell'intenzione delle curatrici, la rassegna dovrà mettersi in relazione stretta con Venezia. Un'ispirazione per l'allestimento delle Corderie dell'Arsenale, ad esempio, Farrell e McNamara la traggono da palazzo Fortuny. Ma complessivamente, assicurano le architette irlandesi, l'Arsenale non verrà considerato come un contenitore neutro, ma come un pezzo significativo come pochi della città e della sua Laguna.
Concordano Farrell e McNamara, animatrici dello studio dublinese Grafton, impossibilitate ad essere a Venezia e collegate via Skype dalla capitale irlandese, dove sono bloccate da una tempesta di neve. Concordano e aggiungono quanto nella selezione dei progetti che verranno esposti, e dei quali non hanno voluto anticipare nulla, siano state guidate dall'idea di mostrare l'ambizione di architetture, piccola o grande che sia la loro scala, di rendere un servizio, di creare, con un manufatto, anche qualcosa per una comunità, per chi non è direttamente interessato a quel manufatto. Ambizione che spesso si scontra con le intenzioni di committenze non particolarmente interessate a questo scopo e che invece gli architetti hanno il compito di realizzare. Farrell cita anche un termine: resistenza. Baratta fa riferimento a Venezia, dove "anche il più assatanato dei mercanti, quando costruiva un palazzo, costruiva anche uno spazio pubblico", una calle, appunto, un sottoportego o addirittura un campo.
Ai 71 espositori si affiancano come sempre i padiglioni nazionali, fra i quali esordisce quello della Santa Sede, oltre a due sezioni: "Close Encounter", incontri ravvicinati, e "The Practice of Teaching", la pratica dell'insegnamento. Ognuno dei progettisti, nomi noti e meno noti, esporrà una propria idea dello spazio libero. Ci si muove, raccontano Farrell e McNamara, "fra edifici storici rigenerati, edifici dimenticati e riportati alla vita, tipologie trasformative dell'abitare, infrastrutture tradotte in strutture pubbliche e civiche".
Rimbalzano i concetti di dono che un'architettura riceve dalla natura (la luce, il suolo, l'aria, la forza di gravità) : ma attenzione, spiegano le curatrici, il riferirsi alla dimensione urbana quando si disegna un oggetto, sembra piuttosto uno scopo, un compito specifico e non un grazioso omaggio del progettista. Qualcosa che ha a che fare con un vantaggio per tutti, un mitigatore di disuguaglianze. "Per noi l'architettura è la traduzione di necessità, nel significato più ampio della parola, in spazio significativo", aggiungono. Segnalando architetture del passato che hanno interpretato questa attitudine, dalla sedia in cemento coperta di piastrelle che il danese Jorn Utzon concepisce all'ingresso di una casa privata a Maiorca, al belvedere che Lina Bo Bardi crea sotto il museo d'arte moderna di San Paolo in Brasile. Non sarà semplice misurarsi con questi casi esemplari. Alla prossima Biennale ci proveranno il portoghese Alvaro Siza, lo svizzero Peter Zumthor e l'inglese David Chipperfield, due star del firmamento mondiale, la giapponese Kazuyo Sejima, il portoghese Eduardo Souto De Moura, lo spagnolo Rafael Moneo, la francese Odile Decq, il giapponese Toyo Ito, il brasiliano Paulo Mendes de Rocha. O il cileno Alejandro Aravena, curatore della Biennale due anni fa.
Ad essi si affiancano Giuseppina Grasso Cannizzo, già scelta da Aravena, e artefice, lontano dai clamori, dal suo studio di Vittoria, in Sicilia, di architetture minute, rigorose e intense. Oppure Laura Peretti, che presenterà il progetto di recupero del Corviale di Roma, l'edificio di edilizia popolare lungo quasi un chilometro, considerato, a torto, un potente generatore di devianza. Al Corviale, Peretti ridisegna gli accessi e soprattutto realizza una piazza che passerà sotto l'edificio mettendo in connessione questa parte di città con la campagna romana. Nell'intenzione delle curatrici, la rassegna dovrà mettersi in relazione stretta con Venezia. Un'ispirazione per l'allestimento delle Corderie dell'Arsenale, ad esempio, Farrell e McNamara la traggono da palazzo Fortuny. Ma complessivamente, assicurano le architette irlandesi, l'Arsenale non verrà considerato come un contenitore neutro, ma come un pezzo significativo come pochi della città e della sua Laguna.