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Le donne e la sfida di essere libere

Le scrittrici e il rapporto con la figura più ingombrante, quella del padre. Poi, i colloqui con tre protagoniste delle rivendicazioni femminili: la scrittrice Leila Slimani e le attrici Rose Mc Gowan e Asia Argento, dalla cui denunce è nato il caso Weinstein
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Noi figlie nate dalla testa del padre Zeus di Simonetta Fiori

Tra i temi della rassegna milanese 'Tempo di librì la condizione dele donne. Abbiamo chiesto a quattro scrittrici (Chiara Gamberale, Eva Cantarella, Dacia Maraini, Maria Serena Sapegno) il loro rapporto con la figura più ingombrante

C'è un nodo segreto che caratterizza il femminile. Per la donna è una delle relazioni fondanti, forse la più pericolosa. Il rapporto con il padre, spesso raccontato nella sua natura duplice e ambigua: il padre è il ponte verso il mondo esterno, il tramite verso la parola, ma il suo mandato normativo può richiedere il prezzo dell'abbandono della madre e dunque del corpo, dell'affettività e del disordine dell'eros. Quell'amputazione espressivamente restituita da Simone de Beauvoir quando evoca l'interesse del padre a lei dedicato soltanto al tempo della scuola, "perché per lui non ero né un corp…

Noi figlie nate dalla testa del padre Zeus di Simonetta Fiori

Tra i temi della rassegna milanese 'Tempo di librì la condizione dele donne. Abbiamo chiesto a quattro scrittrici (Chiara Gamberale, Eva Cantarella, Dacia Maraini, Maria Serena Sapegno) il loro rapporto con la figura più ingombrante

C'è un nodo segreto che caratterizza il femminile. Per la donna è una delle relazioni fondanti, forse la più pericolosa. Il rapporto con il padre, spesso raccontato nella sua natura duplice e ambigua: il padre è il ponte verso il mondo esterno, il tramite verso la parola, ma il suo mandato normativo può richiedere il prezzo dell'abbandono della madre e dunque del corpo, dell'affettività e del disordine dell'eros. Quell'amputazione espressivamente restituita da Simone de Beauvoir quando evoca l'interesse del padre a lei dedicato soltanto al tempo della scuola, "perché per lui non ero né un corpo né un'anima. Ero una mente". Un puro spirito, e basta.

E in questo primo giorno di Tempo di libri incentrato sulle donne, nello stand di Feltrinelli ci si potrà imbattere in un bellissimo saggio di Maria Serena Sapegno che dà voce alle sofferenze, alle ferite, agli strappi delle "figlie del padre" attraverso il sismografo più attendibile e longevo di cui disponiamo, ossia la letteratura. (Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale). Una ricognizione che parte dalle eroine della tragedia greca in lotta contro la legge paterna per arrivare alle scritture femminili contemporanee lacerate tra fedeltà e trasgressione rispetto al mandato del padre. "Tutte quando scriviamo siamo di fronte a questa contorsione", annota in una densa postfazione Cristina Comencini, anche lei figlia del padre (il celebre regista Luigi). "La sentiamo nel nostro corpo e nel linguaggio che usiamo, che prosegue ed elabora quello del padre ma vorrebbe essere anche altro, vorrebbe dare voce al silenzio delle madri che è in noi, alla profondità immobile di millenari non detti. Il rapporto con il padre, che ha permesso l'accesso alla cultura, diventa il potere contro cui rivoltarsi per cercare di essere finalmente qualcosa d'altro".

Un rapporto simbolico e conflittuale, destinato a esplodere nei suoi tratti contraddittori quando le donne si sono affacciate per la prima volta in massa nella scena pubblica. "Certo non lo sapevamo", sostiene Sapegno, "ma credo si possa dire che molte di noi non sarebbero approdate al movimento femminista senza i nostri padri". Erano loro a spingere le figlie "a mettersi alla prova e a entrare pienamente nel mondo". Salvo poi misurarsi con lo sguardo critico di queste giovani donne che, una volta ammesse nella scena sociale, ne registravano la scandalosa diseguaglianza.

Ma esiste ancora un mandato paterno? E quanto condiziona vita e scrittura delle donne? Tra le autrici chiamate in questa fiera del libro al femminile ci sono molte "figlie del padre", figlie pubbliche di padri importanti, che si sono interrogate su un tema non facile. "Facevo di tutto per non deluderlo", ha raccontato Dacia Maraini a proposito di Fosco, il grande orientalista riflesso nel suo sguardo di bambina. "In realtà", aggiunge ora la scrittrice, "la mia situazione è complicata perché nella famiglia di mio padre la scrittura apparteneva alle donne. La mia ava inglese Cornelia Berkeley scriveva libri per bambini. E mia nonna, Yoi Crosse Pawlovska, scriveva romanzi. Quindi da parte di mio padre c'è stato un mandato di tipo simbolico che ha condizionato più la mia vita che la scrittura. Ed è consistito in una forte impronta culturale, nell'interesse per gli altri popoli, in un amore insistente per i viaggi". Un rapporto stimolante, ma molto pudico, fatto anche di silenzi. "Mi lasciava libera ma parlava poco con me. Forse questo pudore si può interpretare come forma di censura sul corpo e sulla sensualità per dare precedenza alla mente. Non lo so. D'altronde Atena nasce dalla testa di Zeus e si trova sempre dalla parte del padre".

Quello di Atena che nasce dalla testa paterna è il caso estremo e simbolicamente più espressivo della figlia che fa a meno della madre. "Rappresenta la perfetta realizzazione del desiderio maschile di procreazione", commenta Sapegno. "Nasce dalla testa di Giove senza sgradevoli contaminazioni con le viscere, e per questo può simboleggiare la sapienza". È il sogno ricorrente anche di Chiara Gamberale, quarantenne figlia di Vito, un'importante carriera nelle telecomunicazioni. "Anche nella mia ultima favola Qualcosa faccio subito fuori il personaggio della madre: non è la prima volta che mi succede". Nel suo racconto il padre è "Qualcuno di importante" e la madre "Una di noi", quasi a dar voce alla lacerazione femminile. "Quello con mio padre Vito è il rapporto più misterioso e profondo della vita. La sua è la storia di un ragazzo povero, figlio dell'aspro Molise, che è diventato uno dei più importanti manager italiani. Come facevo a essere sua figlia senza soccombere? E allora mi sono buttata sui libri e sulla narrativa: non potendo ripetere il suo salto economico, mi sono lanciata in un salto culturale". Qualcosa narra di una figlia che ride troppo, piange troppo, si muove troppo: sempre mossa dall'ansia di non essere all'altezza del padre. "Molto di quello che ho fatto è per indurlo all'innamoramento. Mio padre è silenzioso, io urlo le mie emozioni più spellate. Alla sua riservatezza oppongo una scrittura impudica. E lui mi guarda allo stesso modo del personaggio paterno nel romanzo: con doloroso stupore".

Non tutte le figlie del padre si ritrovano in questa ambivalenza. "Forse perché nasce da un presupposto che non condivido", dice Eva Cantarella, studiosa del mondo antico nel solco tracciato dal padre, l'insigne grecista Raffaele. "È quel presupposto secondo il quale esiste un mondo esterno razionale - il maschile - separato da uno interno sentimentale - il femminile. Si tratta di una dicotomia ereditata dalla cultura greca, più tardi approfondita dal pensiero della differenza. Io non ho mai condiviso questa distinzione perché credo che la persona umana contenga elementi maschili e femminili variamente composti. In ognuno di noi c'è un po' di tutto". Quindi nessuna investitura da parte del padre e soprattutto nessun conflitto. "Se giovanissima sono andata a Berkeley negli anni Sessanta è per un mandato famigliare e non solo paterno. Il vero ponte verso la cultura è stata mia madre, una casalinga che avrebbe desiderato tanto studiare".

Padri e figlie, un rapporto il più delle volte complicato dall'amore perché, suggerisce Maraini, "l'amore è una forza che unisce e divide". E qualcosa vorrà dire se oggi i romanzi incentrati su questa relazione incandescente tendono a rarefarsi. Anche perché negli ultimi decenni al padre normativo si è andato sostituendo una figura più debole, quasi fantasmatica, un personaggio mancato. "Forse un'epoca è finita e un'altra sta nascendo", scrive Sapegno. "Un'epoca in cui il rapporto tra padre e figlia potrà non basarsi più sulla cancellazione della madre. E dove il mandato paterno non sia una domanda di identificazione e possesso, o una richiesta di maternage". Tra il troppo e il nulla, conclude la studiosa, una strada bisognerà pur trovarla. Nella letteratura. E soprattutto nella vita.
 

Leïla Slimani: "Il Maghreb si salverà solo con la rivoluzione sessuale". Intervista di Anais Ginori, Parigi

Leila Slimani 
PARIGI. Leïla Slimani è da mesi al centro dell'attenzione in Francia. La giovane scrittrice ha vinto il premio Goncourt un anno fa con il suo secondo romanzo, Ninna Nanna, è stata scelta da Emmanuel Macron come ambasciatrice della "francofonia", ha scritto un testo sul "diritto a non essere importunata" ripreso su Repubblica, in risposta al controverso appello pubblicato da alcune intellettuali, tra cui l'attrice Catherine Deneuve. Un mese prima che scoppiasse lo scandalo Weinstein, Slimani, 35 anni, aveva firmato I racconti del sesso e della menzogna, raccolta di testimonianze femminili nel suo paese natale, il Marocco, nella quale denuncia l'ipocrisia di una società in cui sono ancora proibiti adulterio, omosessualità, rapporti prematrimoniali. "In Marocco - spiega - prima di essere un individuo, la donna è una madre, una sorella, una moglie, una figlia. È la garante dell'onore familiare e, peggio ancora, dell'identità nazionale. La sua virtù è una questione pubblica".

Lei concorda con Kamel Daoud sul fatto che esiste una "miseria sessuale" nel mondo arabo?
"Gli intellettuali che criticano Daoud non hanno mai provato a entrare nei bar nei quartieri popolari di Tangeri o Casablanca. Io l'ho fatto, è uno spettacolo tragico. Branchi di uomini soli che parlano a malapena tra loro, non hanno contatti con donne, se non con qualche prostituta. Ogni volta che ho indagato sulle cause del disagio giovanile in paesi come Tunisia, Egitto o Algeria, la frustrazione sessuale era un tema ricorrente. Una miseria anche economica. Solo se hai i soldi, hai una vita sessuale libera".

Esiste un dibattito su questo tema nel mondo arabo?
"Le militanti femministe si concentrano sulle battaglie per la parità nell'istruzione o al lavoro. Sono convinta che il diritto a una sessualità libera sia altrettanto fondamentale per cambiare la società".

Il corpo delle donne, dice, è un campo di battaglia?
"La miseria sessuale colpisce specialmente donne, giovani e bisognosi. Era così in Occidente fino a non molto tempo fa. Immagino che l'Italia di qualche decennio fa non fosse molto diversa dal Marocco di oggi. Solo che i giovani marocchini sono connessi con il mondo, capiscono quanto sia arcaico l'attuale sistema".

L'Islam più rigorista è una delle cause della repressione sessuale?
"La religione è strumentalizzata a fini politici, con falsi argomento come il rifiuto di un Occidente "depravato", di una modernità che rischia di cancellare le identità culturali. Se i musulmani non hanno diritti sessuali è perché la maggior parte dei regimi in cui vivono si basano sulla negazione delle libertà individuali".

Ci sono donne che trovano la forza di ribellarsi?
"Rendo omaggio alla loro forza nel libro. Rivendicano la propria sete di libertà anche se il prezzo da pagare è alto. Altre sono più rassegnate a nascondersi, trovano sotterfugi per rimanere vergini, come praticare la sodomia, oppure mettono da parte soldi per pagare l'operazione di chirurgia per ricostruire l'imene".

In Europa, come negli Usa, le donne sono costrette a battersi contro le violenze sessuali o per non essere molestate in strada, al lavoro. Come mai succede ancora?
"La miseria sessuale di cui abbiamo parlato esiste anche in Occidente. È universale anche se non è di massa come nel mondo arabo. Con la fine del patriarcato, la parità nella società, la sfera sessuale è l'unico spazio in cui l'uomo può ancora tentare di esercitare il suo potere".
 

Rose McGowan: "Denunciando Weinstein ho scatenato i demoni". Intervista di Anna Lombardi

Rose Mc Gowan 
È stato come prendere un machete ed entrare in una foresta fitta e priva di sentieri che brucia. Esporsi è stato orribile. Come darsi in pasto ai porci". In un albergo
di Roma affacciato sul Tevere Rose McGowan, 44 anni, sceglie con cura le parole. L'ex attrice (Scream, Phantom, la saga Streghe) che per prima ha infranto la legge del silenzio di Hollywood accusando di stupro quello che fino ad allora era l'indiscusso re degli studios Harvey Weinstein, mette subito le cose in chiaro attraverso l'editore: "di lui non parlo. Ho detto tutto nel libro".

Salvo poi definirlo nel corso della conversazione "il mostro" o "il maiale". Nata nel 1973 in Italia all'interno della setta dei Bambini di Dio dove gli abusi sessuali erano abituali, McGowan ha raccontato la sua vita difficile nel libro BRAVE, "coraggiosa", edito da Harper Collins. È in Italia per girare Citizen Rose, il documentario in 5 puntate dove racconta la sua vita dopo quella vicenda "Capisco solo qualche parola d'italiano: ma nei sogni ancora lo parlo. Poi devo chiamare mia madre per farmi tradurre cosa ho detto".

Quanto le è costato parlare?
"Ho dovuto richiamare in vita i miei fantasmi. È servita tanta determinazione. E il coraggio che dà il titolo al libro e che per me significa fare quel che devi anche se hai paura".

Denunciare era un dovere?
"Un modo per aiutare un mondo che pure non è stato tenero con me. È servito: ne sono orgogliosa. Molti però hanno colto solo il lato pruriginoso. Per questo ho smesso di parlarne con certa stampa".

Poco tempo fa ha però svelato a Ronan Farrow, autore dell'articolo sul "New Yorker" che a ottobre fece luce sullo scandalo, di avere altri nomi in canna.
"Se volessi potrei far esplodere il mondo. Ma il mio scopo era solo svegliare coscienze e menti. Ho raccontato solo una parte sterilizzata della mia vita, più dura di così. Certo Ronan ascolta e capisce più di altri. Ma anche lui hai suoi interessi. Ad avermi compresa, semmai, è molta gente comune".

Ha avuto numerosi attestati di solidarietà?
"Soprattutto da estranei. Uomini e donne".

Chi le è stato più vicino?
"Mia zia Rory. E Asia Argento: abbiamo parlato tanto di cosa significhi esporsi. Voi media italiani l'avete massacrata: come per anni gli americani hanno fatto con me, con
la differenza che Weinstein li pagava per denigrarmi".

Repubblica ha preso posizione pubblicando la lettera di solidarietà di 120 attrici italiane, poi quella di oltre 100 giornaliste...
"E di questo vi sono grata. Ogni attestato di solidarietà conta; la solidarietà richiede coraggio".

Perché denunciare è così difficile?
"Guardare alle umiliazioni subite non è facile. Svelare molestie e stupri è come gettare una molotov in una stanza. Mette fine alla tua vita così come la conosci".

Della lettera delle attrici francesi contro il movimento MeToo cosa pensa?
"Che forse anche Catherine Deneuve fatica a guardarsi indietro. Vivono nella menzogna che io ho rifiutato. Ma per la cronaca io non appartengo al MeToo".

#MeToo è l'hashtag lanciato dalla sua amica Alyssa Milano...
"Collega, non amica. E non lo ha inventato lei ma Tarana Burke nel 2006. Riconosco però che nell'era dei social ha dato la possibilità di usare un nuovo linguaggio per dire
"è successo anche a me"".

Ha visto gli Oscar?
"No. Perché avrei dovuto? È tutto così finto. Mentono per proteggere il loro status quo. Sono una setta anche loro, un culto molto pericoloso: hanno influenza sul mondo".

Non pensa che col fondo Time's Up le attrici di Hollywood stanno cercando di fare qualcosa di concreto?
"Non andranno lontano. Sono legate ai loro agenti, spesso molestatori che ora si nascondono. Non dubito ci siano persone in buona fede. Ma forse non conoscono quel mondo come lo conosco io".

Lo scandalo, il libro, un documentario. E ora?
"Ora vivo. Provo a rimettere insieme la mia vita. Faccio fotografie. Ho diretto Dawn, nominato al Sundance per il premio della giuria nel 2014. E ho inciso anche un disco. La vita ricomincia per me".


Asia Argento "In Italia sono solo una che non vale uno stupro". Intervista di Alberto D'Argenio

Asia Argento 

BRUXELLES. Registra, conserva il nastro perché se scrivi qualcosa di diverso da quello che dico poi vedi...".
Asia Argento è seduta al bar del Parlamento europeo di Bruxelles. Mickey Mouse, si chiama la sala per via delle sedie colorate che la riempiono. Nome che stride con lo stato d'animo dell'attrice che per prima lo scorso settembre ha denunciato Harvey Weinstein. "Sono qui per portare la testimonianza di quello che ho vissuto e di come solo in Italia la mia storia è stata deformata: dicevano che non ero stata violentata, che una come me non merita nemmeno di essere stuprata".

Primo pomeriggio, vigilia dell'8 marzo, l'Europarlamento celebra la giornata internazionale delle donne. Asia ha il piglio determinato, l'aggressività di chi ha sofferto emerge così come qualche tatuaggio sfugge dalla giacca scura. È tutto un conflitto tra garbo e rabbia. L'intervista era stata programmata per raccontare la sua proposta di allungare i tempi di prescrizione per le denunce di violenze sessuali. Ma Asia è un fiume in piena, del tema parlerà di sfuggita.

Come sono stati gli ultimi mesi?
"Non so se riuscirò mai a guarire questa ferita, la violenza mi ha cambiato profondamente. Sono diventata scontrosa, non mi fido più di nessuno, votata
alla solitudine. Ancora mi fa male parlarne. Rivivere il trauma sotto gli occhi di tutti è stato quasi peggio di allora. Sono caduta in una enorme depressione non solo per come sono stata trattata in Italia, ma perché ho rivissuto il trauma, anche nel mio corpo: tremavo, così come tremavo durante lo stupro. Ecco, questo tremore del corpo, questa paura del mondo, questo sentirsi terribilmente soli...".

Chi le è stato vicino?
"Il mio compagno, e poi mi sono ripresa grazie al movimento #MeToo e ai movimenti femministi in giro per il mondo". Poco dopo Asia racconterà
al seminario organizzato dall'Europarlamento la difficoltà di mettere al corrente la famiglia, la figlia di 16 anni e il figlio di 9, il padre Dario Argento ("non sapeva nulla") dello stupro del 1997 poco prima che la sua storia uscisse sul New Yorker.

Come si è spiegata gli attacchi in Italia?
"Sono sempre stata vista come una persona troppo disinibita, fuori dal coro. Ho pagato il prezzo dell'indipendenza. E poi c'è un enorme problema culturale:
per loro non ero la vittima perfetta, l'agnellino sacrificale che è la donna che cammina per strada. Solo lei può essere stuprata".

L'hanno criticata per non avere denunciato subito Weinstein: come risponde?
"Che a vent'anni non avrei potuto farlo, non era facile parlarne, non era facile nemmeno ammetterlo con me stessa. Uno si sente in colpa".

Cosa l'ha spinta a parlare?
"Non l'avrei fatto, ma poi mi ha chiamato Ronan Farrow che non so come aveva scoperto la mia storia, il mio segreto più oscuro. In quel momento mi sono sentita in dovere di parlare, soprattutto quando ho saputo che erano coinvolte altre vittime. Così ho denunciato Weinstein e ho rischiato tutto perché se le altre donne non mi avessero seguito lui avrebbe potuto rovinarmi. Quando ho saputo che aveva assoldato delle spie ho capito di avere rischiato la vita".

Come si può migliorare la condizione delle donne?
"Con un lavoro contro questa cultura sessista e patriarcale. Certo, ci sono anche le madri che trattano i figli maschi in modo diverso dalle figlie femmine. Bisogna partire dalle famiglie, dalle scuole. Difficile in Italia dove la misoginia è così radicata. Basta vedere Berlusconi, come le sue tv rappresentano le donne: se le ragazze hanno come punto di riferimento le veline come potranno dimostrare di essere brillanti e intelligenti?".

Cosa consiglia alle ragazze che subiscono una violenza?
"I media italiani dicevano che ero una troia, che me l'ero cercata. Un pessimo messaggio per chi vuole denunciare: hanno detto loro che non saranno credute, che saranno umiliate. E non mi sento di dirgli di andare dalla polizia dopo che a Firenze i Carabinieri hanno interrogato per 15 ore due ragazze chiedendo loro se fossero attratte dagli uomini in divisa
e se portavano le mutandine. Per questo dico alle vittime di andare dai gruppi femministi dove troveranno avvocati che le proteggeranno gratuitamente. Inoltre in Italia c'è una prescrizione per le molestie di tre mesi e per lo stupro di sei mesi. Poi la denuncia non è più valida. Questi termini vanno cambiati, è troppo poco tempo per elaborare un trauma così grave e uscire allo scoperto".

Poco dopo questa intervista Asia si aprirà pubblicamente. La sua testimonianza verrà salutata da un forte applauso che lei ricambierà, scossa, con una lacrima. E a chi chiederà se ha perdonato Weinstein risponderà: "No, noi vogliamo giustizia. Quell'uomo è ancora là fuori, è in una spa, altro che clinica, e non c'è nessuna cura per quelli come lui. Sono come i serial killer, non cambiano mai".