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Sulle tracce delle passioni di Tabucchi

Il Portogallo, le polemiche, gli amici e gli allievi. A sei anni dalla morte, l’autore di “Requiem” è raccontato in un film
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Di tutto resta un poco è il titolo del volume curato da Anna Dolfi che raccoglie molti scritti sparsi di Antonio Tabucchi. Uscì postumo, ma Tabucchi ebbe modo di seguirlo per quel che poteva, arrivando a suggerire un’idea di titolo: andava preso da una poesia di Carlos Drummond de Andrade, da lui stesso tradotta tanti anni prima. Ora quel titolo viene riusato dagli autori di un documentario “sulle tracce di Antonio Tabucchi” che si può vedere in anteprima a Tempo di Libri. Il documentario, prodotto da LaF, sarà nei cinema il 17 aprile, per poi arrivare in prima tv assoluta sul LaF (Sky 139) il 25 aprile.

C’è un fatto da sottolineare subito: sono stati dei giovani (Diego Perucci, Giuseppe Cassaro e Samuele Rossi) a voler realizzare questo documentario che è un omaggio, ma anche una appropriazione: la non semplice appropriazione, da parte di una nuova generazione, di uno scrittore che è sempre altrove, in ogni sen…
Di tutto resta un poco è il titolo del volume curato da Anna Dolfi che raccoglie molti scritti sparsi di Antonio Tabucchi. Uscì postumo, ma Tabucchi ebbe modo di seguirlo per quel che poteva, arrivando a suggerire un’idea di titolo: andava preso da una poesia di Carlos Drummond de Andrade, da lui stesso tradotta tanti anni prima. Ora quel titolo viene riusato dagli autori di un documentario “sulle tracce di Antonio Tabucchi” che si può vedere in anteprima a Tempo di Libri. Il documentario, prodotto da LaF, sarà nei cinema il 17 aprile, per poi arrivare in prima tv assoluta sul LaF (Sky 139) il 25 aprile.

C’è un fatto da sottolineare subito: sono stati dei giovani (Diego Perucci, Giuseppe Cassaro e Samuele Rossi) a voler realizzare questo documentario che è un omaggio, ma anche una appropriazione: la non semplice appropriazione, da parte di una nuova generazione, di uno scrittore che è sempre altrove, in ogni senso, a cominciare da quello letterario. Ecco allora la macchina da presa frugare nei luoghi: Vecchiano, il paese natale in provincia di Pisa; Parigi, la città che oggi ospita i suoi archivi, dove lo studente Tabucchi passò un anno nel 1964 incontrando un poema di Pessoa tradotto in francese, Bureau de tabac, che segnò il suo destino di studioso e di nomade; Lisbona, dove si sarebbe sposato con Maria José de Lancastre e dove avrebbe vissuto parte della sua vita e dove sarebbe morto nel marzo di sei anni fa. 

Alle immagini dei luoghi, che si incrociano tra loro diverse volte, in una sorta di caleidoscopio, si alternano le voci e i volti degli amici di Tabucchi. I colleghi dell’università di Siena Antonio Prete e Antonio Melis parlano delle opere, dello scrittore, ma anche del suo impegno civile e politico. Un suo allievo, Riccardo Greco, discorre di una voce che si mette al servizio di chi la voce non ce l’ha. Per esempio gli zingari cui dedicò una memorabile battaglia, e qui c’è la testimonianza di don Alessandro Santoro della Comunità Le Piagge. Poi, a conferma, arriva fuori campo anche la voce di Antonio, per dire che lo scrittore è un’ antenna che deve captare le voci degli altri.

Le voci, le parole. Con le parole Tabucchi voleva essere preciso fino all’ossessione. Ricorda Paolo Di Paolo, che con lo scrittore curò Viaggi e altri viaggi, una notte insonne di Tabucchi passata a correggere anche l’ultima virgola del libro già consegnato all’editore il giorno prima. D’altra parte la notte gli apparteneva: Alfonso Diego Casella, che ha scritto un libro sulla Siena di Tabucchi, racconta l’abitudine di fare lunghe telefonate profittando di altri insonni come lui. E sono in molti a ricordare l’odio che si era tirato addosso con le sue prese di posizione civili e politiche. Non era iscritto a nessun partito e affrontava da solo le tempeste. Come quando, ricorda il figlio Michele, sostenne contro molti intellettuali francesi che Cesare Battisti non doveva essere protetto dall’estradizione essendosi macchiato di reati comuni e non certo d’opinione. Ancora freme il pittore Davide Benati accennando alla guerra che gli scatenò contro Giuliano Ferrara quando uscì Tristano muore. Era il 2004 e ogni giorno e per tanti giorni Il Foglio ospitò articoli sfottenti sotto la rubrica “Tabucco”. Era stato accusato di denigrare l’Italia, ma Antonio stesso ripeteva volentieri che la lingua italiana era il paese che lui abitava.

E il Portogallo? La moglie Maria José ricorda quando si incontrarono per la prima volta vicino a Lisbona negli anni Sessanta: non parlava ancora portoghese e preferiva esprimersi in francese. Era affascinato dal Portogallo, che allora era un paese arretrato e un po’ fuori dal mondo. C’era ancora la dittatura e bastavano cinque persone che parlassero insieme in una strada per destare sospetti. Antonio conobbe e frequentò poeti come Alexandre O’Neill che reagivano alle imposizioni usando l’arma dell’ironia. Poi, nel ’91, scrisse Requiem in portoghese. E con Sostiene Pereira raccontò la presa di coscienza di un giornalista di Lisbona nell’anno di grazia 1938. Pereira fu tradotto dovunque ed ebbe successo anche nei paesi dove ancora c’era una forma di governo autoritario, dice ancora Maria José. Antonio ripeteva: bisogna parlare, parlare finché è possibile perché poi un bel giorno avremo la bocca piena di terra. Fatalmente il documentario si chiude con un’immagine del cimitero di Lisbona, dove Tabucchi riposa tra gli scrittori portoghesi.