Non sono belle e neppure giovani. Nulla a che vedere con le femme fatale, seduttive e manipolatrici degli anni di Raymond Chandler. Il loro compito non è quello di fare perdere il controllo al detective di turno. E non sono neppure rassicuranti, il tipo alla miss Marple, del giallo classico. Le donne che popolano la nuova scena del crimine italiano sono fragili, hanno momenti di blackout nei quali perdono la memoria, dimenticano i nomi delle cose o oscillano tra fasi maniacali e altre depressive. Non si prendono cura di sé, a volte nemmeno si guardano allo specchio. Oppure sono maltrattate dalla vita e inghiottono pillole per cancellare i sogni. Si muovono nel terreno delle ombre, cupe ed estreme. Personaggi complessi, spesso creati da donne, difficili da incasellare, che riscrivono la grammatica del genere.
L'ultima a rompere con la tradizione è Sara, la protagonista della nuova serie di Maurizio De Giovanni, uno scrittore che ci aveva abituato a personaggi …
L'ultima a rompere con la tradizione è Sara, la protagonista della nuova serie di Maurizio De Giovanni, uno scrittore che ci aveva abituato a personaggi …
Non sono belle e neppure giovani. Nulla a che vedere con le femme fatale, seduttive e manipolatrici degli anni di Raymond Chandler. Il loro compito non è quello di fare perdere il controllo al detective di turno. E non sono neppure rassicuranti, il tipo alla miss Marple, del giallo classico. Le donne che popolano la nuova scena del crimine italiano sono fragili, hanno momenti di blackout nei quali perdono la memoria, dimenticano i nomi delle cose o oscillano tra fasi maniacali e altre depressive. Non si prendono cura di sé, a volte nemmeno si guardano allo specchio. Oppure sono maltrattate dalla vita e inghiottono pillole per cancellare i sogni. Si muovono nel terreno delle ombre, cupe ed estreme. Personaggi complessi, spesso creati da donne, difficili da incasellare, che riscrivono la grammatica del genere.
L'ultima a rompere con la tradizione è Sara, la protagonista della nuova serie di Maurizio De Giovanni, uno scrittore che ci aveva abituato a personaggi un po' sgangherati come i Bastardi di Pizzofalcone, oppure dotati di un istinto straordinario come il commissario Ricciardi. In ogni caso sempre e solo uomini. Con Sara al tramonto invece ci presenta una donna che non vuole esistere. La figura minuta, i capelli grigi, i vestiti ordinari, le scarpe basse, gli occhi privi di espressione. Poliziotta in pensione, per anni ha lavorato in un'unità legata ai Servizi, giornate intere passate a rubare i segreti alle persone.
A forza di cogliere ogni minimo segno nella postura di un corpo, nell'espressione di un volto, in un movimento delle mani, ha cancellato sé stessa. È diventata invisibile. La notte tornano a farle visita nei sogni l'uomo che ha amato e il figlio che ha abbandonato. Per restare sveglia assume anfetamine. È persino tentata di ingoiarle tutte in una volta e risolvere il problema concedendosi per sempre al sonno. Costretta a tornare in azione per salvare la vita di una bambina, di giorno indaga insieme a uno sbirro un po' stropicciato che il caso le ha messo accanto. I ruoli si ribaltano: lui non ha zone grigie, lei è così inquietante che almeno all'inizio è difficile collocarla tra i buoni. È piena di contraddizioni, il passato è il pilastro della sua identità, l'ossatura che sorregge il personaggio.
Del resto nei noir quello che è accaduto prima, il motivo per cui un protagonista è così come ci viene descritto, ha un ruolo fondamentale, pari quasi all'intreccio. Per Libera, la fioraia del Giambellino protagonista dei gialli di Rosa Teruzzi, il passato è un buco nero nell'esistenza. La perdita del marito, la sua morte violenta e misteriosa vent'anni prima, vanifica i suoi sforzi per dimenticare. Lavora, se la cava abbastanza bene, eppure anche lei passa le notti insonni. Così, dopo essersi improvvisata detective per gli altri, nell'ultimo romanzo, Non si uccide per amore, trova il coraggio per indagare le sue zone d'ombra.
Anche Teresa Battaglia, il commissario che Ilaria Tuti ha fatto esordire nel romanzo Fiori sopra l'inferno, combatte con antiche ferite. È un commissario e profiler di grande esperienza, ma è una donna sola. "Ha scelto lei di esserlo", spiega l'autrice, "perché come molte donne che hanno subito violenza ha creato il vuoto attorno a sé, troncando con il mondo che la circondava". Noi la incontriamo a quasi sessant'anni, un'età piuttosto insolita per un personaggio letterario.
"Non è solo nel cinema che le donne mature faticano a trovare ruoli. Accade anche nei thriller. Le detective tra i trenta e i quarant'anni sono attraenti e forti. Io volevo qualcosa di diverso". Una donna fragile e tenace allo stesso tempo, come insegna Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona creata da Alicia Giménez-Bartlett. Solo che, mentre lei evita la trappola del detective sentimentalmente disadattato, scegliendo in terze nozze un uomo solido e tranquillo, il commissario Battaglia ha altri incubi con cui combattere. Non c'è solo il passato a turbarla, qualcosa di spaventoso le sta accadendo: ha momenti di assenza, vuoti di memoria, attimi in cui non sa più dove si trova e non riconosce chi gli sta accanto. "Ho voluto sporcare la mia protagonista con la realtà, le ho dato la malattia perché tutti prima o poi dobbiamo confrontarci con il tradimento del nostro corpo".
La sua fragilità nulla toglie alla forza del personaggio. Anzi, fa la differenza. Grazia Negro di Carlo Lucarelli non sarebbe stata la stessa senza le paure che accompagnano le sue indagini. Neppure Giorgia Cantini, la detective di Grazia Verasani, sarebbe stata credibile senza quel dubbio strisciante di avere sprecato la propria vita. È come se le donne detective rivendicando le proprie imperfezioni fisiche e morali raggiungessero un'intensità psicologica maggiore. Ovvio che gli scrittori e le scrittrici calchino la mano, arrivando fin quasi al confine della follia. Aurora Scalviati, profiler della polizia italiana nata dalla penna di Barbara Baraldi, soffre di un disturbo bipolare che cerca di dominare attraverso i farmaci e le sedute clandestine di elettroshock. "Aurora riesce a comprendere le menti che vivono nell'ombra perché lei stessa vaga nell'ombra", racconta la scrittrice. "La sua diversità la costringe a utilizzare il pensiero laterale, le sue ossessioni la spingono a non accettare mai la verità più facile. È una donna malata che ha imparato a non arrendersi". Nel nuovo romanzo, Osservatore oscuro, deve fermare un serial killer che ha intenzione di uccidere le persone a lei vicine. Per salvarle la profiler è costretta a condurre una doppia battaglia: contro chi non le crede e contro i demoni della propria mente. È l'intuito ad aiutarla.
Accade sempre. Le detective hanno la capacità di sentire quello che si muove sotto la superficie delle cose. A volte faticano ad accettarlo, non vogliono rinunciare alla logica e finiscono con il dare una spiegazione razionale a quello che razionale non è. L'ispettore capo Micol Medici annota tutto, costruisce alberi genealogici, riempie di pizzini i suoi collaboratori, ha una fiducia assoluta nella razionalità eppure la notte viene visitata da presenze inquietanti. Sono donne scomparse, uccise anni prima e mai ritrovate, sono Le spose sepolte che danno il titolo al nuovo romanzo di Marilù Oliva. "Micol si sveglia piena di angoscia", spiega l'autrice, "ma poi razionalizza: non sono sogni premonitori, è solo l'inconscio che porta a galla elementi trascurati durante il giorno". Ammettere che ci sia qualcosa in più del resto sarebbe un errore: cosa penserebbero di lei i colleghi uomini? "Deve farsi valere, le viene rimproverato persino il fatto di non curare il proprio aspetto". Non si trucca, si lega i capelli di fretta. "Però ha qualcosa di materno, di accudente, almeno nei confronti della madre".
La sua protagonista precedente, la scatenata Guerrera, neppure quello: "No, lei era decisamente sopra le righe, spezzava ogni cliché: bassina, con la pelle butterata, fumava e beveva moltissimo, si portava a letto chi voleva senza pensarci troppo. Insomma, aveva comportamenti che per la mentalità corrente spesso sono accettabili in un uomo e urticanti in una donna". Quando debuttò sulla scena del crimine, molti lessero nei suoi eccessi un riflesso di Lisbeth Salander, l'hacker tatuata di Millennium, danneggiata da chi le stava vicino quando era solo una bambina, antisociale e scontrosa se non instabile mentalmente. "Lisbeth è uno dei personaggi letterari più affascinanti degli ultimi dieci anni, ma in realtà il mio modello è stata Lady Oscar", eroina ambigua per eccellenza, icona di chi non vuole etichette. Chi invece con i cliché del giallo ci gioca, e proprio per amore nei confronti dei grandi maestri dell'hard boiled, è Vani Sarca, la ghostwriter un po' asociale che Alice Basso trasforma in detective. Nella sua nuova indagine, La scrittrice del mistero, affianca il commissario Berganza, copia vivente dei protagonisti di Raymond Chandler: impermeabile beige e sigaretta sempre in bocca. Il noir in questo caso non è arma di realismo critico, le atmosfere cupe si dissolvono per lasciare posto a una penna ironica e a una certa dose di romanticismo. Nulla di estremo, di certo molto originale. In ogni caso, pur riflettendo sfumature di giallo così diverse, le donne detective fanno quello che da sempre il crimine letterario ambisce a fare: mettere a nudo la complessità dell'animo umano. Non solo dei cattivi, ma anche di chi il male è costretto a guardarlo in faccia.
L'ultima a rompere con la tradizione è Sara, la protagonista della nuova serie di Maurizio De Giovanni, uno scrittore che ci aveva abituato a personaggi un po' sgangherati come i Bastardi di Pizzofalcone, oppure dotati di un istinto straordinario come il commissario Ricciardi. In ogni caso sempre e solo uomini. Con Sara al tramonto invece ci presenta una donna che non vuole esistere. La figura minuta, i capelli grigi, i vestiti ordinari, le scarpe basse, gli occhi privi di espressione. Poliziotta in pensione, per anni ha lavorato in un'unità legata ai Servizi, giornate intere passate a rubare i segreti alle persone.
A forza di cogliere ogni minimo segno nella postura di un corpo, nell'espressione di un volto, in un movimento delle mani, ha cancellato sé stessa. È diventata invisibile. La notte tornano a farle visita nei sogni l'uomo che ha amato e il figlio che ha abbandonato. Per restare sveglia assume anfetamine. È persino tentata di ingoiarle tutte in una volta e risolvere il problema concedendosi per sempre al sonno. Costretta a tornare in azione per salvare la vita di una bambina, di giorno indaga insieme a uno sbirro un po' stropicciato che il caso le ha messo accanto. I ruoli si ribaltano: lui non ha zone grigie, lei è così inquietante che almeno all'inizio è difficile collocarla tra i buoni. È piena di contraddizioni, il passato è il pilastro della sua identità, l'ossatura che sorregge il personaggio.
Del resto nei noir quello che è accaduto prima, il motivo per cui un protagonista è così come ci viene descritto, ha un ruolo fondamentale, pari quasi all'intreccio. Per Libera, la fioraia del Giambellino protagonista dei gialli di Rosa Teruzzi, il passato è un buco nero nell'esistenza. La perdita del marito, la sua morte violenta e misteriosa vent'anni prima, vanifica i suoi sforzi per dimenticare. Lavora, se la cava abbastanza bene, eppure anche lei passa le notti insonni. Così, dopo essersi improvvisata detective per gli altri, nell'ultimo romanzo, Non si uccide per amore, trova il coraggio per indagare le sue zone d'ombra.
Anche Teresa Battaglia, il commissario che Ilaria Tuti ha fatto esordire nel romanzo Fiori sopra l'inferno, combatte con antiche ferite. È un commissario e profiler di grande esperienza, ma è una donna sola. "Ha scelto lei di esserlo", spiega l'autrice, "perché come molte donne che hanno subito violenza ha creato il vuoto attorno a sé, troncando con il mondo che la circondava". Noi la incontriamo a quasi sessant'anni, un'età piuttosto insolita per un personaggio letterario.
"Non è solo nel cinema che le donne mature faticano a trovare ruoli. Accade anche nei thriller. Le detective tra i trenta e i quarant'anni sono attraenti e forti. Io volevo qualcosa di diverso". Una donna fragile e tenace allo stesso tempo, come insegna Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona creata da Alicia Giménez-Bartlett. Solo che, mentre lei evita la trappola del detective sentimentalmente disadattato, scegliendo in terze nozze un uomo solido e tranquillo, il commissario Battaglia ha altri incubi con cui combattere. Non c'è solo il passato a turbarla, qualcosa di spaventoso le sta accadendo: ha momenti di assenza, vuoti di memoria, attimi in cui non sa più dove si trova e non riconosce chi gli sta accanto. "Ho voluto sporcare la mia protagonista con la realtà, le ho dato la malattia perché tutti prima o poi dobbiamo confrontarci con il tradimento del nostro corpo".
La sua fragilità nulla toglie alla forza del personaggio. Anzi, fa la differenza. Grazia Negro di Carlo Lucarelli non sarebbe stata la stessa senza le paure che accompagnano le sue indagini. Neppure Giorgia Cantini, la detective di Grazia Verasani, sarebbe stata credibile senza quel dubbio strisciante di avere sprecato la propria vita. È come se le donne detective rivendicando le proprie imperfezioni fisiche e morali raggiungessero un'intensità psicologica maggiore. Ovvio che gli scrittori e le scrittrici calchino la mano, arrivando fin quasi al confine della follia. Aurora Scalviati, profiler della polizia italiana nata dalla penna di Barbara Baraldi, soffre di un disturbo bipolare che cerca di dominare attraverso i farmaci e le sedute clandestine di elettroshock. "Aurora riesce a comprendere le menti che vivono nell'ombra perché lei stessa vaga nell'ombra", racconta la scrittrice. "La sua diversità la costringe a utilizzare il pensiero laterale, le sue ossessioni la spingono a non accettare mai la verità più facile. È una donna malata che ha imparato a non arrendersi". Nel nuovo romanzo, Osservatore oscuro, deve fermare un serial killer che ha intenzione di uccidere le persone a lei vicine. Per salvarle la profiler è costretta a condurre una doppia battaglia: contro chi non le crede e contro i demoni della propria mente. È l'intuito ad aiutarla.
Accade sempre. Le detective hanno la capacità di sentire quello che si muove sotto la superficie delle cose. A volte faticano ad accettarlo, non vogliono rinunciare alla logica e finiscono con il dare una spiegazione razionale a quello che razionale non è. L'ispettore capo Micol Medici annota tutto, costruisce alberi genealogici, riempie di pizzini i suoi collaboratori, ha una fiducia assoluta nella razionalità eppure la notte viene visitata da presenze inquietanti. Sono donne scomparse, uccise anni prima e mai ritrovate, sono Le spose sepolte che danno il titolo al nuovo romanzo di Marilù Oliva. "Micol si sveglia piena di angoscia", spiega l'autrice, "ma poi razionalizza: non sono sogni premonitori, è solo l'inconscio che porta a galla elementi trascurati durante il giorno". Ammettere che ci sia qualcosa in più del resto sarebbe un errore: cosa penserebbero di lei i colleghi uomini? "Deve farsi valere, le viene rimproverato persino il fatto di non curare il proprio aspetto". Non si trucca, si lega i capelli di fretta. "Però ha qualcosa di materno, di accudente, almeno nei confronti della madre".
La sua protagonista precedente, la scatenata Guerrera, neppure quello: "No, lei era decisamente sopra le righe, spezzava ogni cliché: bassina, con la pelle butterata, fumava e beveva moltissimo, si portava a letto chi voleva senza pensarci troppo. Insomma, aveva comportamenti che per la mentalità corrente spesso sono accettabili in un uomo e urticanti in una donna". Quando debuttò sulla scena del crimine, molti lessero nei suoi eccessi un riflesso di Lisbeth Salander, l'hacker tatuata di Millennium, danneggiata da chi le stava vicino quando era solo una bambina, antisociale e scontrosa se non instabile mentalmente. "Lisbeth è uno dei personaggi letterari più affascinanti degli ultimi dieci anni, ma in realtà il mio modello è stata Lady Oscar", eroina ambigua per eccellenza, icona di chi non vuole etichette. Chi invece con i cliché del giallo ci gioca, e proprio per amore nei confronti dei grandi maestri dell'hard boiled, è Vani Sarca, la ghostwriter un po' asociale che Alice Basso trasforma in detective. Nella sua nuova indagine, La scrittrice del mistero, affianca il commissario Berganza, copia vivente dei protagonisti di Raymond Chandler: impermeabile beige e sigaretta sempre in bocca. Il noir in questo caso non è arma di realismo critico, le atmosfere cupe si dissolvono per lasciare posto a una penna ironica e a una certa dose di romanticismo. Nulla di estremo, di certo molto originale. In ogni caso, pur riflettendo sfumature di giallo così diverse, le donne detective fanno quello che da sempre il crimine letterario ambisce a fare: mettere a nudo la complessità dell'animo umano. Non solo dei cattivi, ma anche di chi il male è costretto a guardarlo in faccia.