Gli artenauti: così internet sta cambiando lo stato dell’arte
Gianni Santoro , Dario Pappalardo , di DARIO PAPPALARDO e GIANNI SANTOROC'era una volta la Street Art: ora basta uno streaming. E poi console al posto dei pennelli, realtà virtuale più reale del reale. Una svolta nata dal basso ma che è già mainstream come dimostrano gli ultimi show di Jeff Koons e Marina Abramovic. Perfino la fruizione sposa il modello del web con pagamenti in stile Netflix. L'ennesima moda? O una svolta senza ritorno?
Si esplora con un casco in testa, una consolle, o semplicemente immergendosi in video che rimandano a mondi alternativi, ma possibili. Il punto è che non stiamo più parlando di roba da nerd, geek o pionieri della Net Art che ammiccano agli amici hacker. L’arte è diventata virtuale.
Se Walter Benjamin oggi fosse qui, probabilmente butterebbe via il vecchio manoscritto e ricomincerebbe daccapo scrivendo qualcosa come “L’opera d’arte nell’epoca della sua smaterializzazione tecnica”. Perché la riproducibilità, ormai, è acqua passata. L’arte digitale vuole essere mainstream. Il mercato inizia a guardarla con attenzione. L’ultima frontiera del contemporaneo è ancora tutta da conquistare.
Nuove start up nascono e crescono con l’intento di sondare come quella che fino a poco fa era solo una nicchia anti-sistema possa trasformarsi in un affare da milioni di dollari. Se a muoversi è a…
Se Walter Benjamin oggi fosse qui, probabilmente butterebbe via il vecchio manoscritto e ricomincerebbe daccapo scrivendo qualcosa come “L’opera d’arte nell’epoca della sua smaterializzazione tecnica”. Perché la riproducibilità, ormai, è acqua passata. L’arte digitale vuole essere mainstream. Il mercato inizia a guardarla con attenzione. L’ultima frontiera del contemporaneo è ancora tutta da conquistare.
Nuove start up nascono e crescono con l’intento di sondare come quella che fino a poco fa era solo una nicchia anti-sistema possa trasformarsi in un affare da milioni di dollari. Se a muoversi è a…
Si esplora con un casco in testa, una consolle, o semplicemente immergendosi in video che rimandano a mondi alternativi, ma possibili. Il punto è che non stiamo più parlando di roba da nerd, geek o pionieri della Net Art che ammiccano agli amici hacker. L’arte è diventata virtuale.
Se Walter Benjamin oggi fosse qui, probabilmente butterebbe via il vecchio manoscritto e ricomincerebbe daccapo scrivendo qualcosa come “L’opera d’arte nell’epoca della sua smaterializzazione tecnica”. Perché la riproducibilità, ormai, è acqua passata. L’arte digitale vuole essere mainstream. Il mercato inizia a guardarla con attenzione. L’ultima frontiera del contemporaneo è ancora tutta da conquistare.
Nuove start up nascono e crescono con l’intento di sondare come quella che fino a poco fa era solo una nicchia anti-sistema possa trasformarsi in un affare da milioni di dollari. Se a muoversi è anche uno come Jeff Koons un motivo ci sarà. L’artista vivente più quotato sul pianeta è il capofila della scuderia di Acute Art, una delle prime gallerie di realtà virtuale fondata lo scorso anno dal collezionista svedese Gerard De Geer con suo figlio Jacob e Dado Valentic, mago del colore già sotto contratto con la Warner Bros. «Capire dove e come esporre questo tipo di arte è un continuo processo di apprendimento», dice De Geer che ha avuto l’idea di scritturare non solo nativi digitali, ma anche nomi consolidati del firmamento dell’arte non virtuale: dal danese Olafur Eliasson allo scultore inglese Antony Gormely. E, ovviamente, Koons che ha da poco prodotto Phryne, un video con protagonista una ballerina di metallo scintillante, simile a quello adoperato per le opere “vere” (Balloon Dog in testa), animata in 3D.
Ma non solo. A fine marzo, la realtà virtuale ha invaso Art Basel a Hong Kong, dove Acute ha presentato i primi lavori “del terzo tipo” firmati da Marina Abramovic e da Anish Kapoor. La regina delle performance ha creato con il video Rising un suo alter ego digitale che invita gli spettatori a salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica. Marina chiede al pubblico di unire la mano con la sua, ma a differenza del celebre e molto fisico exploit del 2010 al MoMA – quando restò seduta otto ore al giorno per tre mesi di fila – in questo caso The artist is not present.
E i prezzi? Al momento Acute chiede ai clienti di sottoscrivere un abbonamento con cifre contenute (29,99 dollari quello annuale) per visualizzare le opere sulla piattaforma web. È una soluzione alla Netflix che punta a raggiungere un vasto pubblico. Non tutti, però, adottano la stessa strategia. Khora Contemporary, una compagnia di Copenhagen lanciata nel 2017 durante la Biennale di Venezia, offre opere virtuali di artisti quotati come Paul McCarthy e Tony Oursler a tariffe che oscillano tra i quindicimila e i trecentomila dollari. Alla fiera di Hong Kong, il cinese Yu Hong vendeva il suo video She’s already gone in edizione limitata di otto copie a centomila dollari l’una.
Se per capire di che cosa stiamo parlando si può dare un’occhiata alla mostra Artistes & Robots aperta non in uno spazio off ma al Grand Palais di Parigi (fino al 9 luglio), gli Artenauti hanno invaso anche l’Italia. Da pochi giorni le Officine Grandi Riparazioni di Torino ospitano Learn & Play! teamLab Future Park, il primo progetto permanente in Europa di teamLab, il collettivo di sviluppatori giapponesi già presente a Expo 2015. In un ambiente digitale immersivo e interattivo i bambini dai tre ai dieci anni possono esplorare il confine tra arte e tecnologia. Meglio iniziare presto. A Roma dal 14 aprile (al Mattatoio fino al 12 maggio) il festival Outdoor, nato nel 2010 con la street art, quest’anno è attivissimo sul fronte del digitale. Perché i muri veri ormai sono sempre più influenzati da quelli virtuali. E il passo dallo spazio reale a quello virtuale è breve. «Facebook e Instagram sono diventati imprescindibili per i giovani artisti», spiega il curatore Christian Omodeo. «Il responso della comunità virtuale cambia il modo di realizzare le opere. Gli street artist creano anche per la Rete e il fatto che i loro lavori in strada possono essere postati online influenza la scelta degli spazi e dei colori in funzione della photo opportunity». Emblematico è il percorso di Good Guy Boris, iniziato con le bombolette spray a dodici anni in Bulgaria, proseguito per le strade d’Europa e approdato ai lidi immateriali di video e animazioni 3D, lanciando a Eindhoven nel 2017 la mostra #ViralVandals, sulla “second life” dei graffiti. In attesa della conversione di Banksy, l’omologo francese Invader ha celebrato lo scorso anno la sua carriera al Musée en Herbe di Parigi con il progetto Hello My Game Is… dove i bambini sono stati invitati a giocare con i videogiochi vintage che l’hanno ispirato e a studiare la mappa delle sue opere. Ovviamente virtuale.
Ma la rivoluzione intangibile si consuma anche fuori da musei e gallerie. Nel cinema è solo all’inizio: Netflix sta strappando i film, anche quelli delle grandi produzioni e degli studios, alle sale cinematografiche, di fatto bypassando la filiera. Ma anche lo schermo più piccolo è stravolto: senza contare la palestra che YouTube rappresenta per le aspiranti star del Tubo, la piattaforma è diventata anche canale unico per molte webserie che sul web nascono e sul web quasi sempre restano. Anzi: quando i fenomeni tentano di uscire dal seminato, vedi i tentativi cinematografici dei Pills e dei Jackal, il rischio di non sapere tradurre altrove una comunicazione fatta per il web è grande.
Ora ci provano quelli del Terzo Segreto di Satira, in sala il 17 maggio con Si muore tutti democristiani. Nel teatro ci sono piattaforme per l’esperienza online, come digitaltheatre.com, progetti di teatro in streaming sui social come “DIRETTAmente in SCENA” e gruppi come quello degli Oblivion che ai palcoscenici alternano pillole pensate per la rete. Nella musica poi il web è ormai dato per scontato: in rete la musica si compra, si ascolta, si realizza. L’industria discografica spesso cerca online i nuovi talenti, magari attingendo a quel bacino infinito che sono i social network: più facile cercare di far funzionare un fenomeno che un pubblico già ce l’ha piuttosto che tentare di farlo crescere. Del resto, gli mp3 hanno 25 anni, Napster ha rivoluzionato la musica quasi venti anni fa, il negozio virtuale iTunes Store 15 anni fa. Ma non finiranno qui i cambiamenti: Daniel Ek, CEO di Spotify, la piattaforma streaming che compie dieci anni a ottobre e ha debuttato in borsa, ha promesso agli utenti di lavorare per la liberazione dagli intermediari tra creatori della musica e fan. Già ora è difficile imbrigliare di nuovo gli artisti all’interno delle gabbie della discografia canonica. Due esempi a caso di fenomeni recenti: Liberato, il cantante senza volto di Napoli, le sue canzoni-evento neanche le vende ma le pubblica solamente su YouTube e Spotify; Carl Brave x Franco 126, rapper trasteverini diventati un caso nazionale, appena finiscono un brano non aspettano di sottoporlo alla normale trafila discografica ma lo caricano direttamente su YouTube.
La prova del nove perché una carriera decolli, però, si dirà, rimane l’esibizione dal vivo. Ma la tecnologia e l’evoluzione della rete stanno cambiando anche il rituale del live. Oggi bastano un dispositivo dotato di camera – smartphone, tablet o pc – e un account per organizzare un concerto. “Hai una webcam? Allora con pochi clic puoi creare un evento dal vivo tutto tuo”. YouTube con la funzione “Live streaming” dà la possibilità di trasmettere in diretta le esibizioni. E anche se non tutti hanno la possibilità di raggiungere la cifra record di 72 milioni di utenti unici raccolti dal matrimonio del principe britannico William con Kate Middleton, gli streaming live di eventi musicali sono in costante crescita. Dove non arriva YouTube bastano i follower di un qualsiasi account di un social network per avere un pubblico in target: su Twitter c’è Periscope, Facebook ha il suo live, Instagram anche permette video in diretta. Nel mare magnum degli eventi allora c’è chi inizia a cercare di mettere ordine. Come Livelist, guida agli eventi musicali in diretta streaming. Ironia: il suo CEO, Allen Sanford, è anche proprietario di un locale “vero”, con tanto di muri portanti e sottobicchieri per birra, a Hermosa Beach, California. «Entro un paio di anni tutti i festival saranno anche in streaming», diceva nel 2017 a Forbes.
La sfida però è un’altra: superare definitivamente l’idea che, dopo il grande schermo del cinema e il piccolo schermo della tv, gli schermi variabili dei dispositivi collegati a internet non facciano altro che isolare gli utenti. La sfida, insomma, è mettere in collegamento: unire. Come è successo alla band indipendente Superorganism, assortita come una vecchia barzelletta – giapponesi, americani e neozelandesi – che ha creato la sua musica online, comunicando su Skype. Il trono di “prima internet band” però lo reclamano a gran voce i ClipBandits, autori di Internet Killed the Video Star, che si conoscevano solo con i loro nomi di utenti di YouTube. Dodici anni fa. Non hanno fatto molta strada. Da allora tutto è diventato più facile per creare collaborazioni online e formare band a distanza, con siti e community come Bandhub, Splice, MyOnlineBand e DigitalMusician. La bacheca è virtuale.
“Music makes the people come together”, cantava Madonna agli albori del nuovo millennio, nel 2000, una rivoluzione fa. E sembra essere ancora così volendo credere all’idea di Tomorrowland. Il festival di musica elettronica è nato nel 2005 in Belgio, vicino alla cittadina di Boom, poco più di 16.000 abitanti, che da allora ha visto transitare nei mesi di luglio circa due milioni di persone intenzionate a divertirsi. Ma la domanda continuava a crescere, così gli organizzatori hanno ideato un evento nell’evento: Unite with Tomorrowland. Quest’anno il 28 luglio anche Abu Dhabi, Libano, Malta, Messico, Spagna e Taiwan potranno seguire la serata clou. E anche l’Italia, al Parco di Monza, già sold out. Come? In streaming. I dj saranno ascoltati e ballati contemporaneamente in tutte le location. “Unite” è il motto dell’evento. E gli ideatori del Tomorrowland si presentano così: “We are the people of Tomorrow”, “siamo le persone del domani”. Ma domani è già oggi.
O addirittura ieri. Fu Pietro Grossi, considerato un pioniere della computer music, a realizzare quella che viene considerata la prima esperienza di “telematica musicale”, un evento di audio streaming, che mise in collegamento la Fondazione Manzù di Rimini e il Centro Nazionale Universitario di Calcolo elettronico di Pisa. Una specie di concerto elettronico via linea telefonica. Era il 1970.
Se Walter Benjamin oggi fosse qui, probabilmente butterebbe via il vecchio manoscritto e ricomincerebbe daccapo scrivendo qualcosa come “L’opera d’arte nell’epoca della sua smaterializzazione tecnica”. Perché la riproducibilità, ormai, è acqua passata. L’arte digitale vuole essere mainstream. Il mercato inizia a guardarla con attenzione. L’ultima frontiera del contemporaneo è ancora tutta da conquistare.
Nuove start up nascono e crescono con l’intento di sondare come quella che fino a poco fa era solo una nicchia anti-sistema possa trasformarsi in un affare da milioni di dollari. Se a muoversi è anche uno come Jeff Koons un motivo ci sarà. L’artista vivente più quotato sul pianeta è il capofila della scuderia di Acute Art, una delle prime gallerie di realtà virtuale fondata lo scorso anno dal collezionista svedese Gerard De Geer con suo figlio Jacob e Dado Valentic, mago del colore già sotto contratto con la Warner Bros. «Capire dove e come esporre questo tipo di arte è un continuo processo di apprendimento», dice De Geer che ha avuto l’idea di scritturare non solo nativi digitali, ma anche nomi consolidati del firmamento dell’arte non virtuale: dal danese Olafur Eliasson allo scultore inglese Antony Gormely. E, ovviamente, Koons che ha da poco prodotto Phryne, un video con protagonista una ballerina di metallo scintillante, simile a quello adoperato per le opere “vere” (Balloon Dog in testa), animata in 3D.
Ma non solo. A fine marzo, la realtà virtuale ha invaso Art Basel a Hong Kong, dove Acute ha presentato i primi lavori “del terzo tipo” firmati da Marina Abramovic e da Anish Kapoor. La regina delle performance ha creato con il video Rising un suo alter ego digitale che invita gli spettatori a salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica. Marina chiede al pubblico di unire la mano con la sua, ma a differenza del celebre e molto fisico exploit del 2010 al MoMA – quando restò seduta otto ore al giorno per tre mesi di fila – in questo caso The artist is not present.
E i prezzi? Al momento Acute chiede ai clienti di sottoscrivere un abbonamento con cifre contenute (29,99 dollari quello annuale) per visualizzare le opere sulla piattaforma web. È una soluzione alla Netflix che punta a raggiungere un vasto pubblico. Non tutti, però, adottano la stessa strategia. Khora Contemporary, una compagnia di Copenhagen lanciata nel 2017 durante la Biennale di Venezia, offre opere virtuali di artisti quotati come Paul McCarthy e Tony Oursler a tariffe che oscillano tra i quindicimila e i trecentomila dollari. Alla fiera di Hong Kong, il cinese Yu Hong vendeva il suo video She’s already gone in edizione limitata di otto copie a centomila dollari l’una.
Se per capire di che cosa stiamo parlando si può dare un’occhiata alla mostra Artistes & Robots aperta non in uno spazio off ma al Grand Palais di Parigi (fino al 9 luglio), gli Artenauti hanno invaso anche l’Italia. Da pochi giorni le Officine Grandi Riparazioni di Torino ospitano Learn & Play! teamLab Future Park, il primo progetto permanente in Europa di teamLab, il collettivo di sviluppatori giapponesi già presente a Expo 2015. In un ambiente digitale immersivo e interattivo i bambini dai tre ai dieci anni possono esplorare il confine tra arte e tecnologia. Meglio iniziare presto. A Roma dal 14 aprile (al Mattatoio fino al 12 maggio) il festival Outdoor, nato nel 2010 con la street art, quest’anno è attivissimo sul fronte del digitale. Perché i muri veri ormai sono sempre più influenzati da quelli virtuali. E il passo dallo spazio reale a quello virtuale è breve. «Facebook e Instagram sono diventati imprescindibili per i giovani artisti», spiega il curatore Christian Omodeo. «Il responso della comunità virtuale cambia il modo di realizzare le opere. Gli street artist creano anche per la Rete e il fatto che i loro lavori in strada possono essere postati online influenza la scelta degli spazi e dei colori in funzione della photo opportunity». Emblematico è il percorso di Good Guy Boris, iniziato con le bombolette spray a dodici anni in Bulgaria, proseguito per le strade d’Europa e approdato ai lidi immateriali di video e animazioni 3D, lanciando a Eindhoven nel 2017 la mostra #ViralVandals, sulla “second life” dei graffiti. In attesa della conversione di Banksy, l’omologo francese Invader ha celebrato lo scorso anno la sua carriera al Musée en Herbe di Parigi con il progetto Hello My Game Is… dove i bambini sono stati invitati a giocare con i videogiochi vintage che l’hanno ispirato e a studiare la mappa delle sue opere. Ovviamente virtuale.
Ma la rivoluzione intangibile si consuma anche fuori da musei e gallerie. Nel cinema è solo all’inizio: Netflix sta strappando i film, anche quelli delle grandi produzioni e degli studios, alle sale cinematografiche, di fatto bypassando la filiera. Ma anche lo schermo più piccolo è stravolto: senza contare la palestra che YouTube rappresenta per le aspiranti star del Tubo, la piattaforma è diventata anche canale unico per molte webserie che sul web nascono e sul web quasi sempre restano. Anzi: quando i fenomeni tentano di uscire dal seminato, vedi i tentativi cinematografici dei Pills e dei Jackal, il rischio di non sapere tradurre altrove una comunicazione fatta per il web è grande.
Ora ci provano quelli del Terzo Segreto di Satira, in sala il 17 maggio con Si muore tutti democristiani. Nel teatro ci sono piattaforme per l’esperienza online, come digitaltheatre.com, progetti di teatro in streaming sui social come “DIRETTAmente in SCENA” e gruppi come quello degli Oblivion che ai palcoscenici alternano pillole pensate per la rete. Nella musica poi il web è ormai dato per scontato: in rete la musica si compra, si ascolta, si realizza. L’industria discografica spesso cerca online i nuovi talenti, magari attingendo a quel bacino infinito che sono i social network: più facile cercare di far funzionare un fenomeno che un pubblico già ce l’ha piuttosto che tentare di farlo crescere. Del resto, gli mp3 hanno 25 anni, Napster ha rivoluzionato la musica quasi venti anni fa, il negozio virtuale iTunes Store 15 anni fa. Ma non finiranno qui i cambiamenti: Daniel Ek, CEO di Spotify, la piattaforma streaming che compie dieci anni a ottobre e ha debuttato in borsa, ha promesso agli utenti di lavorare per la liberazione dagli intermediari tra creatori della musica e fan. Già ora è difficile imbrigliare di nuovo gli artisti all’interno delle gabbie della discografia canonica. Due esempi a caso di fenomeni recenti: Liberato, il cantante senza volto di Napoli, le sue canzoni-evento neanche le vende ma le pubblica solamente su YouTube e Spotify; Carl Brave x Franco 126, rapper trasteverini diventati un caso nazionale, appena finiscono un brano non aspettano di sottoporlo alla normale trafila discografica ma lo caricano direttamente su YouTube.
La prova del nove perché una carriera decolli, però, si dirà, rimane l’esibizione dal vivo. Ma la tecnologia e l’evoluzione della rete stanno cambiando anche il rituale del live. Oggi bastano un dispositivo dotato di camera – smartphone, tablet o pc – e un account per organizzare un concerto. “Hai una webcam? Allora con pochi clic puoi creare un evento dal vivo tutto tuo”. YouTube con la funzione “Live streaming” dà la possibilità di trasmettere in diretta le esibizioni. E anche se non tutti hanno la possibilità di raggiungere la cifra record di 72 milioni di utenti unici raccolti dal matrimonio del principe britannico William con Kate Middleton, gli streaming live di eventi musicali sono in costante crescita. Dove non arriva YouTube bastano i follower di un qualsiasi account di un social network per avere un pubblico in target: su Twitter c’è Periscope, Facebook ha il suo live, Instagram anche permette video in diretta. Nel mare magnum degli eventi allora c’è chi inizia a cercare di mettere ordine. Come Livelist, guida agli eventi musicali in diretta streaming. Ironia: il suo CEO, Allen Sanford, è anche proprietario di un locale “vero”, con tanto di muri portanti e sottobicchieri per birra, a Hermosa Beach, California. «Entro un paio di anni tutti i festival saranno anche in streaming», diceva nel 2017 a Forbes.
La sfida però è un’altra: superare definitivamente l’idea che, dopo il grande schermo del cinema e il piccolo schermo della tv, gli schermi variabili dei dispositivi collegati a internet non facciano altro che isolare gli utenti. La sfida, insomma, è mettere in collegamento: unire. Come è successo alla band indipendente Superorganism, assortita come una vecchia barzelletta – giapponesi, americani e neozelandesi – che ha creato la sua musica online, comunicando su Skype. Il trono di “prima internet band” però lo reclamano a gran voce i ClipBandits, autori di Internet Killed the Video Star, che si conoscevano solo con i loro nomi di utenti di YouTube. Dodici anni fa. Non hanno fatto molta strada. Da allora tutto è diventato più facile per creare collaborazioni online e formare band a distanza, con siti e community come Bandhub, Splice, MyOnlineBand e DigitalMusician. La bacheca è virtuale.
“Music makes the people come together”, cantava Madonna agli albori del nuovo millennio, nel 2000, una rivoluzione fa. E sembra essere ancora così volendo credere all’idea di Tomorrowland. Il festival di musica elettronica è nato nel 2005 in Belgio, vicino alla cittadina di Boom, poco più di 16.000 abitanti, che da allora ha visto transitare nei mesi di luglio circa due milioni di persone intenzionate a divertirsi. Ma la domanda continuava a crescere, così gli organizzatori hanno ideato un evento nell’evento: Unite with Tomorrowland. Quest’anno il 28 luglio anche Abu Dhabi, Libano, Malta, Messico, Spagna e Taiwan potranno seguire la serata clou. E anche l’Italia, al Parco di Monza, già sold out. Come? In streaming. I dj saranno ascoltati e ballati contemporaneamente in tutte le location. “Unite” è il motto dell’evento. E gli ideatori del Tomorrowland si presentano così: “We are the people of Tomorrow”, “siamo le persone del domani”. Ma domani è già oggi.
O addirittura ieri. Fu Pietro Grossi, considerato un pioniere della computer music, a realizzare quella che viene considerata la prima esperienza di “telematica musicale”, un evento di audio streaming, che mise in collegamento la Fondazione Manzù di Rimini e il Centro Nazionale Universitario di Calcolo elettronico di Pisa. Una specie di concerto elettronico via linea telefonica. Era il 1970.