Addio a Winnie, icona dell’altro Sudafrica
Antonello Guerrera , Francesco Malgaroli , di ANTONELLO GUERRERA e FRANCESCO MALGAROLIMigliaia di persone salutano la vedova Mandela, eroina degli ultimi nonostante gli scandali
"Fino alla fine è stata in mezzo alla gente"
dal nostro inviato Antonello GuerreraJOHANNESBURG. "Winnie non è morta, si è moltiplicata", cantano alcune ragazze sugli spalti con il pugno alzato come faceva lei. Le donne sono le più commosse, ma anche le più estasiate da questa lunga commemorazione gospel all'Orlando stadium, alle porte di Soweto, il quartiere simbolo della rivolta di Mandela contro l'apartheid del vecchio Sudafrica.
Per "Mama", madre di una nazione e paladina femminile, arrivano a frotte dai sobborghi e da tutto il Paese, sugli autobus blu o a piedi, incescipando tra i rifiuti, le tende e le catapecchie del derelitto quartiere di Orlando. Molte indossano i tradizionali e squadrati vestiti "xhosa" (l'etnia bantu dei Mandela) e i "doeks", i copricapi avviluppati che portava sempre sulla sua testa ricciuta e testarda Mama, anzi "Mammona", come l'hanno ribattezz…
"Fino alla fine è stata in mezzo alla gente"
dal nostro inviato Antonello GuerreraJOHANNESBURG. "Winnie non è morta, si è moltiplicata", cantano alcune ragazze sugli spalti con il pugno alzato come faceva lei. Le donne sono le più commosse, ma anche le più estasiate da questa lunga commemorazione gospel all'Orlando stadium, alle porte di Soweto, il quartiere simbolo della rivolta di Mandela contro l'apartheid del vecchio Sudafrica.
Per "Mama", madre di una nazione e paladina femminile, arrivano a frotte dai sobborghi e da tutto il Paese, sugli autobus blu o a piedi, incescipando tra i rifiuti, le tende e le catapecchie del derelitto quartiere di Orlando. Molte indossano i tradizionali e squadrati vestiti "xhosa" (l'etnia bantu dei Mandela) e i "doeks", i copricapi avviluppati che portava sempre sulla sua testa ricciuta e testarda Mama, anzi "Mammona", come l'hanno ribattezzata ieri i suoi nipotini sull'enorme palco con maxischermi rock. Perché lei, Winnie Madikizela-Mandela, la seconda moglie di Nelson morta la settimana scorsa a 81 anni, qui resta un'icona inscalfibile, nonostante tutte le ombre che si è portata nelle tenebre.
Winnie era santa o peccatrice? "Mama non si tocca", "rispettatela o tacete", hanno detto o minacciato uno a uno familiari e ospiti che si sono alternati al microfono. Mangosuthu Buthelezi, leader del partito Inkatha Freedom Party, invece se l'è cavata così: "Come diceva Mandela, un santo non è qualcuno che non ha mai peccato, ma qualcuno che è morto provandoci". Doveva piovere, invece a fine commemorazione esce soltanto un po' di sole. Il nuovo arcobaleno del Sudafrica è ancora lontano.
Devi passare per Soweto per arrivare alla libertà
di FRANCESCO MALGAROLIPer qualcuno Soweto è il volto scuro, duro, violento davanti alla faccia serena di Johannesburg - lunare quello, solare l'altra. La storia è diversa e la senti quando ci si va. Il primo insediamento data 1891, poche baracche per 'i kaffir', 'i negri', poi dal '34 in avanti viene messa in piedi un'idea di città satellite. Nel '63, con un acronimo burocratico, il satellite fu nominate South Western Township, Soweto. E gli abitanti sono fieri di vivere lì. "Giusto o sbagliato che sia, devi passare per Soweto per raggiungere la libertà in Sudafrica", dice Niq Mhlogo, giornalista e narratore nato da quelle parti. Immagini il posto e ti viene in mente 16 giugno '76, il sobborgo di Orlando e le rivolte che, quasi vent'anni dopo, portano alle elezioni libere. Però ci sono anche le shebeen, locali gestiti una volta da donne, clandestini, dove si beve alcool, vino scadente e birra. Ci sono pistole, fucili, armi da taglio e lamette per finire una discussione virata in violenza e accanto cliniche per le emergenze o il Baragwanath, l'ospedale più grande del Sudafrica, alle porte della megalopoli. Ogni marciapiede racconta una storia, basta saper camminare, vedere e "interrogare, domandare", dice Mhlogo, basta ascoltare quel posto, acronimo diventato nome.