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Addio a Winnie, icona dell’altro Sudafrica

Migliaia di persone salutano la vedova Mandela, eroina degli ultimi nonostante gli scandali
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"Fino alla fine è stata in mezzo alla gente"

dal nostro inviato Antonello Guerrera
JOHANNESBURG. "Winnie non è morta, si è moltiplicata", cantano alcune ragazze sugli spalti con il pugno alzato come faceva lei. Le donne sono le più commosse, ma anche le più estasiate da questa lunga commemorazione gospel all'Orlando stadium, alle porte di Soweto, il quartiere simbolo della rivolta di Mandela contro l'apartheid del vecchio Sudafrica.

Per "Mama", madre di una nazione e paladina femminile, arrivano a frotte dai sobborghi e da tutto il Paese, sugli autobus blu o a piedi, incescipando tra i rifiuti, le tende e le catapecchie del derelitto quartiere di Orlando. Molte indossano i tradizionali e squadrati vestiti "xhosa" (l'etnia bantu dei Mandela) e i "doeks", i copricapi avviluppati che portava sempre sulla sua testa ricciuta e testarda Mama, anzi "Mammona", come l'hanno ribattezz…

"Fino alla fine è stata in mezzo alla gente"

dal nostro inviato Antonello Guerrera
JOHANNESBURG. "Winnie non è morta, si è moltiplicata", cantano alcune ragazze sugli spalti con il pugno alzato come faceva lei. Le donne sono le più commosse, ma anche le più estasiate da questa lunga commemorazione gospel all'Orlando stadium, alle porte di Soweto, il quartiere simbolo della rivolta di Mandela contro l'apartheid del vecchio Sudafrica.

Per "Mama", madre di una nazione e paladina femminile, arrivano a frotte dai sobborghi e da tutto il Paese, sugli autobus blu o a piedi, incescipando tra i rifiuti, le tende e le catapecchie del derelitto quartiere di Orlando. Molte indossano i tradizionali e squadrati vestiti "xhosa" (l'etnia bantu dei Mandela) e i "doeks", i copricapi avviluppati che portava sempre sulla sua testa ricciuta e testarda Mama, anzi "Mammona", come l'hanno ribattezzata ieri i suoi nipotini sull'enorme palco con maxischermi rock. Perché lei, Winnie Madikizela-Mandela, la seconda moglie di Nelson morta la settimana scorsa a 81 anni, qui resta un'icona inscalfibile, nonostante tutte le ombre che si è portata nelle tenebre.
(ansa)
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Il lutto per Winnie durerà dieci giorni. Ieri, a Johannesburg, si è consumato il primo atto di un'enorme catarsi collettiva, nazionale e politica (i funerali si terranno dopodomani). La celebrazione doveva tenersi qui, nella parte povera, simbolica, più popolare della città, a pochi metri dal cosmo ribelle di Mandela e dalla casa dell'arcivescovo Desmond Tutu a Velakazi Street. Perché "Winnie, fino alla fine, è stata in mezzo alla gente", ripetono tutti.
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(afp)
Dalle lande desolate di Orlando e Soweto, lungo stradine scoscese, scolpite in una terra rossa come l'argilla, scorrono altri gruppi di pellegrini devoti a Frau Mandela. Alcuni hanno la maglietta "Hamba Khale, compagna Winnie", che in lingua xhosa significa "arrivederci". Altri hanno i vestiti sudici e sfrangiati come i disperati che ai bordi delle strade raccolgono avanzi della vita in sacchi con la scritta "zucchero raffinato bianco". Ma vogliono esserci ad ogni costo, così come Mary, vecchia con una passione da teenager, che da Dieplsoot - 30 chilometri da Johannesburg - è arrivata in stampelle. Fuori rimane solo una nuova generazione disinteressata, che prefisce spassarsela a bere alcool nei bar.Dentro invece, sul palco, ci sono tutti: le intere famiglie dei Mandela e dei Madikizela, anche le figlie di Winnie e Nelson, e cioè le ambasciatrici Zenani e Zindziswa, che però rimangono mute ad ascoltare perché così impone la tradizione xhosa per i parenti più stretti del defunto. Escludendo l'arcivescovo Gary Rivas sul palco e qualche giornalista, non c'è un bianco. Nemmeno uno.
Le figlie di Winnie e Nelson, Zenani e Zindzi Mandela (ansa)
Zanele Mandela, nipote di Winnie (ansa)
I vecchi Afrikaners e simili stanno abbandonando sempre più il Sudafrica post 1994. Cresce l'ipotesi di confische terrene senza compensazioni, come ha ripetuto ieri allo stadio anche Jesse Duarte, la vicesegretaria dell'African National Congress (Anc), il partito di Mandela al potere i cui colori (giallo, verde e nero) dominano gli spalti. Ma per lo storico e rivoluzionario movimento sudafricano ci sono stati tempi migliori. Il partito ha perso consensi, l'economia ancora singhiozza, il neo e ricco presidente Cyril Ramaphosa non convince tutti e il suo predecessore Jacob Zuma, dopo le dimissioni per sospetta corruzione, ha lasciato scorie politicamente tossiche.
Graca Machel, vedova di Nelson Mandela (afp)
In questo senso, la morte e il ricordo di Winnie Mandela sono anche un collante materno per una classe dirigente e una base politica longeve ma oggi più fragili. E quindi, "Winnie era l'incarnazione del coraggio", "un angelo della politica", la ""nostra eroina": all'Orlando Stadium, tra poemi, memorie commosse e passi della Bibbia, si è celebrato anche un colossale rito purificatore per ripulire l'immagine di "Mamma Sudafrica", macchiata da violenze e morti sospette con la complicità dei famigerati bodyguard "Mandela Football club".
Winnie era santa o peccatrice? "Mama non si tocca", "rispettatela o tacete", hanno detto o minacciato uno a uno familiari e ospiti che si sono alternati al microfono. Mangosuthu Buthelezi, leader del partito Inkatha Freedom Party, invece se l'è cavata così: "Come diceva Mandela, un santo non è qualcuno che non ha mai peccato, ma qualcuno che è morto provandoci". Doveva piovere, invece a fine commemorazione esce soltanto un po' di sole. Il nuovo arcobaleno del Sudafrica è ancora lontano.
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Devi passare per Soweto per arrivare alla libertà

di FRANCESCO MALGAROLI
Per qualcuno Soweto è il volto scuro, duro, violento davanti alla faccia serena di Johannesburg - lunare quello, solare l'altra. La storia è diversa e la senti quando ci si va. Il primo insediamento data 1891, poche baracche per 'i kaffir', 'i negri', poi dal '34 in avanti viene messa in piedi un'idea di città satellite. Nel '63, con un acronimo burocratico, il satellite fu nominate South Western Township, Soweto. E gli abitanti sono fieri di vivere lì. "Giusto o sbagliato che sia, devi passare per Soweto per raggiungere la libertà in Sudafrica", dice Niq Mhlogo, giornalista e narratore nato da quelle parti. Immagini il posto e ti viene in mente 16 giugno '76, il sobborgo di Orlando e le rivolte che, quasi vent'anni dopo, portano alle elezioni libere. Però ci sono anche le shebeen, locali gestiti una volta da donne, clandestini, dove si beve alcool, vino scadente e birra. Ci sono pistole, fucili, armi da taglio e lamette per finire una discussione virata in violenza e accanto cliniche per le emergenze o il Baragwanath, l'ospedale più grande del Sudafrica, alle porte della megalopoli. Ogni marciapiede racconta una storia, basta saper camminare, vedere e "interrogare, domandare", dice Mhlogo, basta ascoltare quel posto, acronimo diventato nome.