Alcol e letteratura, l’ispirazione favorita dall’ebbrezza
Valerio Magrelli
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Marco Bracconi
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di VALERIO MAGRELLI, MARCO BRACCONI, ALBERTO OLIVERIO, ANTONIO MORESCO; fotografie di ALBERTO BLASETTI
In principio fu Omero. Ma anche Dante, Shakespeare, Tolstoj e Capote. Davvero basta tuffarsi nell’alcol per nuotare nel mare dell’arte? Mentre un saggio in uscita ricostruisce il rapporto tra vino e cultura abbiamo chiesto a scrittori, studiosi e artisti di abbozzare una risposta: possibilmente sobria
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di Valerio Magrelli
Non credo sia eccessivo affermare che la letteratura, tutta la nostra letteratura, nasce, sin dalle origini, ebbra di vino. Certo, ciò avviene in base all'immenso valore simbolico attribuito a questa sostanza sin dall'antichità. Nell'intero bacino mediterraneo il vino costituì difatti l'oggetto di un culto raffigurato da divinità quali Dioniso o Bacco. Quanto all'area mesopotamica, basti ricordare che, presso i sumeri, la pianta della vite rappresentò l'albero della vita, secondo una visione che ritroveremo nella tradizione ebraica prima, cristiana poi: si pensi alla figura del Redentore, il quale, scegliendo come emblema la vite, ne affida il frutto al sacramento dell'eucarestia.
Il Monsieur Negroni di Alessandro Procoli del The Jerry Thomas Project Rome
Ma per venire al campo letterario, la prima cosa…!-->!-->
Non credo sia eccessivo affermare che la letteratura, tutta la nostra letteratura, nasce, sin dalle origini, ebbra di vino. Certo, ciò avviene in base all'immenso valore simbolico attribuito a questa sostanza sin dall'antichità. Nell'intero bacino mediterraneo il vino costituì difatti l'oggetto di un culto raffigurato da divinità quali Dioniso o Bacco. Quanto all'area mesopotamica, basti ricordare che, presso i sumeri, la pianta della vite rappresentò l'albero della vita, secondo una visione che ritroveremo nella tradizione ebraica prima, cristiana poi: si pensi alla figura del Redentore, il quale, scegliendo come emblema la vite, ne affida il frutto al sacramento dell'eucarestia.
Il Monsieur Negroni di Alessandro Procoli del The Jerry Thomas Project Rome
Ma per venire al campo letterario, la prima cosa da fare è accordarsi sul termine "vino", poiché resta un mistero capire cosa effettivamente si provasse a sorseggiare liquori come il falerno o il retico. Che strano impasto di uva era mai quello che i coppieri dovevano spesso allungare con l'acqua prima delle libagioni? Una preziosa testimonianza al riguardo ci viene da Catullo. Giunto a Roma dal Lago di Garda, il poeta criticò severamente tali pratiche di diluizione: "E tu va via!, vattene dove ti pare!, acqua, rovina del vino; va a stare con gli astemi. Questo è puro Bacco".
Come che sia, Omero e Alceo tra i greci, Orazio e Tibullo tra i latini, elogiarono concordi il fascino della vertigine alcolica. Ovidio, in particolare, elogia il vino come afrodisiaco, ispiratore della poesia erotica e consolatore delle pene d'amore. Da parte loro, diversi letterati parlano invece di coltivazioni enologiche - in un bel sito per studenti trovo i nomi di Varrone, Virgilio, Columella e Plinio il Vecchio come antesignani della ampelografia, ossia la disciplina che descrive e classifica i vitigni. Insomma, la classicità trabocca di versi in lode di un simile piacere. Meglio però osservare come, già nell'Odissea, vengano anche messi in luce i tremendi rischi ad esso collegati.
Ne è la riprova la storia del goloso Polifemo, che paga la scoperta del vino addirittura con la perdita della vista. La vicenda è commentata nell'Antro delle ninfe di Porfirio, che non per niente è stato definito "il primo vero testo critico dell'Occidente" (cito da uno saggio di Anna Guzzi). Per questo pensatore neoplatonico del III secolo, il mito del ciclope rappresenta l'allegoria della cecità spirituale, e insieme la necessità di trascendere la materia bruta. Dovranno passare millenni prima che tale sbornia feroce e ferina si trasformi in quella irresistibile sete di futuro cantata da Rimbaud nei versi del suo Battello ebbro...
Per rimanere nel tema dell'ubriachezza, spostiamoci nell'Italia del Trecento con Gidino da Sommacampagna e la sua condanna degli eccessi alcolici: "Cossì, per contemplar Dyonisio molto, / l'omo ben saggio se transforma in stolto / e la matrona vien, de savia, matta \[...\] Chi con aviditate Bacho adora, / la sua persona strugie e deshonora". Ben altre letterature, però, ci aspettano. Abbandoniamo dunque la nostra, con un saluto del padre Dante: "Guarda il calor del sol che si fa vino, / giunto a l'omor che de la vite cola".
Un Margarita del bartender Alessandro Antonelli dello Sky Stars Bar di Roma
La Divina Commedia fu più o meno contemporanea di alcuni sommi autori arabi e persiani che, da Rumi a Hafez, adorarono il vino. Il più celebre al riguardo è tuttavia il mistico e matematico Omar Khayyam, morto nell'attuale Iran verso il 1131, con le sue ispirate quartine: "Fin quando sprecherai la vita adorando te stesso? / Affannandoti a correre dietro all'Essere e al Nulla? / Bevi vino, ché una Vita che ha in fondo solo la Morte / Meglio è che passi nel sonno, meglio è che passi in ebbrezza". E visto che ci siamo indirizzati a Oriente, tanto vale proseguire fino alla Cina, dove troviamo molti altri poeti che celebrano il vino.
Parola ancora una volta problematica: di cosa parla, ad esempio la poesia di Li Bai (701-762) Bevendo sotto la luna, tradotta da Ezra Pound e messa in musica da Gustav Mahler? Pur essendo impreciso, il termine "vino" appare il più adatto a rendere la parola jiu, con cui erano designate bevande alcoliche - in genere distillati di cereali, benché la sostanza sorseggiata in epoca medievale avesse una gradazione assai più bassa dell'attuale liquore cinese. Se poi volessimo giungere in Giappone, niente di meglio che Haiku e Saké (add, 2017), il volume di Susanna Tartaro dedicato a Sant?ka Taneda, un poeta alcolizzato vissuto fra il 1882 e il 1940.
La strega di Salem di Alessandro Antonelli dello Sky Stars Bar
Con il XIX e XX secolo, però, la palma dell'ebbrezza va a due ulteriori letterature, la statunitense e la russa. Qui andiamo incontro a una svolta decisa: in Occidente, dopo secoli di scrittura in versi, il tema del vino fiorisce soprattutto nella narrativa. Non che manchino, è ovvio, poeti appassionati alla bevanda. Dopo i fasti raggiunti in Francia con Rabelais (con l'oracolo della Diva Bottiglia) o in Gran Bretagna con Shakespeare (padre dell'ubriacone per eccellenza, cioè Falstaff), potremmo infatti spaziare da Stéphane Mallarmé (che rilancia il genere letterario del "brindisi") a Emily Dickinson ("L'Impossibilità, come il Vino / Eccita l'Uomo che l'assapora"), da Konstantinos Kavafis a Jorge Luis Borges (autore di un Sonetto sul vino), da un bevitore quale Dylan Thomas a un'accanita fumatrice come Wislawa Szymborska.
Eppure, nel Novecento, le più famose evocazioni saranno affidate al romanzo, specie a quello delle due massime potenze nucleari. Qualche esempio di eccessi alcolici Usa? E. A. Poe, Tennessee Williams, Truman Capote, Dorothy Parker, Jack London, Charles Bukowski o Patricia Highsmith. Quanto ai gusti, è presto detto: mint julep per Faulkner, gimlet per Chandler, margarita per Kerouac, gin rickey per Fitzgerald e mojito per Hemingway, che, per inciso, specificherà: "Scrivi da ubriaco, pubblica da sobrio" - la citazione viene da The Trip to Echo Spring di Olivia Laing (Canongate, 2013). Su tutti spicca però il capolavoro di Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, definito una "Divina Commedia ubriaca".
Quanto a drammi etilici, la Russia non è da meno, come spiega Geoffrey Elborn nel suo The Dedalus Book of Vodka (Dedalus, 2015), muovendosi da Tolstoj fino a Cechov per seguire i misfatti del liquore soprannominato "il serpente verde". Al vertice di questa letteratura, troviamo il delirio di Venedikt Erofeev, che verso il 1970 compose Mosca sulla vodka. Ripubblicata come Tra Mosca e Petuški, l'opera ricostruisce il viaggio mortale di un ubriacone, nel lento trapasso dall'irridente dissacrazione della realtà sovietica a un atroce cammino di espiazione. Nel frattempo, però, come si vede, il vino sembra essere arretrato sullo sfondo delle grandi narrazioni, quasi a certificare il passaggio a un estremismo già iscritto nel nome dei "super" alcolici.
Il Martini di Alessandro Antonelli dello Sky Stars Bar
Né è un caso che, in fondo a questo abisso psicologico, politico e sociale, troveremo la vodka via via sostituita da lucido da scarpe, colla, lacca o smalto da unghie... È quanto racconta Sergej Dovlatov nei suoi romanzi, primo fra tutti Noialtri, tanto strazianti quanto esilaranti. Insomma, mentre il vino si avvia a diventare un genere di lusso, oggi Dioniso sembra deciso a farsi protettore di ben altre bevande, relegando il tesoro dell'uva sempre più sullo sfondo del mito.
L'alcol è l'oppio dei popoli
Dalla conquista del Nuovo Mondo alle battaglie di Washington: la storia, senza alcol, avrebbe preso un'altra direzione. Per almeno tre buoni motivi
Intervista di Marco Bracconi
Perché Tex Willer odiava i contrabbandieri di whisky? E come può una tazza di chicha pagana avere lo stesso significato di una Bibbia? Un filo rosso, ma anche bianco, ambrato, colore del sidro o dell'acquavite, collega le due sponde dell'Atlantico, e ci dice che l'alcol e la sua ebbrezza sono intrecciate come gemelle siamesi al corso della Storia. Sbornie sacre, sbornie profane di Claudio Ferlan, in uscita in questi giorni per Il Mulino, ci conduce in un viaggio etilico e documentatissimo nei secoli della scoperta e della colonizzazione del Nuovo Mondo, quando l'incontro-scontro tra culture trova nel consumo di alcolici (e nei suoi effetti) un formidabile terreno per stabilire le nuove gerarchie e le relative organizzazioni sociali. "A seconda del lato dell'Oceano da cui la si guarda, da quello indigeno o da quello europeo, l'ubriachezza è strumento di propaganda, rito collettivo, arma scagliata contro il nemico, pratica di divinazione, dispositivo di controllo, termometro morale", spiega l'autore, confermando la tesi di fondo del saggio: l'ebbrezza non è una comprimaria della vicenda umana, anzi ne segna alcuni snodi per niente secondari.
Un Remolacha di Mattia Ria ed Egidio Fidanza del Blind Pig di Roma L'alcol come strumento di potere, dunque?
"Sì, da declinarsi in tre modalità. Quella dove l'alcol è sacro e asseconda il potere religioso, quella giuridica che decide limiti e punizioni per il consumo, e infine l'ambito politico, quando è arma per soggiogare l'antagonista".
Un aspetto di sacralità c'è sia nella prima cultura cristiana che in quella del Nuovo Mondo. Poi prevale il nesso ubriachezza-peccato.
"Accade quando il Cristianesimo si accorge che dare troppo spazio alle abitudini alcoliche rimandava a comportamenti pre-cristiani. Agli occhi del Cristianesimo, il vino consumato in eccesso rievoca consuetudini pagane".
È così che il concetto di sobrietà assume connotati etico-religiosi?
"In parte sì. Per i cristiani il vino è sacro finché il consumo non esce dai limiti della sobrietà. Quando viene superato si ricade nel paganesimo. I perimetri di liceità, punibilità, riprovazione e tolleranza nei secoli successivi si tracciano qui".
E quando l'Europa arriva nel Nuovo Mondo il lodo ebbrezza-peccato diventa narrazione dominante. Eppure noi ci sbronzavamo alla grande.
"Questo è un punto chiave. È un atteggiamento che fa parte della cultura della "conquista spirituale" dei popoli autoctoni. Chi arriva, colonizzatore o missionario, si pone come chi ne sa di più di chi trova sul posto: io so cosa, come, quanto e quando si beve, mentre tu selvaggio che ti sbronzi di chicha o di pulque non lo sai. Così ti impongo il mio codice di sobrietà e ubriachezza".
Secondo lei c'entra anche la Riforma.
"Assolutamente. Il nesso tra ebbrezza e peccaminosità si rafforza perché rinvia anche alle accuse rivolte da Roma a Lutero, additato come un ossessivo bevitore di birra. Anche l'iconografia dell'epoca lo dice chiaramente, quando ritrae il teologo tedesco con la pancia a forma di botte".
Torniamo all'incontro-scontro col Nuovo Mondo. Cosa distingue, nel fondo, i due codici?
"La differenza sta proprio nel concetto di ubriachezza. Per l'occidentale è quanto si beve, per le popolazioni indigene è il quando si beve. Per queste, in determinati momenti religiosi o sociali, è lecito e talvolta prescritto il bere fino alla devastazione. È così che ci si rapporta con la divinità e si ribaltano le gerarchie, come in un carnevale; per noi ciò che conta è dove fissare ogni giorno l'asticella che separa il bere dall'ebbrezza (e dunque dal peccato)".
E le donne?
"La sbronza delle donne indigene spesso viene circoscritta in spazi fisici diversi. Se guardiamo invece alle occidentali sbarcate oltreoceano la differenza si amplia, pensiamo al divieto di ubriacarsi in pubblico. Per una donna sbronzarsi in un saloon o in una taverna equivaleva al giudizio di prostituzione".
Il Madre Sour di Simone Lancia del Madre Roma Rieccoci al nodo ebbrezza-peccato, dove il peccato è sempre sessuale.
"Sì, e questo è uno dei frutti della manipolazione, perché a questa narrazione usata dai missionari non sembrano corrispondere i fatti. L'automatismo della relazione ubriachezza-libertinaggio non era affatto così automatica".
Nel Settecento inoltrato il processo di conversione dei "selvaggi" è a buon punto e il codice occidentale gli è stato ormai imposto.
"Qui si smentisce il detto "bere per dimenticare". Al contrario, per gli appartenenti a quelle popolazioni, l'ubriachezza ormai individuale è spesso un modo per ricordare l'habitat rituale, religioso e sociale del quale sono stati privati".
Ubriachezza come riappropriazione della propria identità, dunque.
"Un po' come dire 'bere mi consente di tornare ad essere quello che ero prima'. Prima che arrivassero i conquistatori".
Intanto certi conquistatori grazie all'alcol vengono eletti.
"Già. La prima impresa elettorale di George Washington finisce malissimo, così nella seconda campagna offre agli elettori cicchetti in virtù di 'incentivo', chiamiamolo così. E stavolta vince".
Gli indiani d'America sono un caso a parte. Inca, Atzechi e altri popoli fermentavano da sempre mais e agave, loro non conoscevano l'ebbrezza alcolica.
"Ecco, l'alcol è stato decisivo per la sottomissione degli indiani. Far ubriacare il nemico è una strategia bellica. Geronimo muore cadendo da cavallo, sbronzo".
Insomma, senza vino, chicha, pulque, grappe e acquaviti la storia del mondo sarebbe stata un'altra?
"Oh sì. Non sappiamo come sarebbe andata, ma sarebbe stata totalmente diversa".
More Milano than Torino di Mattia Ria ed Egidio Fidanza del Blind Pig di Roma
Darsela a bere
Prima stimola, poi deprime: come si fa a fidarsi? Un neuroscienziato risponde
di Alberto Oliverio
Sin dall'antichità è ben noto che l'ebbrezza alcolica deprime le funzioni del cervello e del corpo: l'alcol, però, non esercita soltanto un effetto deprimente ma è anche uno stimolante ed è questo il motivo alla base della sua diffusione. Che si tratti di un bicchiere di vino o di uno di whisky o di una qualche birretta di troppo, tutto si gioca a livello di quei mediatori nervosi che sono alla base della comunicazione tra i neuroni cerebrali. Se consideriamo gli effetti deprimenti degli alcolici, questi dipendono soprattutto dall'aumento della produzione del GABA (acido gamma-amino butirrico), un effetto in tutto e per tutto simile a quello di ansiolitici come le benzodiazepine che, appunto, potenziano l'azione di questo mediatore.
Questo effetto deprimente spiega perché quando abbiamo bevuto un po' troppo rallenta il pensiero così come la parola e il movimento: è il quadro tipico di chi ha alzato troppo il gomito. Ma ci sono anche gli effetti stimolanti o eccitanti, senza i quali non saremmo attratti dalla larga famiglia degli alcolici: questi effetti sono legati alla liberazione di un altro trasmettitore nervoso, la dopamina, nei cosiddetti centri del piacere. È dall'attivazione di questi centri che dipendono le sensazioni positive legate al sesso come al consumo di droghe, a una vincita al gioco d'azzardo come al piacere di una buona pietanza e via dicendo.
Quest'azione sui centri del piacere è però una sorta di cavallo di Troia degli alcolici: all'inizio l'alcol ci rende di buon umore e disinibiti, ci consente di superare stati di disagio e di sentirci disinvolti dal punto di vista sociale, ma ci fa anche cadere in una trappola in quanto riteniamo che continuando a bere ci sentiremo sempre meglio, sempre più lontani dai fastidi e problemi quotidiani. Continuiamo a bere per liberare più dopamina ma al tempo stesso non facciamo che stimolare la successiva produzione di neurotrasmettitori inibitori come il GABA. Questi effetti inibitori sono evidenti soprattutto a livello della corteccia cerebrale: l'alcol inibisce i meccanismi bloccanti tipici della corteccia, ci rende disinibiti ma comporta anche un rallentamento dell'elaborazione di tutte le sensazioni, visive, uditive, gustative e una decelerazione del pensiero e dei tempi di reazione. Uno stato di disinibizione ci porta spesso a dire ciò che non vorremmo, proprio perché si inceppano i meccanismi bloccanti della corteccia, in particolare di quella frontale. Un blando stato di ebbrezza può spingerci inoltre ad approcci sessuali più manifesti: l'alcol, infatti, aumenta (sempre che non si beva troppo) il desiderio sessuale, ma accanto a questo effetto se ne verifica spesso uno di segno opposto, vale a dire una diminuzione delle prestazioni sessuali, soprattutto maschili: una vera e propria dissociazione tra volere e potere.
Sembra insomma che ogni piacere alcolico possa avere la sua contropartita, che uno stato di piacevole ebbrezza debba cedere il passo a spiacevoli contrappassi. Questo, ovviamente, se si beve troppo o si beve "male": altrimenti un buon bicchiere di vino rosso invecchiato, con il suo carico di eteri che stimolano il gusto ma anche il cervello e favorisce associazioni libere come nel sogno, fa parte di una cultura che si perde nella notte dei tempi, in quel nepente che sin dai tempi di Troia risollevava gli uomini dal loro carico di malinconie e disagi esistenziali.
L’Italicus Story di Federico Vanneli e Giovanni Badolato del Metropolìta di Roma
Eramo quattro artisti al bar
Bukowski e Van Gogh, Fitzgerald e Foster Wallace: quanti grandi si sono lasciati tentare dai drink? Uno scrittore li ritrova uno per uno: in marcia insieme a lui
di Antonio Moresco
C'è stato un periodo della mia vita in cui ero molto triste ed ero molto ebbro. Camminavo di notte ed ero così triste e così ebbro che non vedevo neppure le strade. Mi sedevo nelle notti d'estate sui gradini del Duomo della mia città, mi guardavo attorno e non vedevo niente. Una volta non mi sono neppure accorto che, vicino a me, un sudamericano aveva pugnalato a morte un altro sudamericano. Me ne sono accorto solo quando sono venuti a portarlo via con una barella.
Gli uomini e le donne della nostra specie sono spesso molto tristi e quando hanno bisogno di una piccola trascendenza la vanno a cercare nel sesso e nell'ebbrezza. E di ebbrezza ce n'è una sempre a portata di mano, che si può comperare al supermercato. Quando anche quella non basta, gli uomini ci danno dentro con cose maledettamente più pesanti. Così anche nel passato. Gli uomini hanno sempre cercato la dimenticanza e l'ebbrezza.
Sto rimuginando su queste cose, mentre cammino di notte sorseggiando birra da una lattina lunga, quando sento dei passi vicino a me.
Mi giro.
È Bukowski!
Figurarsi se non spuntava lui, a questo punto!
Gli dico: "Un mio amico pittore di nome Giuliano della Casa mi ha raccontato che una volta, in California, si è trovato in una tavolata insieme a te e ad altri scrittori, poeti e pittori. Io gli ho detto: "Accidenti, Giuliano, hai mangiato insieme a Bukowski! Chissà come beveva!" "Ma no!" mi ha risposto lui, con la sua flemma emiliana "Bevevamo di più noi modenesi!"".
L'americano verrucoso si mette a ridere.
Ma non è finita. Ecco che adesso ne spunta un altro.
È un tipo pallido con la faccia quadrata e dei baffetti che sembrano appiccicati con la colla.
È Edgar Allan Poe!
Mi prende la lattina di mano e ne beve un sorso.
Lo sputa fuori.
"Che cos'è questa piscia?" dice indignato.
E poi, man mano che cammino, se ne aggiungono di sempre nuovi, e allora andiamo in giro insieme, così, nella notte, nel buio, come un piccolo popolo.
Riesco a riconoscere Malcolm Lowry, che ha scritto un meraviglioso libro sulla tristezza e l'ebbrezza. E poi c'è il mio Van Gogh, bevitore d'assenzio e frequentatore di bordelli per zuavi. E poi mi sembra di riconoscere addirittura Melville...
Gli dico: "Non sapevo che fossi anche tu della band!".
"Be', sì, per forza!" mi risponde "Sai, sulle navi... E poi in tutti quegli anni mentre lavoravo alla dogana ed ero ormai uno scrittore dimenticato, rifiutato dal mio paese e dalla mia epoca, anche se avevo scritto il delirante Moby Dick, o forse proprio per quello...".
E poi arrivano i poeti e i romanzieri francesi: Baudelaire, Rimbaud, Balzac... E poi i grandi romanzieri e poeti russi, con le loro lunghe barbe e la loro oltranza. E poi gli altri americani dell'Ottocento, e poi quelli del Novecento, e ce n'è una valanga, tutti tipi tristi ed ebbri, da Hemingway, a Fitzgerald, a Faulkner, e poi a Kerouac, Burroughs... fino agli ultimi, alla testa dei quali sta camminando David Foster Wallace, con il suo passo pesante e la sua bandana.
A un certo punto mi sembra persino di distinguere il testone di Beethoven.
"Cosa ci fai qui in mezzo?" gli chiedo sbalordito.
"Ma certo!" mi risponde "Come cavolo credi che abbia composto la Missa solemnis!".
E poi mi sembra di riconoscere Goya, con la sua faccia da zingaro, e poi addirittura Rembrandt.
"Come, persino tu?".
"Di cosa ti stupisci? Mi sono anche ritratto mentre mi sbronzavo, con Saskia sulle ginocchia, anche lei sbronza!".
Ormai non mi stupisco più di niente. A un certo punto sbuca da una traversa una ragazza con un vestito lungo fino ai piedi e un mazzolino di fiori in mano, che sta masticando in silenzio una cicca.
Non ci posso credere: è Emily Dickinson!
"Anche tu!".
"Che cosa credevi che facessi mentre me ne stavo chiusa per anni in casa!" mi risponde "Scrivevo le mie poesie acuminate come diamanti e bevevo. Certe volte ero talmente sbronza che rotolavo giù dalle scale!".
Resto senza parole.
Intanto siamo ormai arrivati al Duomo. Ci sediamo sopra i gradini, e adesso siamo così tanti che riempiamo mezzo sagrato.
E allora, siccome sono un po' fuori di testa anch'io, non so perché mi salta in mente di chiedere a questo piccolo popolo triste ed ebbro:
"Ditemi un po': cosa ve ne sembra dell'Italia?".
A questo punto succede una cosa strana.
Metà si mettono a ridere a crepapelle, metà si mettono a piangere disperati.
E poi succede un'altra cosa più strana ancora.
La metà che prima si era messa a ridere si mette di colpo a piangere, la metà che prima piangeva adesso si mette a ridere.
Intanto Emily Dickinson è riuscita a fare un grande pallone con la cicca.
Lo gonfia, lo gonfia.
Le scoppia in faccia.
"Oh, yeaaaah!" esulta, perché si vede che questa qui è sempre sbronza.