✕

25 aprile 2018: che fine ha fatto la Resistenza

Da come celebriamo la nostra festa civile capiamo lo stato di salute del Paese. Tra chi la nega perché “di parte”, chi la usa contro gli immigrati e chi è indifferente, abbiamo chiesto a due storici a che punto siamo  
5 minuti di lettura

Paolo Pezzino

"Rischiare e fare la cosa giusta restando in silenzio È l'opposto della retorica"

Paolo Pezzino
Professore all’Università di Pisa, tra i fondatori della Società italiana per lo studio della storia contemporanea 

Perché festeggiare oggi il 25 aprile?
"Per mille ragioni. Perché in Italia è nato il primo esperimento di un regime fascista ed è importante capire come mai. Perché del fascismo continua a fornirsi spesso, da parte di uomini politici e dei mass media, un'immagine banalizzante, edulcorata e falsa. Perché se il fascismo come regime non potrà ripetersi, alcuni elementi fondamentali della sua ideologia sono penetrati a fondo nella società italiana, e continuano ancora oggi ad operare. Perché in realtà il Paese non ha fatto fino in fondo i conti con il vent…

Paolo Pezzino

"Rischiare e fare la cosa giusta restando in silenzio È l'opposto della retorica"

Paolo Pezzino
Professore all’Università di Pisa, tra i fondatori della Società italiana per lo studio della storia contemporanea 

Perché festeggiare oggi il 25 aprile?
"Per mille ragioni. Perché in Italia è nato il primo esperimento di un regime fascista ed è importante capire come mai. Perché del fascismo continua a fornirsi spesso, da parte di uomini politici e dei mass media, un'immagine banalizzante, edulcorata e falsa. Perché se il fascismo come regime non potrà ripetersi, alcuni elementi fondamentali della sua ideologia sono penetrati a fondo nella società italiana, e continuano ancora oggi ad operare. Perché in realtà il Paese non ha fatto fino in fondo i conti con il ventennio".

Qual è la sua interpretazione storiografica più calzante?
"Insieme alla fine della guerra ricordiamo anche la caduta definitiva del regime - nella versione della Rsi - e la sconfitta dell'esercito tedesco in Italia. E celebriamo il sacrifico di partigiani e militari, resistenti senz'armi, civili inermi trucidati, perseguitati politici e razziali del regime. Insomma, le tante Resistenze combattute con o senza armi. E allora è la festa della svolta decisiva verso la democrazia".

Cosa vuol dire essere antifascisti nell'Italia del 2018?
"Basta guardarsi intorno. L'estrema destra rivendica la filiazione dal passato regime, non certo per resuscitarlo per come è stato storicamente, ma richiamandolo come fonte di identità politica attuale. La figura di Mussolini è sempre più ricordata con ammirazione, senza contare le scandalose manifestazioni neofasciste a Predappio. Ed esistono altre forze politiche che pur non richiamandosi al regime diffondono elementi fondamentali della sua ideologia: il nazionalismo identitario e xenofobo e il razzismo esplicito. Tutto ciò mi fa dire che l'antifascismo è un elemento vitale nel conflitto di valori che oggi si combatte in Italia".

L'antifascismo è diventato minoritario nella coscienza degli italiani. Come è stato possibile?
"Vi sono vari elementi. Intanto vorrei ricordare che l'esperienza resistenziale è stata a lungo culturalmente minoritaria in Italia, oggetto di denigrazione tra gli anni Quaranta e Cinquanta da parte dell'opinione moderata: e in quegli anni - a differenza degli azionisti e dei comunisti - sia la cultura cattolica che quella liberale rinunciarono a difenderla. E poi nell'ultimo ventennio si è imposta una narrazione banalizzante del fascismo senza che chi doveva - istituzioni, forze politiche antifasciste, storici - riuscisse a contrastarla. Aggiungo tra i fattori dell'indebolimento dell'antifascismo anche la crisi dell'Unione Europea, concepita dai padri fondatori come risposta ai regimi fascista e nazista. E la crisi sociale e politica che ha aperto tra i ceti più disagiati spazi abbandonati dalla sinistra: penso al successo di Casa Pound".

A proposito del ceto intellettuale che ha praticato l'anti-antifascismo, molti hanno sostenuto che l'antifascismo andasse abbandonato perché appannato dalla presenza del Pci.
"Sì, chiedevano che fosse sostituito dall'antitotalitarismo. La tesi - a ricalco delle posizioni di Nolte e Furet - era che l'antifascismo rappresentasse il cavallo di Troia del comunismo italiano. Ma sostenere questa posizione - senza domandarsi quale fu il ruolo democratico del Pci - mi parve operazione astratta. Il risultato fu una vulgata anti-antifascista di cui ancora oggi si vedono le conseguenze".

Se negli anni Novanta al tentativo della destra di disarticolare le fondamenta costituzionali della Repubblica rispondeva una sinistra antifascista sollecita, oggi non si vedono molti segnali di reazione. Qual è il rischio?
"La scomparsa della stessa sinistra. La perdita di un solido ancoraggio di valori se protratta nel tempo non può che portare in quella direzione".

Crainz muove alla sinistra l'accusa di non aver tenuto in vita una tradizione antifascista.
"Secondo me l'ha pure difesa, ma svuotandola di significato: omaggio rituale a una storia che non viene più concepita come la propria storia".

Cosa è spendibile oggi di quella tradizione culturale? E cosa invece appartiene al passato?
"Dovrebbe appartenere al passato - ma purtroppo non è così - la celebrazione di una Resistenza imbalsamata in una dimensione di grande movimento nazionale: ancora oggi nelle manifestazioni pubbliche si parla soltanto di guerra di liberazione nazionale con tutto il popolo concorde. Non si accenna quasi mai alla guerra civile e alle divisioni all'interno del campo antifascista".

Cosa bisognerebbe invece fare per avvicinarla ai ragazzi?
"Ricordare la Resistenza al plurale, includendovi anche i tanti che allora lottarono mossi da solidarietà e impegno civile. Se ne ricaverebbe un'immagine molto diversa da quella di un'enorme massa di indifferenti al conflitto tra fascisti e antifascisti: un'immagine che ha fatto breccia grazie alla propaganda neorevisionista. Si dovrebbe parlare di più dei gesti e dei comportamenti ispirati da un antifascismo esistenziale - prepolitico - che comunque era pericoloso per chi lo praticava: accogliere gli uomini braccati, aiutare i soldati italiani sbandati dopo l'8 settembre. Una resistenza al femminile che ha avuto un ruolo fondamentale".

E la relazione con il Paese di oggi?
"In un'Italia segnata da un nazionalismo xenofobo e razzista, ricordare le tante Resistenze potrebbe assumere un significato particolare: il richiamo a valori alternativi di solidarietà e di impegno che milioni di persone seppero adottare allora. Una lezione valida ancora oggi, ma dobbiamo essere capaci di raccontarla rifuggendo da qualsiasi retorica".

 

Marcello Flores

"La sinistra deve trasformare il vecchio antifascismo in una cultura di libertà"

Marcello Flores
Già docente a Siena e Trieste, è direttore scientifico della rete degli istituti per la storia della Resistenza 

Che senso ha festeggiare oggi il 25 aprile?
"Il senso del 25 aprile, oggi come sempre, credo sia quello di festeggiare e ricordare la libertà e la democrazia riconquistate per tutti gli italiani".

Qual è l'interpretazione storiografica più calzante?
"Personalmente la considero la data della libertà riacquistata per un popolo intero, anche per coloro che non hanno combattuto in prima persona per ottenerla, ricordando che la lotta di liberazione è stata compiuta da minoranze diverse (non da un intero "popolo", come si è detto troppo a lungo) che tuttavia si sono assunte la responsabilità di interpretare i bisogni e le necessità di tutti".

A Udine l'aspirante premier Salvini ha detto che così come settantatré anni fa ci siamo liberati dagli invasori tedeschi oggi ci dobbiamo liberare dagli invasori migranti. Cosa ci dice questa sua sortita?
"Da una parte ci dice quanta ignoranza o strumentalizzazione ci siano da parte del leader leghista. Ma ci dice anche che capisce - in un modo vergognoso - l'importanza di collegare quel momento storico all'oggi. Bisognerebbe riuscire a dare senso alla Resistenza connettendola ai problemi di oggi".

In che modo? Lei cosa propone?
"Il fatto è che un modo ancora non l'abbiamo trovato. Ma ci dobbiamo impegnare a trovarlo. Non possiamo pensare di parlare della Resistenza come qualcosa che non riguarda l'oggi perché il rischio è di perdere il contatto con la realtà".

Lei dice: ancora non abbiamo trovato il modo. Non le pare un'ammissione di responsabilità, visto anche il suo ruolo al vertice della rete degli istituti storici della Resistenza?
"La nostra responsabilità di storici è di non essere stati capaci di tradurre in senso comune le nostre ricerche sulla Resistenza. E trovo sbagliato il modo in cui finora è stata condotta la pedagogia antifascista. Occorreva puntare su una pedagogia della libertà, non permettere che il termine libertà fosse assunto dalla destra".

Che senso ha oggi dirsi antifascista?
"Io lo sono perché ritengo che il fascismo sia un'esperienza storica tragica, altri perché ritengono vi sia un pericolo attuale di fascismo, altri ancora per dare un'identità al loro essere di sinistra. Mi piacerebbe comunque che ci fosse la stessa enfasi, da parte di tutti, nel dirsi democratici".

Lei lamenta un uso retorico dell'antifascismo che mima la contrapposizione degli anni Settanta. Così come Alberto De Bernardi contesta un uso pigliatutto del termine antifascista che viene adottato dai simpatizzanti di Assad come dai No Tav. Ma questo non accade proprio perché la sinistra democratica è stata incapace di difenderlo come valore fondante ed è stata incapace di rivitalizzarlo come cultura politica?
"L'antifascismo come cultura politica credo fatichi oggi a farsi capire, e non solo da oggi. Per decenni l'antifascismo ha tollerato la presenza del Movimento sociale che era stato fondato da fascisti veri. Purtroppo la storia della cultura antifascista è stata per un lungo tempo, nel corso della Guerra fredda, legata in modo ambiguo al Pci che da una parte si muoveva in difesa della democrazia e dall'altra non spendeva una parola sul regime sovietico".

Quindi lei ritiene che la responsabilità storica dell'indebolimento dell'antifascismo sia del Pci?
"È uno dei fattori storici. Aggiungo che la sinistra non ha voluto fare dell'antifascismo una cultura globale di libertà e di democrazia, ma l'ha utilizzato per dare un forte connotato ideologico alle proprie lotte politiche. La Resistenza è stata una battaglia di libertà che ha coinvolto tutti, anche chi non era antifascista, chi non si era schierato contro il fascismo ma voleva ugualmente la libertà. Infine voglio aggiungere un terzo fattore: se oggi l'antifascismo s'è indebolito è perché è passato molto tempo: quando ero giovane io, essere garibaldini o risorgimentali non aveva senso perché il contesto era molto diverso".

Ha senso oggi recuperare la tradizione culturale dell'antifascismo?
"Per chi ritiene il fascismo alle porte o sempre possibile si tratta di rivitalizzare l'antifascismo e spenderlo come in passato. Per chi ritiene che i valori dell'antifascismo siano quelli di libertà, democrazia, uguaglianza, bisogna saperli tradurre e renderli significativi e operanti nella realtà attuale. Penso ai più giovani: se avessimo il coraggio di fare una inchiesta su quale opinione abbiano del fascismo, scopriremmo che manca una identificazione con i valori che diamo per scontati".

Questo sì, ma in che modo pensa di farli rivivere?
"C'è ancora tempo per una grande campagna educativo-culturale che permetta d'inserire il nostro passato dentro una coscienza civile legata ai principi della nostra Costituzione, da non vedere però come feticcio sacro. I valori diventano condivisi quando riescono a misurarsi con il presente".