La guerra a Kabul è così sporca che uccide anche i soccorritori
Francesca Mannocchi , di FRANCESCA MANNOCCHIDue bombe, una dopo l’altra, sono esplose in una delle zone più sicure della città. Il bilancio è di 47 feriti e 26 morti, tra cui giornalisti e bambini
KABUL, Afghanistan. Due bombe, una dopo l'altra hanno colpito una delle aree più sicure di Kabul, Shash Darak, il centro fortificato della città dove hanno sede l'ambasciata americana e gli edifici del governo afgano: due attacchi nell'ora di punta di fronte alla sede della Direzione Nazionale dell'intelligence, l'agenzia di spionaggio del paese. Due kamikaze, il primo in motocicletta e il secondo travestito da fotografo arrivato per colpire i cronisti accorsi sul luogo dell'attentato e i soccorritori che stavano già trasportando via i feriti e i cadaveri. Il bilancio della giornata è di quarantasette feriti, ventisei morti, tra cui nove giornalisti.
Il secondo attentatore, secondo testimoni, è arrivato stringendo la macchina fotografica tra le mani, si è avvicinato a piedi ai giornalisti presenti e si è fatto saltare in aria. I feriti sono stati trasferiti all'ospedale Wazir Akbar Khan e nell'ospe…
Il secondo attentatore, secondo testimoni, è arrivato stringendo la macchina fotografica tra le mani, si è avvicinato a piedi ai giornalisti presenti e si è fatto saltare in aria. I feriti sono stati trasferiti all'ospedale Wazir Akbar Khan e nell'ospe…
KABUL, Afghanistan. Due bombe, una dopo l'altra hanno colpito una delle aree più sicure di Kabul, Shash Darak, il centro fortificato della città dove hanno sede l'ambasciata americana e gli edifici del governo afgano: due attacchi nell'ora di punta di fronte alla sede della Direzione Nazionale dell'intelligence, l'agenzia di spionaggio del paese. Due kamikaze, il primo in motocicletta e il secondo travestito da fotografo arrivato per colpire i cronisti accorsi sul luogo dell'attentato e i soccorritori che stavano già trasportando via i feriti e i cadaveri. Il bilancio della giornata è di quarantasette feriti, ventisei morti, tra cui nove giornalisti.
Il secondo attentatore, secondo testimoni, è arrivato stringendo la macchina fotografica tra le mani, si è avvicinato a piedi ai giornalisti presenti e si è fatto saltare in aria. I feriti sono stati trasferiti all'ospedale Wazir Akbar Khan e nell'ospedale di Emergency. "Alcuni dei corpi che sono arrivati erano completamente smembrati - dice Deyan Panik, coordinatore del progetto di Emergency a Kabul, mentre cammina attraverso le corsie, tra i feriti degli attentati di oggi e quelli ancora in degenza dell'attacco suicida del 21 aprile - sono arrivati cadaveri con l'addome aperto, donne e uomini con i volti completamente carbonizzati, è stato difficile identificarli persino per le famiglie. Sta diventando tutto più brutale, giorno dopo giorno".
LEGGI - Il diario del reporter ucciso: “Io con la reflex nascosta nella sciarpa”
Gli attentati di Kabul non sono i soli della giornata di lunedì: a Kandahar nel sud del paese un'autobomba è esplosa contro un convoglio della Nato: 13 morti e 15 feriti. Undici dei morti erano bambini che stavano andando a scuola. Due giorni fa a Jalalabad un altro kamikaze in motocicletta si è fatto saltare in aria di fronte all'ufficio per la registrazione del voto di ottobre, 5 morti e 13 feriti. Le vittime erano tutte civili. Anche il 22 aprile a Kabul, l'obiettivo è stato un ufficio per la registrazione elettorale, il bilancio di quel giorno è stato di sessanta morti e più di cento feriti.
L'Isis ha rivendicato l'attacco, ha detto attraverso un canale telegram del gruppo che i "fratelli del martirio" si sono fatti esplodere tra gli apostati, nominando il primo Qaqaa al-Kurdi e il secondo come Khalil al-Qurshi. In questi stessi giorni i talebani hanno annunciato l'inizio della campagna di primavera oscurando definitivamente le speranze per i colloqui di pace recentemente proposti dal governo che ha dimostrato disponibilità a riconoscere i talebani come un partito politico legittimo, proponendo un potenziale accordo di cessate il fuoco al gruppo militante islamista: l'offensiva contro gli americani e i loro alleati è stata nominata dai talebani di Al Khandaq, dal nome di una famosa battaglia di Medina, del 627 d.C. in cui le forze del Profeta Maometto significativamente indebolite, riuscirono a battere i nemici.
Tra i feriti dell'ospedale di Emergency ci sono anche le vittime collaterali degli scontri incessanti, quotidiani, tra le forze governative e i gruppi talebani. Per lo più arrivano dalla provincia di Ghazni.
"Basta guardare i numeri per capire dove sta andando il paese - dice ancora Panik - dieci anni fa arrivavano quattro o cinque persone al mese per ferite di arma da fuoco, oggi ne accogliamo una media di quindici al giorno, al netto degli attentati kamikaze che non sono mai stati così numerosi e violenti". I corpi dei feriti nell'ospedale di Emergency raccontano un paese in guerra, un paese le cui vittime continuano ad essere, dopo anni, le persone più vulnerabili: le donne, gli studenti, i bambini. Le vittime sono i civili che nelle ore più trafficate del mattino vanno a lavoro, i più giovani che vogliono registrare un documento di identità perché credono ancora che il paese possa avviarsi verso un processo democratico, e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio, perché quel luogo, l'ufficio elettorale, per i gruppi terroristici è il simbolo - uno dei tanti - di una scelta democratica intollerabile imposta dal nemico oppressore.
Mohammed ha circa sessant'anni, una lunga barba bianca, il volto rassegnato, una fascia gli avvolge il braccio destro e una, più stretta, l'addome: è stato colpito dalle schegge della seconda esplosione. Mohammed è uno dei sopravvissuti: "Casa mia è proprio di fronte alla sede dell'intelligence, erano le otto, stavo bevendo un the e improvvisamente ho sentito un boato, mi sono voltato e dalla finestra ho visto il fumo, le fiamme, ho capito immediatamente che si trattava di un attentato. Ho aspettato un po' perché avevo paura, poi ho pensato che lì steso a terra avrei potuto esserci io, così mi sono vestito e sono sceso ad aiutare la mia gente". Mohammed racconta di aver visto corpi ovunque, corpi di bambini con gli zaini ancora sulle spalle, corpi che non avevano le gambe o le braccia. Mentre stava aiutando altri soccorritori a raccogliere i corpi da terra ha sentito il secondo colpo, ha perso i sensi e si è risvegliato nell'ospedale di Emergency.
"Rispetto a dieci anni fa la vita qui è cambiata completamente, gli uomini hanno paura di guidare mezz'ora per andare a lavorare, i bambini piangono perché hanno paura di andare a scuola. Mio nipote ha perso tre dei suoi compagni di classe per un attacco kamikaze, da allora la mattina grida perché ha paura di uscire di casa. Kabul è la città della paura. Questa è una guerra diventata così sporca che sei terrorizzato anche di uscire di casa per raccogliere i cadaveri dei tuoi vicini".
Accando a lui è steso Husein, che di anni ne ha 28, ha un figlio e lavora in un ufficio nel quartiere di Shashdarak, stava andando a lavorare, prima di essere colpito dalla prima bomba. "Ogni giorno a Kabul pensi che hai paura di morire e che hai paura che muoiano i tuoi figli. Stavo andando a guadagnare i cento dollari mensili del mio stipendio, tutto qui. Invece mi sono trovato scaraventato a terra, ferito, e quando ho aperto gli occhi avevo tre uomini e due donne agonizzanti accanto a me. Dal 2014 stiamo vivendo in un Afghanistan completamente nuovo, la corruzione dilaga, non c'è sicurezza e non c'è più speranza. E il mondo si limita a contare i morti e i feriti solo quando ci sono gli attentati brutali come oggi, ma Kabul è così ogni giorno. Dieci anni fa mia madre mi diceva di andare via. Scappa finché puoi, mi dicevano. E invece sono rimasto qui, perché pensavo che se ce ne fossimo andati tutti questo paese sarebbe rimasto in mano ai fondamentalisti. Ma ho sbagliato".
Husein si porta le mani agli occhi, e si commuove. Nella corsia accanto, Yousef, il capo infermiere della terapia intensiva scuote la testa. Dalla radio una voce dice: Bed number 4 free. Bed number 4 free. Significa che il paziente del letto 4 è morto. "Era un ragazzo - dice Yousef - non ci si abitua mai a restituire a una madre e un padre il corpo del figlio morto senza motivo, avvolto in un lenzuolo bianco".
Il secondo attentatore, secondo testimoni, è arrivato stringendo la macchina fotografica tra le mani, si è avvicinato a piedi ai giornalisti presenti e si è fatto saltare in aria. I feriti sono stati trasferiti all'ospedale Wazir Akbar Khan e nell'ospedale di Emergency. "Alcuni dei corpi che sono arrivati erano completamente smembrati - dice Deyan Panik, coordinatore del progetto di Emergency a Kabul, mentre cammina attraverso le corsie, tra i feriti degli attentati di oggi e quelli ancora in degenza dell'attacco suicida del 21 aprile - sono arrivati cadaveri con l'addome aperto, donne e uomini con i volti completamente carbonizzati, è stato difficile identificarli persino per le famiglie. Sta diventando tutto più brutale, giorno dopo giorno".
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Gli attentati di Kabul non sono i soli della giornata di lunedì: a Kandahar nel sud del paese un'autobomba è esplosa contro un convoglio della Nato: 13 morti e 15 feriti. Undici dei morti erano bambini che stavano andando a scuola. Due giorni fa a Jalalabad un altro kamikaze in motocicletta si è fatto saltare in aria di fronte all'ufficio per la registrazione del voto di ottobre, 5 morti e 13 feriti. Le vittime erano tutte civili. Anche il 22 aprile a Kabul, l'obiettivo è stato un ufficio per la registrazione elettorale, il bilancio di quel giorno è stato di sessanta morti e più di cento feriti.
L'Isis ha rivendicato l'attacco, ha detto attraverso un canale telegram del gruppo che i "fratelli del martirio" si sono fatti esplodere tra gli apostati, nominando il primo Qaqaa al-Kurdi e il secondo come Khalil al-Qurshi. In questi stessi giorni i talebani hanno annunciato l'inizio della campagna di primavera oscurando definitivamente le speranze per i colloqui di pace recentemente proposti dal governo che ha dimostrato disponibilità a riconoscere i talebani come un partito politico legittimo, proponendo un potenziale accordo di cessate il fuoco al gruppo militante islamista: l'offensiva contro gli americani e i loro alleati è stata nominata dai talebani di Al Khandaq, dal nome di una famosa battaglia di Medina, del 627 d.C. in cui le forze del Profeta Maometto significativamente indebolite, riuscirono a battere i nemici.
Tra i feriti dell'ospedale di Emergency ci sono anche le vittime collaterali degli scontri incessanti, quotidiani, tra le forze governative e i gruppi talebani. Per lo più arrivano dalla provincia di Ghazni.
"Basta guardare i numeri per capire dove sta andando il paese - dice ancora Panik - dieci anni fa arrivavano quattro o cinque persone al mese per ferite di arma da fuoco, oggi ne accogliamo una media di quindici al giorno, al netto degli attentati kamikaze che non sono mai stati così numerosi e violenti". I corpi dei feriti nell'ospedale di Emergency raccontano un paese in guerra, un paese le cui vittime continuano ad essere, dopo anni, le persone più vulnerabili: le donne, gli studenti, i bambini. Le vittime sono i civili che nelle ore più trafficate del mattino vanno a lavoro, i più giovani che vogliono registrare un documento di identità perché credono ancora che il paese possa avviarsi verso un processo democratico, e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio, perché quel luogo, l'ufficio elettorale, per i gruppi terroristici è il simbolo - uno dei tanti - di una scelta democratica intollerabile imposta dal nemico oppressore.
Mohammed ha circa sessant'anni, una lunga barba bianca, il volto rassegnato, una fascia gli avvolge il braccio destro e una, più stretta, l'addome: è stato colpito dalle schegge della seconda esplosione. Mohammed è uno dei sopravvissuti: "Casa mia è proprio di fronte alla sede dell'intelligence, erano le otto, stavo bevendo un the e improvvisamente ho sentito un boato, mi sono voltato e dalla finestra ho visto il fumo, le fiamme, ho capito immediatamente che si trattava di un attentato. Ho aspettato un po' perché avevo paura, poi ho pensato che lì steso a terra avrei potuto esserci io, così mi sono vestito e sono sceso ad aiutare la mia gente". Mohammed racconta di aver visto corpi ovunque, corpi di bambini con gli zaini ancora sulle spalle, corpi che non avevano le gambe o le braccia. Mentre stava aiutando altri soccorritori a raccogliere i corpi da terra ha sentito il secondo colpo, ha perso i sensi e si è risvegliato nell'ospedale di Emergency.
"Rispetto a dieci anni fa la vita qui è cambiata completamente, gli uomini hanno paura di guidare mezz'ora per andare a lavorare, i bambini piangono perché hanno paura di andare a scuola. Mio nipote ha perso tre dei suoi compagni di classe per un attacco kamikaze, da allora la mattina grida perché ha paura di uscire di casa. Kabul è la città della paura. Questa è una guerra diventata così sporca che sei terrorizzato anche di uscire di casa per raccogliere i cadaveri dei tuoi vicini".
Accando a lui è steso Husein, che di anni ne ha 28, ha un figlio e lavora in un ufficio nel quartiere di Shashdarak, stava andando a lavorare, prima di essere colpito dalla prima bomba. "Ogni giorno a Kabul pensi che hai paura di morire e che hai paura che muoiano i tuoi figli. Stavo andando a guadagnare i cento dollari mensili del mio stipendio, tutto qui. Invece mi sono trovato scaraventato a terra, ferito, e quando ho aperto gli occhi avevo tre uomini e due donne agonizzanti accanto a me. Dal 2014 stiamo vivendo in un Afghanistan completamente nuovo, la corruzione dilaga, non c'è sicurezza e non c'è più speranza. E il mondo si limita a contare i morti e i feriti solo quando ci sono gli attentati brutali come oggi, ma Kabul è così ogni giorno. Dieci anni fa mia madre mi diceva di andare via. Scappa finché puoi, mi dicevano. E invece sono rimasto qui, perché pensavo che se ce ne fossimo andati tutti questo paese sarebbe rimasto in mano ai fondamentalisti. Ma ho sbagliato".
Husein si porta le mani agli occhi, e si commuove. Nella corsia accanto, Yousef, il capo infermiere della terapia intensiva scuote la testa. Dalla radio una voce dice: Bed number 4 free. Bed number 4 free. Significa che il paziente del letto 4 è morto. "Era un ragazzo - dice Yousef - non ci si abitua mai a restituire a una madre e un padre il corpo del figlio morto senza motivo, avvolto in un lenzuolo bianco".