Scrivere libri nell’anno zero dell’Europa
Simonetta Fiori , di SIMONETTA FIORIDa Javier Marías a Maylis de Kerangal, da Fernando Aramburu a Edith Bruck fino al politologo Yascha Mounk. Al Lingotto ci si interroga sul destino in bilico del Vecchio Continente percorso dai nuovi nazionalismi
Il Salone come grande piazza dell'opinione pubblica europea. Dove gli scrittori si sentono chiamati a interrogarsi sul destino del vecchio e ammaccato continente, sotto assedio ovunque. "L'ultimo bastione di democrazia", lo definisce Javier Marías che sta arrivando al Lingotto con il suo nuovo romanzo Berta Isla (Einaudi) ambientato tra Barcellona e Oxford. La sola "utopia ragionevole" che siamo stati capaci di creare, dice Javier Cercas, un'utopia che oggi viene messa a dura prova.
E allora bisogna capire perché il progetto europeo rischia di estinguersi, quel disegno indicato solo pochi anni fa da Jeremy Rifkin come il sogno guida del XXI secolo. Cosa è successo? Maylis de Kerangal, autrice di Riparare i viventi (Feltrinelli), confessa una sorta di spaesamento. "L'Europa è nata dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di ricostruire una zona devastata, distrutta moralmente ed economicamente. Ma ha finit…
E allora bisogna capire perché il progetto europeo rischia di estinguersi, quel disegno indicato solo pochi anni fa da Jeremy Rifkin come il sogno guida del XXI secolo. Cosa è successo? Maylis de Kerangal, autrice di Riparare i viventi (Feltrinelli), confessa una sorta di spaesamento. "L'Europa è nata dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di ricostruire una zona devastata, distrutta moralmente ed economicamente. Ma ha finit…
Il Salone come grande piazza dell'opinione pubblica europea. Dove gli scrittori si sentono chiamati a interrogarsi sul destino del vecchio e ammaccato continente, sotto assedio ovunque. "L'ultimo bastione di democrazia", lo definisce Javier Marías che sta arrivando al Lingotto con il suo nuovo romanzo Berta Isla (Einaudi) ambientato tra Barcellona e Oxford. La sola "utopia ragionevole" che siamo stati capaci di creare, dice Javier Cercas, un'utopia che oggi viene messa a dura prova.
E allora bisogna capire perché il progetto europeo rischia di estinguersi, quel disegno indicato solo pochi anni fa da Jeremy Rifkin come il sogno guida del XXI secolo. Cosa è successo? Maylis de Kerangal, autrice di Riparare i viventi (Feltrinelli), confessa una sorta di spaesamento. "L'Europa è nata dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di ricostruire una zona devastata, distrutta moralmente ed economicamente. Ma ha finito per appiattirsi in una dimensione mercantile che ambisce a ricoprire un ruolo nell'economia liberale globalizzata".
È vero, l'Europa è piena di difetti. Grigia e burocratica, talvolta iniqua e arbitraria, riconosce Marías in un lungo articolo su El País. "Ma è stata un'invenzione straordinaria di cui i ragazzi non sono consapevoli". La generazione Erasmus è nata con lei, trova naturale viaggiare da un paese all'altro senza cambiare valuta e soprattutto mantenendo i propri diritti. "Se quei giovani si preoccupassero di sfogliare un manuale vedrebbero che la storia europea è stata un susseguirsi di guerre e di invasioni che s'è fermato solo grazie a questo progetto". Oggi in questa parte di mondo non c'è la pena di morte, ci sono elezioni democratiche, vige libertà di parola e di stampa. Ragazzi, conclude Marías, l'Europa è l'ultima frontiera di libertà. Difendetela con onore, perché questa può essere la vostra grande epopea.
Lo stesso appello arriva dal giovanissimo politologo di Harvard, Yascha Mounk, durante l'affollato incontro con il direttore di Repubblica Mario Calabresi. "Da poco Amos Oz mi ha parlato di un grande fuoco che serpeggia in Europa e nel mondo. Come riuscire a spegnerlo? Se ciascuno di noi versa il suo piccolo bicchiere d'acqua, forse l'happy end non è garantito, ma almeno ci abbiamo provato". La frontiera delle libertà democratiche oggi è minacciata ovunque, fuori e dentro il continente.
A Est dalla vittoria delle democrazie illiberali che hanno radici profonde in Ungheria, in Polonia e in Slovacchia; a Ovest dai nazionalismi intolleranti crescenti in Francia e Germania, in Austria e Olanda, e ora in Italia, dove c'è il rischio che la xenofobia lambisca il governo del paese. "Il nazionalismo è una costante europea da due secoli", interviene Fernando Aramburu, lo scrittore che alle ombre nefaste delle identità nazionali ha dedicato il suo ammiratissimo Patria e ora Anni lenti, racconto della stagione nascente del terrorismo basco (sempre Guanda). Nato a San Sebastián, da vent'anni vive in Germania. "In alcuni momenti storici, il nazionalismo s'è manifestato con maggiore intensità. L'attuale ossessione identitaria la definirei "di ripiegamento". Aspira a creare un territorio nazionale riservato ai nativi. E di conseguenza favorisce la chiusura delle frontiere e la discriminazioni degli stranieri".
L'onda nera del nazionalismo fa paura ad Edith Bruck, ebrea di origine ungherese sopravvissuta ad Auschwitz. "Come se il pendolo della storia fosse tornato indietro", dice mentre si prepara a presentare il suo libretto di poesie per le edizioni dell'Università di Macerata. "Si riparte da zero. La storia non ci ha insegnato nulla". La vittoria di Orban le procura "un dolore vivo", così come la inquietano i germi antisemiti che affiorano ovunque. "Quello europeo è rimasto solo un sogno, mai completamente realizzato. Oggi mancano le grandi figure carismatiche che gli diedero vita. Non c'è una politica comune. Non c'è una cultura comune. E ogni paese bada soltanto ai propri interessi". Secondo la scrittrice non c'è mai stata un'autentica e profonda riflessione collettiva su quel che è accaduto nella Seconda guerra mondiale. "Io ho visto morire il mio popolo e la mia famiglia. E non posso dimenticare gli orrori dei nazionalismi".
La predicazione identitaria, i muri, le barriere di filo spinato preoccupano anche de Kerangal. Al valore europeo dell'ospitalità ha dedicato il romanzo Lampedusa, ambientato nella nostra isola dell'accoglienza. "L'ospitalità è un valore storico e antropologico. Un segno di ciò che potremmo chiamare cultura europea. Se pensiamo all'Odissea e all'Eneide, non si parla d'altro che di migrazioni, di uomini in preda al tormento della storia, che fuggono la guerra attraversando un mondo violento". Ma cosa significa dirsi europeo? Condividere un canone comune che include Dante e Shakespeare, Cervantes e Montaigne, Ibsen e Kafka? "Per me l'Europa è il nome di una sfida", risponde de Kerangal. "Creare una comunità composta da anime profondamente diverse tra loro". Si tratta di difendere, per dirla con Marías, "una manciata di democrazie contro il resto del mondo, o quasi". Non è una sfida da poco.
E allora bisogna capire perché il progetto europeo rischia di estinguersi, quel disegno indicato solo pochi anni fa da Jeremy Rifkin come il sogno guida del XXI secolo. Cosa è successo? Maylis de Kerangal, autrice di Riparare i viventi (Feltrinelli), confessa una sorta di spaesamento. "L'Europa è nata dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di ricostruire una zona devastata, distrutta moralmente ed economicamente. Ma ha finito per appiattirsi in una dimensione mercantile che ambisce a ricoprire un ruolo nell'economia liberale globalizzata".
È vero, l'Europa è piena di difetti. Grigia e burocratica, talvolta iniqua e arbitraria, riconosce Marías in un lungo articolo su El País. "Ma è stata un'invenzione straordinaria di cui i ragazzi non sono consapevoli". La generazione Erasmus è nata con lei, trova naturale viaggiare da un paese all'altro senza cambiare valuta e soprattutto mantenendo i propri diritti. "Se quei giovani si preoccupassero di sfogliare un manuale vedrebbero che la storia europea è stata un susseguirsi di guerre e di invasioni che s'è fermato solo grazie a questo progetto". Oggi in questa parte di mondo non c'è la pena di morte, ci sono elezioni democratiche, vige libertà di parola e di stampa. Ragazzi, conclude Marías, l'Europa è l'ultima frontiera di libertà. Difendetela con onore, perché questa può essere la vostra grande epopea.
Lo stesso appello arriva dal giovanissimo politologo di Harvard, Yascha Mounk, durante l'affollato incontro con il direttore di Repubblica Mario Calabresi. "Da poco Amos Oz mi ha parlato di un grande fuoco che serpeggia in Europa e nel mondo. Come riuscire a spegnerlo? Se ciascuno di noi versa il suo piccolo bicchiere d'acqua, forse l'happy end non è garantito, ma almeno ci abbiamo provato". La frontiera delle libertà democratiche oggi è minacciata ovunque, fuori e dentro il continente.
A Est dalla vittoria delle democrazie illiberali che hanno radici profonde in Ungheria, in Polonia e in Slovacchia; a Ovest dai nazionalismi intolleranti crescenti in Francia e Germania, in Austria e Olanda, e ora in Italia, dove c'è il rischio che la xenofobia lambisca il governo del paese. "Il nazionalismo è una costante europea da due secoli", interviene Fernando Aramburu, lo scrittore che alle ombre nefaste delle identità nazionali ha dedicato il suo ammiratissimo Patria e ora Anni lenti, racconto della stagione nascente del terrorismo basco (sempre Guanda). Nato a San Sebastián, da vent'anni vive in Germania. "In alcuni momenti storici, il nazionalismo s'è manifestato con maggiore intensità. L'attuale ossessione identitaria la definirei "di ripiegamento". Aspira a creare un territorio nazionale riservato ai nativi. E di conseguenza favorisce la chiusura delle frontiere e la discriminazioni degli stranieri".
L'onda nera del nazionalismo fa paura ad Edith Bruck, ebrea di origine ungherese sopravvissuta ad Auschwitz. "Come se il pendolo della storia fosse tornato indietro", dice mentre si prepara a presentare il suo libretto di poesie per le edizioni dell'Università di Macerata. "Si riparte da zero. La storia non ci ha insegnato nulla". La vittoria di Orban le procura "un dolore vivo", così come la inquietano i germi antisemiti che affiorano ovunque. "Quello europeo è rimasto solo un sogno, mai completamente realizzato. Oggi mancano le grandi figure carismatiche che gli diedero vita. Non c'è una politica comune. Non c'è una cultura comune. E ogni paese bada soltanto ai propri interessi". Secondo la scrittrice non c'è mai stata un'autentica e profonda riflessione collettiva su quel che è accaduto nella Seconda guerra mondiale. "Io ho visto morire il mio popolo e la mia famiglia. E non posso dimenticare gli orrori dei nazionalismi".
La predicazione identitaria, i muri, le barriere di filo spinato preoccupano anche de Kerangal. Al valore europeo dell'ospitalità ha dedicato il romanzo Lampedusa, ambientato nella nostra isola dell'accoglienza. "L'ospitalità è un valore storico e antropologico. Un segno di ciò che potremmo chiamare cultura europea. Se pensiamo all'Odissea e all'Eneide, non si parla d'altro che di migrazioni, di uomini in preda al tormento della storia, che fuggono la guerra attraversando un mondo violento". Ma cosa significa dirsi europeo? Condividere un canone comune che include Dante e Shakespeare, Cervantes e Montaigne, Ibsen e Kafka? "Per me l'Europa è il nome di una sfida", risponde de Kerangal. "Creare una comunità composta da anime profondamente diverse tra loro". Si tratta di difendere, per dirla con Marías, "una manciata di democrazie contro il resto del mondo, o quasi". Non è una sfida da poco.