I maschi che pensano che il calcio sia roba loro non capiscono molto di calcio.
Che noi quando si va allo stadio, quando ci viene un infarto al novantesimo, quando si twittano tutta la notte i fuochi d’artificio che infiammano il Vesuvio, si fa di contorno. Per folklore. Che al servizio quotidiani, nel treno, si offra il giornale rosa per contrappasso: ai maschi, come se tutte vivessimo in un palinsesto televisivo del lunedì sera e parlar di calcio fosse un vezzo misurabile in centimetri di tacco.
Certo: ci fu un tempo in cui i mondiali si vedevano tra amiche, e bastava Giannini senza maglietta per esultare. Maschi da una parte, femmine dall’altra, come vuole il protocollo dell’adolescenza, gli occhi incollati sullo stesso schermo (bombato) si guardavano due partite contemporanee e differenti: e sotto il piano tecnico scorreva il sangue di semidei irraggiungibili che non puzzavano certo quanto i compagni di classe.
Ma poi noi si invecchia e l…
I maschi che pensano che il calcio sia roba loro non capiscono molto di calcio.
Che noi quando si va allo stadio, quando ci viene un infarto al novantesimo, quando si twittano tutta la notte i fuochi d’artificio che infiammano il Vesuvio, si fa di contorno. Per folklore. Che al servizio quotidiani, nel treno, si offra il giornale rosa per contrappasso: ai maschi, come se tutte vivessimo in un palinsesto televisivo del lunedì sera e parlar di calcio fosse un vezzo misurabile in centimetri di tacco.
Certo: ci fu un tempo in cui i mondiali si vedevano tra amiche, e bastava Giannini senza maglietta per esultare. Maschi da una parte, femmine dall’altra, come vuole il protocollo dell’adolescenza, gli occhi incollati sullo stesso schermo (bombato) si guardavano due partite contemporanee e differenti: e sotto il piano tecnico scorreva il sangue di semidei irraggiungibili che non puzzavano certo quanto i compagni di classe.
Ma poi noi si invecchia e loro si rigenerano, come le modelle in passerella: sono sempre giovani. Poi si cresce e ci si ritrova a guardarli con il puntiglio della suocera, apprensive se fanno troppo gli scolari, orgogliose se vincono. Mannaggia. Ci si ritrova il Napoli senza Sarri (nulla da dire su Ancelotti, ma il sarrismo è stata una stagione esistenziale), l’Italia femminile di calcio qualificata per i mondiali di Francia dopo venti anni di assenza, con 21 punti in classifica e una giornata di anticipo (è la prima del suo girone e la prima in assoluto, sta sopra anche alla Germania), e quella maschile che ai mondiali non ci va. Pazienza.
Guarderemo il calcio come se fosse uno sport, aspettando i mondiali di Francia.
Ci vedremo, dentro quelle gambe che corrono, che replicano, sospendendo la ragione, schemi imparati con la ragione, la determinazione totale che gli sportivi dedicano all’arte loro. Un’arte pirotecnica che lancia attorno a sé polvere esplosiva sulle folle. E poiché queste sono chiacchiere da bar… pardon… si voleva dire da parrucchiere: tra il nuovo taglio e la messa in piega, Aurora mi spiega che uno sguardo diverso sul calcio le femmine ce l’hanno, ma non è nei sentimenti. Rabbia o gioia (la tifoseria nutre sentimenti binari), quelli sono uguali. L’afflato diverso lei lo vede nella condivisione. Mi dice che è andata al San Paolo a vedere Napoli-Crotone per salutare tutti i giocatori. Che non conosce le regole nuove ma loro li conosce tutti: le piace scoprire di ciascuno di essi il traguardo personale (“Mi piace in qualunque sport, ma in campo di più, è un’altra cosa”). In campo si esulta e insomma, mi pare che il senso finale di questo essere tifosa sia: “Io ci sono: anche se sul rettangolo verde non ci sono le mie gambe, sono con te”.
E in attesa di stare al fianco di chiunque tiri il ciuccio, come nel Don Chisciotte, non c’è nulla di meglio che questo giugno infuocato a tifare il più debole o il più forte (dipende da quanto si regge la frustrazione), il più simpatico o il più antipatico (dipende da quanto carattere si ha), il più sfortunato o il più fortunato (dipende da quanto si è comunisti).
Sarà un’estate magnifica, vedrete. Potremo fare la paella il 15 e chiamare il sushi take away il 28, oppure i padri/mariti/fidanzati/compagni e fratelli d’Italia prepareranno monumentali frittate di cipolla e compreremo birre ghiacciate. Controlleremo almeno mezz’ora prima che il televisore sia sintonizzabile sul canale giusto e faremo la stanza dello scirocco (le imposte d’estate appannate dal lato del sole, qualche mosca pigra intorno alle tende). Dentro il cuore l’attesa. Il sentimento, tra quelli non esiziali, più difficile da gestire in maniera composta.
E poi: la qualificazione delle azzurre da sostenere per il mondiale francese del prossimo anno. La magnifica squadra di Milena Bertolini che ha vinto tutte le partite fino a venerdì, quando ha battuto il Portogallo in una gara trionfale con reti di Cristiana Girelli, Cecilia Salvai e Barbara Bonansea. Cominciate a imparare i nomi, studiare i ruoli, immaginare le tattiche. A riconoscerle dai capelli ricci, dalle code di cavallo, dai tagli alla maschietta. Dalle cosce, dalla generosità, dalla cattiveria, dallo sprint… I maschi che pensano che il calcio sia roba loro non capiscono molto di calcio: l’Italia ai mondiali c’è. C’è proprio il meglio dell’Italia.