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Loro aprono, noi chiudiamo

Per Giuseppe Laterza giusta la scelta di dare più spazio a culture altre: soprattutto mentre c’è chi nega i porti. Ma occhio a non creare nuovi ghetti
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Il progetto della Penguin di dare più spazio alle minoranze più diverse – culturali, sessuali o legate alla disabilità? Molto interessante sul piano simbolico, ma ho qualche dubbio sulla traduzione pratica». Giuseppe Laterza interviene sulla politica del politicamente corretto annunciata dal più grande gruppo editoriale inglese.

Perché ha dei dubbi?
«Prima voglio dire che l’iniziativa di Penguin Random House mi sembra importante come reazione alla Brexit, anche se non viene mai citata. Penguin non è solo un autorevole marchio editoriale, ma è un publisher autenticamente pop, ossia capace di formare una cultura popolare: non dimentichiamo che è stato l’editore che ha riempito con i suoi tascabili gli zaini dei soldati che partivano per la guerra».

Quindi capace di influenzare l’opinione pubblica.
«Per questo l’iniziativa va vista con interesse, specialmente in un momento stor…
Il progetto della Penguin di dare più spazio alle minoranze più diverse – culturali, sessuali o legate alla disabilità? Molto interessante sul piano simbolico, ma ho qualche dubbio sulla traduzione pratica». Giuseppe Laterza interviene sulla politica del politicamente corretto annunciata dal più grande gruppo editoriale inglese.

Perché ha dei dubbi?
«Prima voglio dire che l’iniziativa di Penguin Random House mi sembra importante come reazione alla Brexit, anche se non viene mai citata. Penguin non è solo un autorevole marchio editoriale, ma è un publisher autenticamente pop, ossia capace di formare una cultura popolare: non dimentichiamo che è stato l’editore che ha riempito con i suoi tascabili gli zaini dei soldati che partivano per la guerra».

Quindi capace di influenzare l’opinione pubblica.
«Per questo l’iniziativa va vista con interesse, specialmente in un momento storico segnato da esclusioni e barriere alzate. Però mi vengono in mente alcune domande che rivolgerei ai miei colleghi inglesi».

Quali?
«Mettere insieme tutte le minoranze non rischia di creare discriminazione? Assumere un redattore perché disabile o gay non rischia di etichettare quelle persona mettendo nell’ombra le sue qualità professionali? Insomma, bisogna procedere con molta accortezza per evitare che nascano nuovi ghetti».

Il politicamente corretto rischia di rovesciarsi nel suo contrario?
«Il politicamente corretto funziona se è un ideale regolativo, non una prescrizione normativa. Se ogni volta che faccio una collana mi preoccupo che ci siano voci femminili, questo è giusto. Ma se una norma mi impone che almeno il trenta per cento di quella collana sia fatta da donne, temo che diventi discriminazione».

Si è mai posto il problema degli autori gay?
«No. Quando pubblico un libro non mi interrogo sulle preferenze sessuali di un autore. Non costituisce una questione. Se invece dovessi dargli una priorità in quanto omossessuale, mi chiedo se stia facendo realmente il bene dei gay o se non li stia riportando in un ghetto».

La formula di Penguin sembra difficilmente trasferibile nell’editoria italiana.
«Nasce in un contesto culturale che è diverso dal nostro: a Londra il multiculturalismo si percepisce a occhio nudo. E diversa è anche la portata delle decisioni editoriali. Se pensiamo a questa parte di mondo come a una collina, loro stanno sopra e noi a mezza costa. In redazione, da Penguin, si possono permettere di guardarsi intorno e di selezionare le cose più interessanti sapendo che le loro scelte sono “universali”: uscire in lingua inglese, sotto quella sigla, significa arrivare subito nelle biblioteche giapponesi, indiane, statunitensi, in altre parole nel resto del mondo. Noi non abbiamo la stessa potenza».

Resta il tema mosso da Penguin: come favorire l’inclusione.
«Sì, soprattutto nell’attuale passaggio politico. Gli editori hanno una responsabilità civile molto grande. Ma alle quote per le minoranze discriminate preferisco il lavoro nelle scuole. Quello è il luogo dove possiamo educarci a capire cosa sia l’inclusione. Sarebbe bello se nel prossimo anno scolastico ciascun editore italiano s’impegnasse ad “adottare” dieci scuole, mandando nelle classi i propri autori per parlare di multiculturalismo. Noi quest’anno l’abbiamo fatto a Torino, Roma e Bari: è stata un’esperienza straordinaria».

Lei dice in sostanza: più che rivolgersi all’élite colta che legge libri, meglio fare educazione civile tra gli studenti.
«In parte è così, ma senza trascurare il pubblico dei lettori forti. È la ragione per cui a gennaio pubblicheremo Politiche dell’inimicizia di Achille Mbembe, un filosofo del Camerun che insegna alla Sorbonne. Nel mercato librario italiano non vedo molta produzione saggistica dedicata al tema dell’inclusione, mentre la narrativa è ricca di voci che provengono da ogni parte del mondo».

Però è vero che gli intellettuali neri li scopriamo quando insegnano nelle grandi università dell’Occidente, quindi dopo essere stati selezionati dal ceto accademico bianco.
«Sì. Qui si misura il problema sollevato da Penguin quando insiste sulla necessità di promuovere seminari contro i pregiudizi. Con la differenza che nelle grandi università anglosassoni c’è una forte tradizione di multiculturalismo, mentre in Italia siamo tragicamente impreparati».

Si riferisce anche all’Università?
«Sì, come dicevo prima non c’è una grande produzione scientifica sull’argomento. Da noi è mancata una discussione pubblica su come si possa fare inclusione e non assimilazione, ossia come sia possibile chiedere il rispetto dei nostri valori fondamentali ma senza imporre l’azzeramento delle altrui identità: un processo possibile solo quando anche gli italiani sono disposti a cambiare sé stessi. Ed è questo vuoto culturale a spiegarci perché oggi siamo succubi di una retorica leghista che identifica l’immigrazione con i barconi e i poveri disgraziati e non con cinque milioni di persone che vivono nella penisola».

Eppure vantiamo un’antica storia di integrazione.
«Sì, tutta la storia italiana è storia di inclusione, pur tra drammi e difficoltà. E invece ci ritroviamo in un paese che chiude i porti con il consenso di tanti».