Elisabetta Muritti
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di ELISABETTA MURITTI. FOTO DI GIULIO DI STURCO PER D
Ralph Rugoff, newyorkese, direttore della Hayward Gallery di Londra, curerà la 58esima Biennale d’Arte. A cui vorrebbe regalare, dice, un punto di vista meno polarizzato
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L'Hayward gallery di Londra, nel Southbank Centre, forse rischiava il destino di Cenerentola prima del gran ballo, visti i fasti della Tate Modern. Ralph Rugoff l'ha rivoltata come un calzino a partire dal 2006, quando ne ha assunto la direzione. L'ha resa amabile e divertente (e molto visitata): ha concesso che il collettivo viennese Gelitin trasformasse la terrazza delle sculture in uno stagno con tanto di barchette a remi, che il belga Carsten Höller ne facesse un luna-park di scivoli metallici, che l'inglese Jeremy Deller (a cui Milano deve la Stonehenge gonfiabile nel parco di Citylife, che ha fatto impazzire i bambini) vi allestisse la replica di uno snack-bar di Manchester, che una pattuglia di outsider autodidatti vi impaginasse una "guida alternativa all'universo", che la coreana Lee Bul la popolasse di dirigibili argentati e cyborg mostruosi.
Le sue sale hanno via via ospitato opere invisibili, oppure fatte di luce, e solo di quella. Conse…
L'Hayward gallery di Londra, nel Southbank Centre, forse rischiava il destino di Cenerentola prima del gran ballo, visti i fasti della Tate Modern. Ralph Rugoff l'ha rivoltata come un calzino a partire dal 2006, quando ne ha assunto la direzione. L'ha resa amabile e divertente (e molto visitata): ha concesso che il collettivo viennese Gelitin trasformasse la terrazza delle sculture in uno stagno con tanto di barchette a remi, che il belga Carsten Höller ne facesse un luna-park di scivoli metallici, che l'inglese Jeremy Deller (a cui Milano deve la Stonehenge gonfiabile nel parco di Citylife, che ha fatto impazzire i bambini) vi allestisse la replica di uno snack-bar di Manchester, che una pattuglia di outsider autodidatti vi impaginasse una "guida alternativa all'universo", che la coreana Lee Bul la popolasse di dirigibili argentati e cyborg mostruosi.
Le sue sale hanno via via ospitato opere invisibili, oppure fatte di luce, e solo di quella. Conseguenze, a parte la soddisfazione del pubblico e la stima degli artisti più controversi della contemporaneità, Tracey Emin compresa? Al momento soprattutto una: oggi Ralph Rugoff, bel signore newyorkese di 61 anni, alto, magrissimo, brizzolato e dall'eloquio suadente e carismatico, spesso vestito di blu e di azzurro, ha ricevuto l'offerta di firmare la prossima Biennale di Venezia, il cui vernissage è previsto per l'8, 9 e 10 maggio 2019. Seduto in una sala di Ca' Giustinian, leggermente provato dall'affollata canicola lagunare di metà luglio, rievoca tempi e luoghi più freschi: "Era un sabato di novembre, a Londra. Ricevo una telefonata: "Sono Paolo Baratta, sai chi sono?". "Credo proprio di sì", rispondo ridendo. "Mi piacerebbe invitarti a pranzo a Roma. Vieni?". Un invito a pranzo a Roma non si rifiuta! Vado. Con Paolo (il Presidente della Biennale, ndr) abbiamo discusso a lungo, ero eccitato, emozionato. Avevo messo in conto l'eventualità che mi offrisse qualcosa, ma pensavo solo a un ruolo di consulenza".
E invece no. A Mister Rugoff, professionista stimatissimo a livello internazionale ma anche garbato iconoclasta, si chiedeva proprio di pilotare la 58esima Biennale, inevitabilmente destinata a uno slalom tra gli scogli di una delle più insidiose crisi globali dell'Occidente.
Laureato in Semiologia con passioni studentesche per Deleuze e Guattari e il cinema di Godard, giornalista, scrittore e saggista diventato quasi inavvertitamente anche curatore ("Inevitabile, molti dei miei amici erano artisti"), vent'anni in California incastonati tra la Brown University della giovinezza e le rive del Tamigi della maturità, padre distributore cinematografico, madre psicanalista e moglie francese, Rugoff comincia in apparente souplesse. Con un programma-non-programma all'insegna della complessità leggera e dialogante di cui, oggi, dovremmo in verità dotarci tutti. E con un titolo intrigante: May You Live in Interesting Times, cioè "che tu possa vivere tempi interessanti". "Un'antica maledizione cinese non comprovata storicamente e che forse tanto antica non è. Una fake news, insomma. Ma efficace. La si usava nella diplomazia britannica anni '30 in Asia, l'ha pronunciata Sir Chamberlain. Ma anche Robert Kennedy", specifica con un sorriso fine.
Un modo assai orientale per augurare la iattura peggiore, quella di non avere più né le occasioni, né gli strumenti per annoiarsi nel benessere e nella tranquillità acquisiti. In più, nella più assoluta ignoranza di quanto potrebbe accadere dopo. Gli eventuali frutti quanto a creatività e opportunità di crescita sono evidentemente una consolazione del dopoguerra. E di tutti i dopoguerra che dobbiamo affrontare. Non è che l'Europa alla fine l'ha delusa, Mister Rugoff? Lunga pausa, ancora più lungo sospiro: "No, non mi ha deluso. Solo che mi è difficile parlarne. Sono rimasto sconcertato: la Brexit è stata uno choc per tutti, così come Polonia e Ungheria aprono scenari ardui da capire. L'Europa è una grande idea, ma risulta complicato preservare quanto c'era prima".
D'accordo. Ma c'è un criterio per selezionare un artista o un filo rosso che possa accompagnare questi tempi che vogliamo definire interessanti? Rugoff nomi e tendenze non ne anticipa. Ovvio. Dice che viaggerà tantissimo, da oggi in poi, per essere nei posti dove nascono le idee più stimolanti. Cercherà gli artisti giusti. E gli artisti giusti che gli avranno raccomandato gli artisti giusti. Perché un buon artista è giocoforza un buon curatore. I consulenti sono superflui: "Io mi fido degli artisti". Riflette: "Le mostre d'arte sono di tanti tipi. E una Biennale è una mostra molto particolare, solitamente intestata a una città e non a un paese, con l'idea che questa città sia un luogo cosmopolita dove convivono più culture e persone diverse. È un aspetto molto importante. Soprattutto pensando a Venezia e alla sua ambizione internazionale. È come se ogni due anni qui si celebrasse un rituale, un carnevale, è come aver caricato un orologio: una Biennale degli anni '70 non è proponibile oggi, perché ogni Biennale è legata alla sua epoca, alle sue contraddizioni. Che sono diverse da quelle attuali. Ecco perché una Biennale non può mai avere un unico tema, come invece lo può avere una qualsiasi altra mostra: il suo compito è semmai quello di stanare gli artisti che stanno facendo cose interessanti adesso, indipendentemente dalle scuole di appartenenza, dai trend, dagli eventuali collegamenti".
Per Rugoff l'arte dei tempi interessanti - forse fin troppo, e quindi caratterizzati da discussioni eccessivamente polarizzate, che non sanno più abbracciare la contraddizione - deve cercare modi più sfumati. Grazie agli artisti, che sono abituati a non utilizzare mai un solo modo di pensare. E magari grazie alla tecnologia. Riguardo alla quale aggiunge: "La tecnologia fa indubbiamente parte del gioco. I visitatori se l'aspettano, sono abituati a dialogare con i loro dispositivi, e dunque pensano di poter fruire dell'arte proseguendo un tipo di conversazione che hanno già iniziato. Un buon criterio è far loro continuare questa conversazione, ma secondo punti di vista non scontati, inaspettati".
Certo, Venezia è impegnativa. "Pensando alle mie passate esperienze alla Biennale, mi ricordo che ero esausto, la trovavo difficile da afferrare compiutamente, visitarla richiedeva due-tre giorni che sarebbe stato meglio trasformare in una settimana, ma una settimana intera a Venezia non è per tutti. Peccato. L'arte ci dovrebbe fare invece pensare a un piacere imprevedibile. Dovrebbe toccarci in punti che non avremmo mai pensato potessero procurarci piacere". E ribadisce: "Una delle difficoltà della Biennale di Venezia è proprio quella delle dimensioni. Esige un sacco di energia. Ci chiede di partecipare a oltranza, di stare molto attenti. È come conversare con un caro amico per ore e ore di fila: probabilmente gradevole ma eccessivo, per un giorno solo, e per prestare davvero la dovuta attenzione all'interlocutore". È dunque possibile presentare l'arte in modo più attraente? Affinché consenta vari livelli di esperienza? Mister Rugoff ha espressamente annunciato di pensare a una Biennale più sociale, pubblica e "politica" proprio perché più ludica e non perché più ideologica, e proprio perché siamo tutti più umani, quando giochiamo. Del resto, di rassegne immersive e giocose ha riempito il palinsesto della Hayward. Pare meditare su alternative adatte ai tempi: "Vorrei concentrami sul format della Biennale. Ci sono troppi spazi vuoti da riempire, troppo lavoro, più che arte questa è un'idea da architetti, ma l'arte prevede molti più piaceri da esplorare".
Già, i piaceri. Ovvio che un curatore nato dalla scrittura, dai libri e dai giornali sia un curatore differente. O no? "Be', sì. Sai che devi avere punti di vista molto chiari ed essere in grado di organizzarli e difenderli. Facendoli capire anche agli altri. È un'educazione che ti abitua al fatto che una mostra è in qualche modo sempre l'esposizione di un'idea. E che tu, come critico, devi essere in grado di esporla molto bene, in modo comprensibile. Personalmente, quando nel mio lavoro incontro qualcosa che non riesco a descrivere in modo comprensibile, mi fermo. E finché non ho raggiunto un buon livello di chiarezza, non vado avanti". Quindi non ha nessun rimpianto, nessuna nostalgia di quanto faceva prima? Ride sorpreso: "Assolutamente no. Salvo... No, niente. Ho imparato molto a Londra, e questo è stato eccitante. Adesso molte cose sono cambiate. Certo, se non fossi un curatore d'arte sarei uno scrittore. La letteratura è sempre il mio primo amore, amo leggere, preferisco i libri ai film. Adoro perdermi dentro a un romanzo".