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Bruno Segre: "Siamo di fronte agli analfabeti della democrazia"

L'infanzia con i lampioni a gas, la tesi durante il fascismo, la Resistenza, il carcere, le lotte per il divorzio e l'obiezione di coscienza. Memorie e battaglie di un giovane ragazzo che compie 100 anni
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TORINO - "Ma sto bene così o devo pettinarmi?". L'avvocato Bruno Segre, cent'anni martedì prossimo, si offre all'obiettivo con la pazienza d'un attore sperimentato. Il suo studio torinese in via della Consolata è lo specchio del Novecento, vertiginoso monumento alla carta tra pinnacoli di bozze, colonne di fascicoli e capitelli di fogli di giornale. Un manifesto annuncia l'introduzione dell'euro e non deve essere stato un passaggio da poco per uno che è nato "con i cannoni ancora fumanti della Grande guerra". Il suo primo ricordo è un omino che con una pertica accende i lampioni a gas. Aveva sei anni quando gli capitò tra le mani una cartolina di Giacomo Matteotti appena assassinato, "e il nonno mi intimava: metti via, i fascisti ci guardano". C'era ancora Mussolini quando discusse la sua tesi di laurea su Benjamin Constant: relatori Gioele Solari e Luigi Einaudi. Figlio di padre ebreo,…
TORINO - "Ma sto bene così o devo pettinarmi?". L'avvocato Bruno Segre, cent'anni martedì prossimo, si offre all'obiettivo con la pazienza d'un attore sperimentato. Il suo studio torinese in via della Consolata è lo specchio del Novecento, vertiginoso monumento alla carta tra pinnacoli di bozze, colonne di fascicoli e capitelli di fogli di giornale. Un manifesto annuncia l'introduzione dell'euro e non deve essere stato un passaggio da poco per uno che è nato "con i cannoni ancora fumanti della Grande guerra". Il suo primo ricordo è un omino che con una pertica accende i lampioni a gas. Aveva sei anni quando gli capitò tra le mani una cartolina di Giacomo Matteotti appena assassinato, "e il nonno mi intimava: metti via, i fascisti ci guardano". C'era ancora Mussolini quando discusse la sua tesi di laurea su Benjamin Constant: relatori Gioele Solari e Luigi Einaudi. Figlio di padre ebreo, conobbe la galera prima nel carcere Le Nuove, poi nella caserma di via Asti. Ha fatto il partigiano nelle file di Giustizia e Libertà. Dopo la guerra è stato il difensore in tribunale dell'obiezione di coscienza, del divorzio e di tante battaglie contro il razzismo e l'intolleranza. Sulla scrivania è pronto il nuovo menabò della sua rivista Incontro, "la faccio da settant'anni, ma a dicembre chiudo per mancanza di fondi". Un curioso destino fa cadere il suo centesimo compleanno nell'Italia sovranista di Salvini. "Pensi che me lo sono sognato. In divisa nera, cappello con pennacchio e stivaloni lucidi. E quel modo di fare tracotante che mi ricorda il duce".

I cento anni dell'avvocato antifascista Bruno Segre: "Salvini ricorda Mussolini ma non temo per la democrazia"

Avverte una somiglianza?
"Sì, la baldanza provocatoria del vicepremier leghista evoca il Mussolini propagandista. Ma per il resto l'analogia storica non regge. Questi mi paiono soprattutto velleitari".

Che sentimenti prova nell'Italia di oggi?
"Una delusione profonda. Noi che abbiamo fatto il carcere o siamo saliti in montagna pensavamo che la democrazia, la Costituzione, l'assetto repubblicano avrebbero spinto il popolo a maturare. E invece nel corso dei decenni l'Italia ha palesato il suo volto di compromessi e particolarismi".

Come definirebbe l'attuale passaggio storico?
"Analfabetismo della democrazia. Salvini è un demagogo di basso conio che scatena gli istinti peggiori degli italiani. Certo vedere il ministro degli Interni che abbraccia Orbán e tiene in ostaggio i migranti non può che farmi male. Tutta la mia vita è stata una ribellione alle ingiustizie e alle prevaricazioni".
Lei finì in galera nel 1942 con l'accusa di disfattismo. E nel 1944 fu arrestato dalla Guardia nazionale repubblicana.
"Per poco non ci lasciavo la pelle. Un repubblichino mi sparò alle spalle ma la pallottola fu deviata dal portasigarette di metallo che portavo nella tasca posteriore. Finii nella caserma di via Asti dove venivano rinchiusi sia gli oppositori antifascisti che i fascisti colpevoli di reati comuni. Una situazione surreale. Divisi da tutto, giocavamo a carte scambiandoci le sigarette. E il prete difensore degli ebrei conviveva con il cappellano delle Brigate nere".

Cosa le ha insegnato il carcere?
"La vita. E di che pasta sono gli uomini. Viltà, vigliaccheria, insospettate solidarietà. In via Asti ho capito che non bisogna mai arrendersi interiormente. Mi dava forza lo sguardo fiero di Aurelio Peccei, un antifascista che passeggiava in terrazzo a torso nudo: trasmetteva tranquillità al contrario delle facce inquiete dei repubblichini appesantiti dal carico di mitra e delle bombe a mano".

Perché scelse di fare il partigiano?
"Era l'unica via per riscattare il passato risorgimentale. E per restare coerenti alle proprie idee. Un piccolo contributo alla libertà del mio paese".

Pensa che gli italiani abbiano fatto i conti con il fascismo?
"No. Abbiamo rischiato di avere a Roma una strada intestata a Giorgio Almirante: ma sanno chi era? Segretario di redazione de La difesa della razza. Incarichi di primo piano nella Repubblica Sociale. Un suo seguace mi confessò che l'acronimo Msi stava per "Mussolini sei immortale"... In Italia c'è stata una rimozione del ventennio, ma la colpa è di Togliatti. La sua amnistia permise a seviziatori di fingersi democratici, perfino compagni. Un'infamia".

Dopo la Liberazione lei fece anche il giornalista.
"Sì, nel quotidiano liberale l'Opinione che sostituiva La Stampa. Lo dirigeva Giulio de Benedetti. Intelligentissimo. Sin dalle prime battute capiva dove andassi a parare".

Tra le sue interviste ce ne fu una leggendaria a Josephine Baker.
"Mi ricevette nuda nel suo camerino. In un'Italia che ancora processava per offesa al pubblico pudore, la sua disinvoltura mi parve inaudita".

Con Umberto II arrivò a sfiorare l'insolenza.
"Era un uomo molto bello, distinto, di sovrastante altezza. Ma una nullità totale. Durante la campagna referendaria del 1946 lo incontrai a Torino. "Scusi, ma lei voterà per la Monarchia o per la Repubblica? Allibito, affrettò il passo verso la Prefettura".

Un provocatore.
"Mi divertivo a fare il guastafeste. Sui muri campeggiava la scritta W il RE. E io aggiungevo con il gessetto una "o": W il REO".

Per difendere il divorzio sarebbe arrivato a noleggiare un aereo.
"Sì, nel 1970 organizzai un volantinaggio non autorizzato sui cieli di Torino. "Il divorzio non viene dal cielo", si leggeva sui volantini, "ma dall'onorevole Loris Fortuna che oggi alle 18 parlerà al teatro Gobetti. I palchi si riempirono all'inverosimile".

Lei è stato anche un avvocato matrimonialista. Cosa ha capito dei rapporti tra uomini e donne?
"Questo non me lo chieda. Ho divorziato due volte. Ho anche perso un figlio. Da molti anni sono solo. Un fallimento".

Ogni anno partecipa al festival del cinema gay a Torino.
"La loro è stata una grande conquista di libertà. Sono stato difensore di molti omosessuali ingiustamente accusati, ricattati, registrati in questura. Una vera persecuzione".

Lei ha raggiunto la vetta dei cent'anni. Che cosa vede da lassù che ancora noi non scorgiamo?
"Un paesaggio di straordinaria ignoranza, nel senso letterale del termine. E di totale indifferenza: la gente non pensa alla storia ma alla cronaca quotidiana. È l'eterna legge del tirare a campare. Aveva ragione Massimo D'Azeglio: bisogna fare ancora gli italiani. Bisogna fare degli italiani migliori".

La vecchiaia ti insegna qualcosa o toglie soltanto?
"Senectus ipsa morbum est: la vecchiaia è per sé stessa una malattia, comunque una forma di umiliazione. Se devo essere sincero, questi cent'anni mi sembrano uno scherzo dell'anagrafe: come se riguardassero un'altra persona".

E sul piano spirituale?
"Resto un libero pensatore. A me la morte non fa paura. La considero un passaggio, come la caduta dall'albero d'una foglia. O come un animale che si ritira nella boscaglia e s'addormenta. Vorrei spegnermi nel sonno, questo sì. Senza sofferenze. Oppure chiudere al modo di Gaetano Salvemini, fino all'ultimo con gli allievi intorno al letto".

È preoccupato per la tenuta della democrazia?
"No. Ci vorrebbe un colpo di Stato ma né il modesto demagogo Salvini né quello sbarbatello di Di Maio mi sembrano all'altezza. E poi, nonostante i suoi difetti, l'Italia resta un grande paese. È come una bella donna ignorante. E io non posso smettere di amarla".