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Quella sera ai Castelli davanti alla capricciosa bizzarria di Ceronetti

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Inclassificabile, antiretorico, religioso ed eretico insieme, il poeta e scrittore è morto nella sua casa di Cetona, in Toscana, a 91 anni. Tra i classici e i libri sacri da tradurre e, soprattutto, le amate marionette
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Con Guido Ceronetti scompare una tra le figure più eccentriche, colte, controverse, inclassificabili del panorama culturale italiano. Saggista e poeta, traduttore e opinionista, questo scrittore mite e intollerante si affermò sostanzialmente come raffinatissimo cultore di un particolare genere letterario: l'invettiva. Maestro del pamphlet e della provocazione, ilare e insieme cupo prosatore (comunque sia, sempre paradossale, oltranzista, urticante), Ceronetti eccelleva nel misoneismo e nella deprecazione dei tempi. Così, talvolta, questo atteggiamento poteva indurre a scambiare il suo radicato conservatorismo per una singolare forma di progressismo, se non addirittura di antagonismo.

Conservatore, invece, lo era fin nel profondo, acerrimo nemico della Modernità e dei suoi falsi miti, fustigatore di costumi intellettuali, "pestigrafo", perdutamente innamorato di un passato in realtà mai esistito. Insomma, un Pasolini del tutto privo di …
Con Guido Ceronetti scompare una tra le figure più eccentriche, colte, controverse, inclassificabili del panorama culturale italiano. Saggista e poeta, traduttore e opinionista, questo scrittore mite e intollerante si affermò sostanzialmente come raffinatissimo cultore di un particolare genere letterario: l'invettiva. Maestro del pamphlet e della provocazione, ilare e insieme cupo prosatore (comunque sia, sempre paradossale, oltranzista, urticante), Ceronetti eccelleva nel misoneismo e nella deprecazione dei tempi. Così, talvolta, questo atteggiamento poteva indurre a scambiare il suo radicato conservatorismo per una singolare forma di progressismo, se non addirittura di antagonismo.

Conservatore, invece, lo era fin nel profondo, acerrimo nemico della Modernità e dei suoi falsi miti, fustigatore di costumi intellettuali, "pestigrafo", perdutamente innamorato di un passato in realtà mai esistito. Insomma, un Pasolini del tutto privo di coinvolgimento politico, ma con lo stesso senso di aspra rivendicazione nei confronti di una sacralità avvertita come irrimediabilmente perduta. Da tale punto di vista, la sua amicizia con il moralista franco-rumeno Cioran, paradigmatico stilista del pessimismo, può spiegare molte cose, dalla radicale visione pessimistica ("L'ottimismo è come l'ossido di carbonio: uccide lasciando sui cadaveri un'impronta di rosa"), al profondo amore per il vegetarianismo ("Dati i prezzi del mercato delle carni, una famiglia volontariamente vegetariana \[...\] può spendere in raffinatezze quel che risparmia in pezzi di cadavere"). Più problematiche, invece, certe altre scelte, prima fra tutte la difesa del capitano delle Ss Erich Priebke. Disse di lui Goffredo Parise: "La sua prosa è in perenne ebollizione, manda lampi, rombi, sciabolate di fuoco, risate luciferine commiste a lievi sorrisi dolci e funebri".
Malgrado le riserve di un critico quale Alfredo Giuliani, che lo descrisse come "il diario di un pellegrino in cerca del sublime", come dimenticare un libro sulla distruzione del nostro paesaggio, capace di coniare il neologismo di Italoshima?

Lo conobbi in un'occasione che rivela un aspetto inatteso del personaggio. Ceronetti non era né un attore, né un regista, né uno scenografo, né un drammaturgo, ma tutte e quattro le cose insieme. Aveva cioè inventato un teatrino di marionette in cui metteva in scena testi da lui composti, con risultati che non è azzardato definire stupefacenti. Forse fu proprio questo il frutto più alto e originale della sua arte. Valendosi di collaboratori e amici come Giosetta Fioroni, sin dal 1970 Ceronetti diede vita a un accolita di spettri vocianti chiamati a far rivivere le trame più diverse. Si trattava del Teatro dei Sensibili e delle sue "marionette ideofore", che lo scrittore rese celebre con una serie di spettacoli itineranti condotti insieme alla moglie, Erica Tedeschi.

Ma torno al mio primo incontro con questo sghembo, esile, coriaceo piemontese. Sono a Roma, all'inizio del mio percorso universitario, verso i primi anni Ottanta. Telefona un'amica per invitarmi a... No, scusa, è troppo complicato, non preoccuparti, te lo spiego dopo, strada facendo. E in effetti la strada non mancava. Una piccola carovana di automobili si dirige fuori città, verso i Castelli. Obiettivo, dice la mia Beatrice, la casa di un caro amico della madre, il quale, eccoci al punto, ha bisogno di pubblico. Di pubblico? Sì, precisa, perché è un tipo curioso, poeta o giornalista, fissato con delle strane marionette. E che vuole da noi? le domando perplesso. Ha bisogno di qualche spettatore. Così, in una dozzina di studenti ci accomodiamo nella stanza più grande di una casetta qualsiasi, di fronte a una baracchetta traballante simile a quelle che si vedono al Pincio. Ma dovetti ricredermi. Altro che baracchetta! Dopo pochi minuti, quel palco diventò il nucleo irradiante di un racconto irresistibile.

Il titolo era Furori e poesia della rivoluzione francese, (anno esatto, il 1983), e i personaggi agivano con un'ironia, un acume, irresistibili. Il tutto con la voce di Ceronetti, divinità capricciosa e bizzarra, ventriloquo e demiurgo. Nel giro di pochi anni, quello spettacolo diventò celeberrimo, fino ad essere allestito, se non ricordo male, al Quirinale. Ma io trattengo ancora quelle immagini in cui, con pochi compagni, venni chiamato a fungere da cavia per una specie di Kantor in miniatura.