✕
Markus Zusak 

Markus Zusak: "Dopo la Ladra di libri ho fallito per anni"

Può un giovane scrittore lontano dai circoli letterari “sopravvivere” a un boom inaspettato? Dopo un lunghissimo silenzio e un nuovo romanzo, risponde l'autore australiano che questa esperienza l'ha vissuta in prima persona
3 minuti di lettura
Nel 2005, Markus Zusak pubblicò Storia di una ladra di libri che divenne un bestseller, un film di successo e, probabilmente suo malgrado, un pilastro del filone romanzesco sulla Shoah. La vicenda della giovane Liesel, che nella Germania nazista decide di nascondere un fuggiasco ebreo e di illuminare, leggendo, le notti del Reich, era poetica, irresistibile, perfetta per il grande pubblico. Poi Zusak, all'epoca talentuoso trentenne, ha preso per sé tredici anni di silenzio. Un tempo enorme per il mercato editoriale, durante il quale Storia di una ladra ha continuato il suo cammino fortunato mentre il suo autore quasi scompariva. Stava scrivendo quel che definisce "il libro che significa tutto per me"; la gestazione è stata lunga, piena di pause, evidentemente difficile. Un caso di sindrome del foglio bianco, durata il tempo che serviva a Zusak per diventare, da ragazzo che era, un uomo di mezza età. E che ha lasciato tracce nel nuovo Il ponte …
Nel 2005, Markus Zusak pubblicò Storia di una ladra di libri che divenne un bestseller, un film di successo e, probabilmente suo malgrado, un pilastro del filone romanzesco sulla Shoah. La vicenda della giovane Liesel, che nella Germania nazista decide di nascondere un fuggiasco ebreo e di illuminare, leggendo, le notti del Reich, era poetica, irresistibile, perfetta per il grande pubblico. Poi Zusak, all'epoca talentuoso trentenne, ha preso per sé tredici anni di silenzio. Un tempo enorme per il mercato editoriale, durante il quale Storia di una ladra ha continuato il suo cammino fortunato mentre il suo autore quasi scompariva. Stava scrivendo quel che definisce "il libro che significa tutto per me"; la gestazione è stata lunga, piena di pause, evidentemente difficile. Un caso di sindrome del foglio bianco, durata il tempo che serviva a Zusak per diventare, da ragazzo che era, un uomo di mezza età. E che ha lasciato tracce nel nuovo Il ponte d'argilla (Frassinelli). Romanzo di formazione, ancora una volta, ma non più young adult. Ambientato in un'Australia polverosa e calda, intessuto di riferimenti classici che creano una singolare distonia, il libro narra dei cinque fratelli Dunbar, adolescenti o appena adulti, orfani di madre, che vivono soli in periferia. Fin quando non riappare colui che chiamano l'Assassino: il padre che non ha retto alla morte della moglie e li ha abbandonati. Vuole convincerli a seguirlo in una solitaria fattoria dell'outback. Soltanto uno, Clay, si farà persuadere. E lo aiuterà a ricostruire un ponte distrutto dalla piena di un fiume. Come spiega Zusak da Sydney, l'impresa è il simbolo della ricerca dei propri talenti. E come tale epica, terribile e potenzialmente fatale.

Lei torna al romanzo a tredici anni dal successo di Storia di una ladra di libri. Che cosa ha fatto in tutto questo tempo?
"Cosa ho fatto? Ho impiegato la maggior parte di questi anni a fallire. Ho perso un'infinità di tempo a ritrovare la voce giusta per dar vita a qualcosa di nuovo e credere ancora in me stesso come scrittore. Quando un romanzo ha un successo enorme e inaspettato, come è accaduto a Storia di una ladra di libri, cose ottime bussano alla tua porta. Ma con loro entra anche una certa dose di oscurità: più persone amano quello che scrivi, più ci saranno altri ai quali non piaci, e che saranno felici di dirtelo. A posteriori so che questo mi ha messo alla prova, mi ha fatto capire cosa desideravo davvero. E io desideravo scrivere Il ponte d'argilla, più di ogni altro libro. Volevo che fosse un passo avanti rispetto al precedente. Volevo più livelli narrativi e personaggi memorabili. Un mondo fittizio più grande che ponesse al lettore sfide diverse e complesse".

Perché è stato così difficile arrivare alla parola "fine"?
"Ho in testa la storia dei Dunbar da quando avevo vent'anni, ma non ero pronto. L'idea di un ragazzo che vuole costruire un ponte e renderlo perfetto mi pareva la migliore che avessi mai avuto. Ma questa consapevolezza ha creato una pressione fortissima, come se per scavare fino a dove volevo dovessi forzare le mie possibilità".

Ha pensato di abbandonare il manoscritto?
"Talvolta mi sarebbe piaciuto, ma la mia mente era uno spazio vuoto: non avevo altre idee. Ho vissuto con la sensazione 'o tutto o niente'".

Il risultato è una trama in cui si intrecciano il presente dei fratelli Dunbar e il passato dei genitori. Si è aggrappato alla biografia familiare per darle corpo?
"La madre dei Dunbar, Penelope, che arriva ragazzina dall'Europa dell'est, è modellata sui genitori di mia moglie, emigrati dall'Europa comunista fin qui nel 1981. I loro ricordi sono finiti qui dentro. Con la scrittura non sai dove vai a parare".

La storia riecheggia i classici, soprattutto l'Odissea. Perché questa ossessione?
"Penelope è centrale perché crea la mitologia dei Dunbar, come ogni famiglia costruisce la sua: inizia con qualcuno che parte per un altro paese, comincia una nuova vita e combatte perché funzioni. In tutto ciò l'Odissea è il filo conduttore: dentro ci sono viaggio, leggende, eroismo. La guida ideale se scrivi di un giovane in guerra con sé stesso che torna a una casa ignota".

Omero non è stato la sua unica guida. Anche Michelangelo ha un posto importante.
"Il padre dei Dunbar è un artista fallito col mito di Michelangelo. Come lui, sono affascinato dalla fatica della creazione. Amo di più I Prigioni del David, perché sono intrappolati nel marmo, in cerca di una via d'uscita, incompiuti. Siamo tutti così: aspiriamo al David ma restiamo iI Prigioni. Mi commuove che all'Accademia, a Firenze, tuttisi accalchino intorno al David e quasi non si accorgano di loro".

Il ponte che dà il titolo al libro indica questa contraddizione?
"L'argilla può essere modellata in qualsiasi forma ma serve il fuoco perché la forma si fissi. Ho visto un giovane uomo che mette tutto di sé in un'opera quasi impossibile. E il sole che sorge sull'acqua mentre la sua opera è messa alla prova".

Anche lei è stato messo alla prova dal successo...
"Ma questo mi ha dato la forza di non arrendermi, di sopportare le delusioni per arrivare in fondo".