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Illustrazione di Gabriella Giandelli 

A proposito di mio fratello Bernard

I ricordi, la malattia, l'elaborazione del lutto. Nel suo nuovo libro Daniel Pennac si confronta con l'esperienza della perdita. E affronta il dolore con ironia e amore per la letteratura, rileggendo "Bartleby lo scrivano" di Melville  
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Mio fratello l'ha ucciso una clinica privata. Praticano una resezione della prostata, perforano accidentalmente l'intestino, infezione diffusa, e tuo fratello muore di setticemia. Quando arrivo al suo capezzale, mio fratello morto è gonfio come un'otre, reso irriconoscibile dai gas. Lui così magro, l'hanno trasformato in un cadavere obeso con le palpebre gonfie. Ovviamente nessuno ha colpa: né il chirurgo che non ammette il proprio errore, né l'unica infermiera che non si è accorta della febbre che saliva, né l'anestesista di guardia che quel giorno era altrove, né la clinica nel suo complesso che due giorni dopo, quando arrivo al capezzale di mio fratello morto, chiede ancora alla clientela di divulgare l'eccellenza delle sue prestazioni. È quel che mi invita a fare un manifestino incollato al vetro della cassa. Ho strappato via il manifestino (era un gesto infantile), e poi non sapevo più cosa…
Mio fratello l'ha ucciso una clinica privata. Praticano una resezione della prostata, perforano accidentalmente l'intestino, infezione diffusa, e tuo fratello muore di setticemia. Quando arrivo al suo capezzale, mio fratello morto è gonfio come un'otre, reso irriconoscibile dai gas. Lui così magro, l'hanno trasformato in un cadavere obeso con le palpebre gonfie. Ovviamente nessuno ha colpa: né il chirurgo che non ammette il proprio errore, né l'unica infermiera che non si è accorta della febbre che saliva, né l'anestesista di guardia che quel giorno era altrove, né la clinica nel suo complesso che due giorni dopo, quando arrivo al capezzale di mio fratello morto, chiede ancora alla clientela di divulgare l'eccellenza delle sue prestazioni. È quel che mi invita a fare un manifestino incollato al vetro della cassa. Ho strappato via il manifestino (era un gesto infantile), e poi non sapevo più cosa fare.

                                                                                                              

A dire la verità, mio fratello me l'avevano già ucciso una volta. La stessa clinica? Lo stesso chirurgo? Niente di più probabile, lui non era tipo da portare rancore, capacissimo di darsi in pasto due volte di seguito allo stesso bisturi incompetente solo per non risultare sgarbato. Qualche anno prima, peraltro, si era trattato della stessa operazione, la stramaledetta prostata. Durante la resezione ci fu una fortissima emorragia. Perse molto sangue, che se ne andava insieme con la sua vita. Panico generale, tutti ai posti di combattimento, e alla fine lo salvano per un pelo. A me offrì, della sua resurrezione, una versione più interessante. Mi raccontò di aver fatto l'esperienza psichica o sensoriale della luce in fondo al tunnel, quella che numerosi morti clinici convinti di essere andati dall'altra parte sublimano in visione del Santo Graal. "Ma lo sai che ho visto il famoso tunnel di luce? Hai presente, quella boiata che si legge sulle rivistine nelle sale d'aspetto: "Era morto, ha visto la luce e ne è tornato trasfigurato". Il nostro ancestrale bisogno di trascendenza". Avanzando in quel tunnel con le pareti iridate dalla luce lontana, trovava divertente godersi un miracolo al quale non credeva. Era uno stato di ubiquità mentale che riteneva interessante. E così procedeva, moribondo ma lucido, verso l'uscita luminosa.



"Un po' mi seccava, però, che la morte mi prendesse per scemo". E poi, strada facendo, cominciò non proprio a crederci, ma diciamo a sperare. Cedeva alla tentazione offerta allo scettico. E se, dopo tutto, la morte offrisse un'immensa tranquillità dopo l'inaudita confusione della vita? E se dietro quella luce di cui contestava l'origine soprannaturale lo aspettasse un eden dove non sarebbe più stato bombardato dalle convinzioni degli uni e degli altri, dove finalmente si sarebbe placato il letale frastuono delle certezze e delle brame? "Mi tentava, sai?". Al punto che fu lì lì per mollare, per lasciarsi aspirare dal paradiso degli increduli. "Però mi sono detto, no, non posso fare una cosa del genere, Daniel ci resterebbe troppo male. Allora ho fatto marcia indietro. Avevo una specie di apposita rotella laterale che scorreva su una rotaia. L'ho azionata nell'altro senso, ed eccomi qua". Passeggiavamo con il suo cane nella macchia dietro casa sua, il giorno in cui mi fece questa confessione. "Mi stai dicendo che hai sacrificato la tua morte per me? La resurrezione come sacrificio supremo? Grazie tante!". "Puoi dirlo forte. Vivere non è mica uno scherzo". [...]

Nelle prime settimane seguite alla morte di mio fratello, ho perso l'uso del corpo. Mi sono lasciato andare. A Parigi ho rischiato più volte di finire sotto una macchina e mi sono fatto prendere a botte nella metropolitana, sono caduto da una scarpata, ho fatto un testacoda e sono finito con il muso dell'auto sopra un burrone. E non ho avuto paura. Né sul momento né ripensandoci. Per riprendere in mano la situazione, mi sono detto che avrei scritto qualcosa su di lui. Su di noi. [...] L'unico ricordo preciso, che mi tornava sempre in mente, era quando da bambini scendevamo il nostro torrente e lo seguivamo fino al mare saltando da una roccia all'altra, costeggiandolo dall'alto lungo i sentieri a strapiombo, o giocando agli esploratori attraverso i cannicciati. Quando ci perdevamo di vista, fischiavamo con le dita per chiamarci. Lunghi fischi, striduli sulle ultime note, che riecheggiavano tra le pareti rocciose. Ancora adesso, è così che ogni tanto chiamo i taxi.

                                                                                                                 

L'ultima vita di mio fratello fu la pensione anticipata, il Parkinson, il suicidio mancato, il flirt con la psicanalisi, l'Alzheimer del nostro fratello minore e la sua seconda morte, grazie al bisturi finalmente liberatore. Non c'ero, neanche questa volta. Perlomeno non avrebbe più avuto la tentazione di fare marcia indietro. Quando gli avevo chiesto perché ci teneva così tanto ad andare in pensione anticipatamente, mi aveva dato una risposta alla Bartleby: "Va da sé". La società per cui lavorava, diceva, aveva perso ogni ragione di esistere. Superata dalla concorrenza privata, non produceva più i servizi che ci si aspettava. A dire il vero, non produceva più niente. Era una sterile sopravvivenza dell'aeronautica di Stato. "Non esistevamo più, ma facevamo come se niente fosse". Provai a scherzare: "Di che ti lamenti? Mi hai sempre fatto una testa così con la storia dell'entropia. Be', cosa vuoi di più, lavori in una società che non contribuisce ad aggravare l'entropia! Non male, per te, come fine carriera, no?". [...] Ma niente da fare, si arroccava alla sua tesi; quel lavoro-farsa era un insulto alla dignità: "Pagati per non fare un cazzo! Non ti sembra vergognoso?". "Vergognoso non lo so, ma di sicuro inevitabile".

Dal canto mio, infatti, vedevo avvicinarsi il giorno in cui l'intera umanità sarebbe stata pagata per non fare niente, purché continuasse a consumare senza sosta. L'altra possibilità era un conflitto planetario, una gigantesca morìa demografica in cui si spaccava tutto in modo da poter far ripartire il congegno riparando i danni. E così ciascuno si sarebbe sentito gioiosamente utile! "Che cosa preferisci, il reddito di cittadinanza o la guerra universale?". Non funzionava. Lui non stava più al gioco. Era una tristezza profonda. Oggi penso che all'epoca fosse già in arrivo il signor Parkinson, se non era addirittura già insediato in lui.
Il suo primo pensiero, quando giunse la diagnosi, fu per la moglie: "Dice sempre che devo scuotermi un po', adesso sarà contenta".

- © 2018 Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, Traduzione di Yasmina Melaouah. Tratto da Mio fratello di Daniel Pennac, edito da Feltrinelli