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Fabrizio Gifuni 

Quer Pasticiaccio letto (e riletto) da "mastro" Gifuni

La scoperta del libro a vent'anni, il fascino per una lingua difficile studiata con il vocabolario alla mano. E la nascita di una relazione con uno scrittore diventato fonte di ispirazione. L'attore racconta il suo Gadda
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Questo testo scritto da Fabrizio Gifuni è contenuto nella nuova edizione dell’audiolibro del “Pasticciaccio” di Gadda (Emons edizioni)

Il Pasticciaccio di Gadda è il libro della mia vita. Quello che più di tutti è riuscito a incidere sul mio sguardo. Una trama, una lingua, una tessitura di parole inaudite, in grado di modificare, più di ogni altro saggio o racconto, non solo il mio modo di guardare ai libri e alla letteratura ma più in generale il mio modo di leggere la realtà.

Ho letto il Pasticciaccio per la prima volta intorno ai vent’anni. Paolo Terni, memorabile docente di storia della musica in Accademia, al termine di una delle sue lezioni mi chiese se avessi mai letto quel romanzo. L’intuito del vero insegnante credo gli avesse suggerito che quel libro conteneva una serie di cose che avrebbero reso quella lettura, per me, particolarmente importante. E così è stato.
Era il primo libro…
Questo testo scritto da Fabrizio Gifuni è contenuto nella nuova edizione dell’audiolibro del “Pasticciaccio” di Gadda (Emons edizioni)

Il Pasticciaccio di Gadda è il libro della mia vita. Quello che più di tutti è riuscito a incidere sul mio sguardo. Una trama, una lingua, una tessitura di parole inaudite, in grado di modificare, più di ogni altro saggio o racconto, non solo il mio modo di guardare ai libri e alla letteratura ma più in generale il mio modo di leggere la realtà.

Ho letto il Pasticciaccio per la prima volta intorno ai vent’anni. Paolo Terni, memorabile docente di storia della musica in Accademia, al termine di una delle sue lezioni mi chiese se avessi mai letto quel romanzo. L’intuito del vero insegnante credo gli avesse suggerito che quel libro conteneva una serie di cose che avrebbero reso quella lettura, per me, particolarmente importante. E così è stato.
Era il primo libro di Gadda che leggevo e la lettura si è protratta per un tempo insolitamente lungo. Al termine credo di aver capito, a essere generosi, un 60% del libro. Sul restante 40%, dopo le prime resistenze, decisi di abbandonarmi al piacere dell’incomprensione. Il più delle volte le incomprensioni diventano inciampi fastidiosi.

E sono i casi in cui un libro o una persona sembra respingerti proprio perché non la capiamo. In questo caso però gli inciampi non solo non costituivano un problema ma mi spingevano ad andare avanti con ancora maggiore ostinazione. Ora, essendo il Pasticciaccio un libro che contiene molti libri ma la cui struttura è pur sempre quella del noir poliziesco, in primo luogo e molto semplicemente forse volevo arrivare alla fine per capire chi fosse l’assassino. L’autore del delitto, o dei delitti, di Via Merulana. Era la prima volta tuttavia che leggevo un giallo di cui faticavo a capire l’intrigo e che anche una volta terminato continuava a lasciarmi molti dubbi sul suo scioglimento; e il cui carattere di felice incompiutezza costitutiva allo stesso tempo un elemento di complicazione e di fascino. Come nell’ultimo folgorante capolavoro di Dickens, Il mistero di Edwin Drood .

C’erano poi un insieme di altre questioni che mi calamitavano a quelle pagine. Alcune le intravedevo, altre restavano misteriose. Un noir poliziesco, dunque, che al suo interno contiene e nasconde: un libro sui primi anni del fascismo e sulla tragica seduzione delle masse da parte del ‘kuce’; un piccolo trattato filosofico uscito dalla mente dell’autore e disciolto nei pensieri del protagonista; una meravigliosa guida sulla stratificazione urbanistica e sui tesori nascosti di Roma; una storia d’amore platonico fra il commissario e la donna assassinata; un saggio psicanalitico sull’ossessione filiale.

Il tutto fra un’irruzione improvvisa di pagine sull’importanza degli alluci nella pittura italiana del ‘600 e molto altro ancora.?Ma il garbuglio principale che mi costringeva a quelle pagine, facendomi smarrire più volte direzione, era legato alla sua lingua: era la prima volta (di nuovo) che mi trovavo davanti a un libro che non potevo leggere in assenza di vocabolario. Perché quasi ogni pagina conteneva almeno due o tre termini di cui non solo non conoscevo il significato, ma di cui non avevo mai sentito il suono.

E considerando che il Pasticciaccio era scritto nella mia lingua faticavo a capacitarmi della voragine d’ignoranza in cui quel libro mi precipitava. Gadda può spalancare davanti agli occhi di chi legge veri e propri abissi linguistici che in molti casi finiscono per creare, in chi si è avvicinato magari casualmente a un suo libro, un sentimento di inadeguatezza o fastidio. “Perché deve scrivere in un modo così complicato?” si domanda spesso il lettore alla sua prima prova gaddiana. Ma superati quei primi ostacoli, senza farsi magari troppe domande, Gadda può trascinarti dentro a un’avventura linguistica in grado di diventare l’avventura della tua vita.

Ora se la nostra è una lingua straordinariamente ricca di cui conosciamo un numero infinitamente piccolo di vocaboli è chiaro che la questione andrebbe onestamente capovolta. Il problema non è la complessità della scrittura di Gadda ma la scarsissima conoscenza che noi abbiamo della nostra lingua. E allora se si accetta la sfida, oltre al piacere sublime di perdersi nei labirinti di questo racconto, il Pasticciaccio può diventare davvero uno strumento stupefacente per tenere in vita il nostro rapporto con le parole. Perché leggere questo romanzo è davvero un po’ come leggere Dante, con la lingua del Novecento.

Pur mantenendo saldi gli argini durante la piena, Gadda scatena verbi e sostantivi attraverso geniali torsioni e inaudite invenzioni, aprendo il letto del fiume a una tale impensabile ampiezza e profondità come forse non accadeva proprio dai tempi della Commedia dantesca.?Merito di una struttura polifonica abitata da una moltitudine di personaggi proveniente da ogni parte di Italia. A partire da lui, don Ciccio, il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile, che sempre immerso nei suoi pensieri come persona che combatte con una laboriosa digestione contamina, nel suo parlato, molisano, napoletano e italiano. E poi contesse venete, questurini napoletani, carabinieri ossolani, ragazze e ragazzi delle campagne laziali, ricchi borghesi del generone romano.

Molto più di quanto non accada in altre lingue, tutto si gioca per noi sul rapporto lingua-dialetto. E chi sa giocare meglio abita meglio i propri pensieri. Nell’introduzione al Fermo e Lucia, romanzo preparatorio ai Promessi sposi, Manzoni – costante riferimento dell’Ingegnere - pone una volta per tutte i termini della questione: l’obiettivo deve esser quello di tenere insieme l’alto e il basso, la lingua colta e quella popolare, accorciando il più possibile la distanza fra lingua scritta e la lingua parlata. I grandi sperimentatori del Novecento italiano - Gadda, Testori e Pasolini - ereditano la questione, la fanno propria e se ne fanno carico, mettendo in campo le loro creazioni.

Quanto alle nobili intenzioni manzoniane Gadda sembra dirci che il pasticcio non potra’ mai risolversi una volta per tutte e che bisognerà tentare giorno per giorno di sbrogliare il gomitolo, lottando e giocando con le parole, come fa don Ciccio con le molteplici causali convergenti dei suoi delitti. Un permanente e affascinante processo di ibridazione che dovrebbe stare a cuore non solo a chi si occupa di scrittura ma - come diceva Manzoni – a un intero popolo. Che non dovrebbe mai smettere di chiedersi: che lingua pensiamo di parlare? chi ci crediamo di essere?

E poi si ride tantissimo. Perché Il Pasticciaccio è attraversato da cima a fondo da un’ironia e da un sarcasmo irraggiungibili, da un senso del comico che irrompe all’improvviso, sfrenato e sofisticato nello stesso istante. Ed è questo forse che impedisce davvero di chiudere il libro di fronte alle prime difficoltà.

Qualche anno prima della registrazione integrale del Pasticciaccio era già andato in scena il mio primo lavoro gaddiano per il teatro. Gadda era già diventato una magnifica ossessione. Con L’Ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro, spettacolo condiviso e concepito con Giuseppe Bertolucci, avevo scoperto istintivamente una cosa importante. Che quella lingua inaudita che la critica letteraria aveva cercato disperatamente di incasellare in alcuni termini - barocco, pastiche, modernismo - nasceva da una ferita. Una ferita esistenziale, immedicabile, che aveva trasformato il non ancora Ingegnere in un moderno Amleto. Costringendo Gadda, esattamente come il Principe di Danimarca, con cui condivideva nevrosi e complicati rapporti materni, a una forma simulata di follia.

E quella follia consisteva proprio nello scatenamento della lingua italiana, una lingua che sarebbe diventata al tempo stesso un’armatura da indossare per rendere più accettabile il proprio stare al mondo. Una corazza che lo avrebbe protetto un poco dalla nevrastenia e soprattutto dall’idea del suicidio. Ecco perché quella lingua anfibia era in grado di contenere l’alto e il basso, la Crusca e la suburra ma anche il riso e il pianto.

Nelle due settimane di registrazione integrale del Pasticciaccio per la realizzazione dell’audiolibro di Emons, nell’estate del 2012, in una piccola sala sotto il livello del suolo collocata con incredibile precisione fra i Santissimi Quattro Coronati e Via Merulana, epicentro narrativo del romanzo, è accaduta una cosa straordinaria. Forse facilitata della stanchezza che ogni tanto regala qualche felice momento di allucinazione. Verso la metà del romanzo ho iniziato a vedere le parole che si staccavano dal corpo massiccio dell’Ingegnere e si depositavano sui fogli che avevo davanti per poi staccarsi di nuovo da quelle carte e trasferirsi nel mio.

E seguendo quella scia ho messo a fuoco un segreto che ha cambiato per sempre il mio sguardo. Che un libro, specie se è abitato da una lingua potente, conserva ‘in sonno’ una traccia sonora del suo autore. Leggere ad alta voce un libro significa questo: mettersi in ascolto, svegliare quella traccia dormiente per suonarla di nuovo col proprio corpo.