L’incubo dei migranti della Nivin, sequestrati in Libia con l’aiuto dell’Italia
Francesca Mannocchi
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di FRANCESCA MANNOCCHI
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La nave cargo ha soccorso il gruppo, tra cui 28 minori, da un gommone in difficoltà nel Mediterraneo. E li ha riportati nel porto di Misurata dove il loro caso è trattato come "terrorismo". Nelle comunicazioni con il centro di controllo di Roma le direttive "a nome della guardia costiera libica"
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TRIPOLI - "Eravamo in mare da ore, quando abbiamo capito di essere in difficoltà abbiamo chiamato il numero di emergenza e comunicato di essere in pericolo sul gommone. Sono passate sei navi vicino a noi quella notte e nessuna ci ha recuperato. Poi finalmente è arrivata una nave mercantile, e l'equipaggio ci ha fatto salire a bordo. Vi portiamo in Italia, state tranquilli, hanno detto. E invece è arrivata la guardia costiera libica. Era un incubo". Dittur ha 19 anni, viene dal Sud Sudan, parla con Repubblica al telefono, ancora all'interno di quel cargo, dopo otto giorni. Dalla notte del 7 Novembre Dittur si trova sulla nave Nivin, battente bandiera panamense partita da Imperia con un carico di automobili destinate al mercato nordafricano. La notte del recupero, la Guardia Costiera libica ha raggiunto il cargo e provato a trasferire i 95 migranti sui propri mezzi. Quando i migranti hanno capito che non si sarebbero diretti in Europa ma che …
TRIPOLI - "Eravamo in mare da ore, quando abbiamo capito di essere in difficoltà abbiamo chiamato il numero di emergenza e comunicato di essere in pericolo sul gommone. Sono passate sei navi vicino a noi quella notte e nessuna ci ha recuperato. Poi finalmente è arrivata una nave mercantile, e l'equipaggio ci ha fatto salire a bordo. Vi portiamo in Italia, state tranquilli, hanno detto. E invece è arrivata la guardia costiera libica. Era un incubo". Dittur ha 19 anni, viene dal Sud Sudan, parla con Repubblica al telefono, ancora all'interno di quel cargo, dopo otto giorni. Dalla notte del 7 Novembre Dittur si trova sulla nave Nivin, battente bandiera panamense partita da Imperia con un carico di automobili destinate al mercato nordafricano. La notte del recupero, la Guardia Costiera libica ha raggiunto il cargo e provato a trasferire i 95 migranti sui propri mezzi. Quando i migranti hanno capito che non si sarebbero diretti in Europa ma che sarebbero tornati indietro, in Libia, ci sono stati momenti di forte tensione.
"Non intendiamo scendere nelle prigioni non ci torniamo" dice Mohammed, un ragazzo di origine somala ancora a bordo. La chiamata di richiesta soccorso è partita dal gommone, diretta all'Alarm Phone, che ha contattato MRCC (
MRCC dà indicazioni alla nave Nivin. Alle 19,34, MRCC scrive: "A nome della Guardia costiera libica per la salvezza delle vite in mare per favore cambiate rotta e dirigetevi a massima velocità alla latitudine indicata". Segue un numero di telefono. Italiano. MRCC Roma ha dunque fatto da ponte, attraverso un numero italiano, gestendo l'intervento della Guardia Costiera di Tripoli. Due ore dopo, alle 21,34 la Marina libica invia una mail al comando della Nivin, con in copia la marina maltese, la missione militare europea Eunavfor Med e la marina italiana.
"Come autorità libica vi ordino di recuperare il gommone e provvederemo a dare istruzioni di disimbarco". Quella notte anche la Mare Jonio (nave della piattaforma Mediterranea, che sta pattugliando le zone Search and Rescue maltese e libica), chiede informazioni e prova a chiamare Tripoli, senza esito. Operazione Mediterranea chiede l'evacuazione dei profughi: "Le autorità italiane - scrivono in un comunicato - hanno documentata responsabilità di aver ordinato a Nivin di fare esclusivo riferimento alla Guardia Costiera Libica, configurando così nei fatti un illegittimo respingimento verso un paese non sicuro".
A bordo del gommone al momento del recupero c'erano 95 persone, di diverse nazionalità: bengalesi, pachistani, etiopi, eritrei, somali. 28 di loro sono minori. Una donna somala era sola, con un bambino di tre mesi. Sono rimasti per sette giorni in nave con poco cibo e poca acqua a disposizione. La donna e il neonato sono scesi dalla nave insieme ad altri 12 solo due sere fa, dopo una mediazione con le autorità libiche. Lo staff di Medici Senza Frontiere, presente al porto di Misurata, ha negoziato portando a bordo cibo e medicine.
"Sono disperati - dice Julien Raickmann, capo missione di MSF - ci sono diverse persone, compresi i minori, torturati dai trafficanti per estorcere denaro. Un paziente in gravi condizioni ha rifiutato di essere portato in una struttura medica in Libia. Ha detto che preferirebbe morire sulla nave mercantile".
Per i 70 migranti ancora a bordo non ci sono bagni, usano le bottiglie di plastica per urinare. Ai giornalisti è interdetto non solo l'accesso alla nave e al porto ma anche l'accesso alla città di Misurata. Chi prova a superare il check point verso Misurata rischia di essere espulso dal paese. I pochi giornalisti presenti in Libia, compresa Repubblica, sono costantemente monitorati dall'intelligence libica.
La nave Nivin è stata circondata da container, al porto le forze armate sono in attesa di un mandato preciso da Tripoli.
Alla base marina di Tripoli il comandante Anwar El Sharif, infastidito dalle nostre domande sulle sorti della Nivin taglia corto: "Sono dei pirati, criminali, non li consideriamo migranti e questa non è più un'operazione di soccorso. Hanno dato fuoco al carico della nave e tentato di uccidere l'equipaggio. Li tratteremo come meritano, cioè come terroristi. E' un lavoro delle forze speciali, l'antiterrorismo. Saranno loro a evacuare la nave". La versione del comandante El Sharif non trova però alcun riscontro. Nessuna auto è stata data alle fiamme, nessun tentato omicidio a bordo. Dall'interno del cargo Dittur invia a Repubblica le fotografie che mostrano le ferite, le ustioni provocate dal carburante presente sul gommone Zodiac.
E i graffi e le cicatrici, che raccontano un'altra storia, quella dei centri di detenzione da cui sono fuggiti e in cui non vogliono più tornare. Dittur è scappato dal Sud Sudan, ha attraversato il deserto ed è stato arrestato la prima volta che ha provato ad imbarcarsi, è stato imprigionato sette mesi a Beni Walid. A quel tentativo ne è seguito un altro e un altro ancora."Ogni volta torture peggiori, e più soldi da chiedere alla mia famiglia per lasciarmi andare e ogni volta provavo a partire di nuovo. Quando mi hanno chiuso di nuovo in una prigione ho chiesto di poter dare i miei documenti alle organizzazioni umanitarie, ci hanno detto che ci avrebbero aiutato a uscire, ad andare via di lì. Ma passavano mesi, nessuno si faceva vivo". Dittur racconta di essere stato prelevato dai trafficanti nel centro di detenzione ufficiale di Tariq al Sikka, a Tripoli, gestito dal ministero dell'Interno del governo Serraj. "I trafficanti possono entrare quando vogliono nelle prigioni, entrano a fare accordi con chi vuole partire e entrano per portare via chi può pagare la sua parte, con me hanno fatto così. Due settimane fa".
Nel Mediterraneo non ci sono più navi delle Ong, tranne la Mare Jonio, e la vicenda della Nivin solleva anche dubbi sulla condotta delle navi mercantili che in assenza di Ong si piegano alle ingiunzioni della guardia costiera libica, oppure peggio fanno finta di non vedere i gommoni in difficoltà, per non restare bloccati settimane nei porti. Intanto settanta persone sono da dieci giorni stipate in un cargo merci, scappate dall'inferno e riportate indietro.