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Emmanuel Macron (reuters)

Dall'arte africana al Partenone, ecco quando è giusto restituire

Il dibattito innescato dall’annuncio di Macron va esteso anche ai tesori greci  
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Recentemente il presidente Macron ha annunciato di voler restituire al governo del Benin 26 statue reali di Abomey sottratte dall'esercito francese nel 1892 e attualmente custodite al Museo del Quai Branly. Primo gesto concreto del suo impegno verso una nuova "politica di scambio" con i paesi di provenienza relativamente al patrimonio artistico e culturale, a suo tempo sottratto ai legittimi possessori, e ora in possesso della Francia. Dato che le opere d'arte africane conservate nei musei francesi ammontano a circa 90mila, 70mila delle quali solo al Quai Branly, la proposta ha suscitato un dibattito molto vivace: restituzione totale (come vorrebbero Bénédicte Savoy e Felwine Sarr, gli intellettuali ispiratori di questa politica)? parziale? temporanea? e poi, c'è da fidarsi delle strutture dei paesi riceventi? senza contare il comprensibile timore dei vari direttori di perdere il patrimonio che amministrano. In linea di principio la restituzi…
Recentemente il presidente Macron ha annunciato di voler restituire al governo del Benin 26 statue reali di Abomey sottratte dall'esercito francese nel 1892 e attualmente custodite al Museo del Quai Branly. Primo gesto concreto del suo impegno verso una nuova "politica di scambio" con i paesi di provenienza relativamente al patrimonio artistico e culturale, a suo tempo sottratto ai legittimi possessori, e ora in possesso della Francia. Dato che le opere d'arte africane conservate nei musei francesi ammontano a circa 90mila, 70mila delle quali solo al Quai Branly, la proposta ha suscitato un dibattito molto vivace: restituzione totale (come vorrebbero Bénédicte Savoy e Felwine Sarr, gli intellettuali ispiratori di questa politica)? parziale? temporanea? e poi, c'è da fidarsi delle strutture dei paesi riceventi? senza contare il comprensibile timore dei vari direttori di perdere il patrimonio che amministrano. In linea di principio la restituzione costituisce un'azione eticamente ineccepibile, in questo modo però (si dice) la Francia verrebbe privata della possibilità di conoscere arte e cultura di popoli lontani, con un danno che paradossalmente si ritorcerebbe anche contro costoro. E se l'iniziativa promossa dai due intellettuali altro non fosse, in definitiva, se non una rigida e ideologica applicazione degli studi post-coloniali? Prima però di chiederci se e perché queste opere dovrebbero essere restituite ai paesi africani, sarebbe opportuno chiedersi perché noi occidentali ce le siamo andate a prendere.

Per la verità all'inizio non le abbiamo affatto prese, anzi. I missionari portoghesi che 'evangelizzarono' la Guinea definirono le immagini dei locali col nome di "fetichos", ossia fantocci di magia, e come tali si preoccuparono soprattutto di distruggerli. In seguito, con la nascita dell'antropologia, idoli, immagini, artefatti delle popolazioni "altre" vennero importati in Europa per esibire tale alterità sotto gli occhi di noi civilizzati, e per fornire materiale di ricerca a etnografi e antropologi. Ma non si trattava solo di questo. Fra otto e novecento infatti artisti e teorici vollero vedere nelle produzioni dell'"arte negra", com'era chiamata, una fonte di ispirazione per la creazione contemporanea: quasi che i "feticci" distrutti un dì dai missionari si fossero mutati in un'epifania delle arti delle origini - questo facevano gli antenati, questo possiamo tornare a fare noi, risalendo ai primordi e quindi all'essenza dell'arte.

Oggi però di "arte negra" non parliamo più. Per studiosi come Carlo Severi (L'oggetto-persona. Rito memoria immagine, Einaudi 2018), gli artefatti che provengono dalle culture africane o amerindiane esprimono un modo di costruire l'immagine che non è né inferiore né superiore a quello occidentale: è semplicemente condotto secondo modalità differenti. In altre parole, la loro fruizione richiede una serie di "atti di sguardo" che non corrispondono al tradizionale gioco delle "belle arti" tipicamente occidentale. Al di là di questo, però, ci si è resi conto di qualcosa di ancor più importante, ossia che queste opere acquisiscono pienamente senso solo se reinserite nel proprio contesto culturale: fatto di gesti, formule, linguaggi, ritmi, azioni capaci di richiamare le mitologie di cui tali immagini rappresentano altrettante tracce di memoria. Ecco dunque perché le opere di "arte negra" delle nostre collezioni vanno restituite non tanto, o meglio non solo, all'entità statale che ne è proprietaria, in una prospettiva "patrimoniale"; ma debbono essere soprattutto restituite alle "culture" entro le quali sono nate e che sole permettono loro di esprimere pienamente il proprio significato.

Ciò detto, questo stesso ragionamento potrebbe essere applicato ad esempio ai marmi del Partenone, conservati al British Museum, restituendoli al loro legittimo proprietario? In una prospettiva patrimoniale sì, perché alla Grecia queste opere furono notoriamente sottratte. Ma in una prospettiva di restituzione culturale, come quella che abbiamo indicato sopra? Dalla creazione di quei marmi sono passati duemila e cinquecento anni e da allora, si dice, la cultura greca è entrata a far parte a pieno titolo dell'intera tradizione occidentale, di cui costituisce una delle matrici principali. In un certo senso Fidia è come Omero o Platone, si dice, ormai appartiene a tutto l'occidente, se non al pianeta, non avrebbe senso attribuire alle sue opere un certificato di cittadinanza. Questo discorso però implica un sofisma da cui è bene guardarsi. L'appropriazione di Omero o Platone da parte della cultura occidentale è avventa attraverso un medium, la scrittura e poi la stampa: a far parte della nostra cultura è dunque entrata una folla di simulacri, che rappresentano ciascuno le opere di tali autori. In questo senso è lecito dire che l'Odissea e il Simposio appartengono ormai a tutti - ossia a chiunque ne legge una copia o ne fa rivivere la presenza anche inconsciamente. I marmi del Partenone, invece, non sono simulacri, sono oggetti originali: costituiscono un "segno delle proprie origini", come diceva Umberto Eco.

Per questo si può, anzi si deve dar loro un certificato di cittadinanza. Senza contare che, al momento in cui i marmi vennero portati in Inghilterra, paradossalmente gli europei non avranno pensato che quelle opere d'arte le sottraevano 'davvero' alla Grecia. Per il semplice fatto che ai loro occhi i greci (di allora) non erano dei "veri" greci, quelli di Achille o di Socrate. Al contrario, inglesi e tedeschi si erano convinti di essere loro i "veri" greci, non gli uomini e le donne che al momento calpestavano il suolo dell'Ellade. Nei primi decenni del XIX secolo lo storico tedesco Ph. J. Fallmerayer aveva per esempio sostenuto che i greci contemporanei altro non erano, da un punto di vista razziale, se non "slavi bizantinizzati". Niente a che vedere con spartani o ateniesi. Mentre alla morte di Byron fu proposto di seppellirne il cadavere direttamente nel Partenone, al fine di "riconsacrare" la terra greca. Riconsacrarla da che cosa? Evidentemente da dominazioni, costumi, linguaggi, corpi che avevano snaturato la purezza dell'Ellade - dunque ci voleva un poeta inglese, un "vero" figlio dell'Ellade, per far ritornare la Grecia alla purezza originaria. E' difficile non pensare che simili atteggiamenti - in aggiunta al potere coloniale che gli europei erano in grado di esercitare - non abbiano contribuito a giustificare ai loro occhi le razzie che compivano in Grecia. Ma oggi?