Ramin Bahrami: salvarsi con Bach a Teheran
Antonio Gnoli , di ANTONIO GNOLIPer l'uscita dell'opera completa del grande compositore (220 cd) il pianista iraniano Ramin Bahrami si racconta. A partire da un sogno. E da un padre arrestato per ordine dell'Ayatollah
ROMA. Nel mistero che ogni numerologia reca con sé, il 333 può essere letto come la voce degli angeli. Quel numero corrisponde agli anni che ci separano dalla nascita di Johann Sebastian Bach. Che sia la sua parola angelicata a parlarci oggi nella lingua universale che è stata e continua a essere la musica? Me lo chiedo seduto a un tavolo davanti a Ramin Bahrami, uno dei più grandi interpreti contemporanei del compositore tedesco. Bahrami è parte del progetto Bach 333 che ha visto la luce in questi giorni e che per come me lo racconta ha qualcosa di mostruoso: più di 280 ore di musica, 220 cd, le cronologie musicali, la biografia, le influenze bachiane sui generi: dalla classica al jazz, al rock. Infine i più grandi interpreti nelle loro esecuzioni smaglianti: da Gould a Richter, da Brendel ad Argerich fino a Bahrami. Un’iniziativa gestita, curata e prodotta dalla Deutsche Grammophon, la Decca e l’archivio Bach di Lipsia.
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ROMA. Nel mistero che ogni numerologia reca con sé, il 333 può essere letto come la voce degli angeli. Quel numero corrisponde agli anni che ci separano dalla nascita di Johann Sebastian Bach. Che sia la sua parola angelicata a parlarci oggi nella lingua universale che è stata e continua a essere la musica? Me lo chiedo seduto a un tavolo davanti a Ramin Bahrami, uno dei più grandi interpreti contemporanei del compositore tedesco. Bahrami è parte del progetto Bach 333 che ha visto la luce in questi giorni e che per come me lo racconta ha qualcosa di mostruoso: più di 280 ore di musica, 220 cd, le cronologie musicali, la biografia, le influenze bachiane sui generi: dalla classica al jazz, al rock. Infine i più grandi interpreti nelle loro esecuzioni smaglianti: da Gould a Richter, da Brendel ad Argerich fino a Bahrami. Un’iniziativa gestita, curata e prodotta dalla Deutsche Grammophon, la Decca e l’archivio Bach di Lipsia.
«È un progetto effettivamente mostruoso che riassume tutto quanto Bach ha fatto dalle origini fino alle influenze che la sua musica ha esercitato sul rock e sul jazz, e mi vengono in mente i nomi di Bill Evans e Keith Jarrett. Io sono presente con cinque cd: suono una Suite inglese, i concerti per pianoforte e orchestra (diretta da Riccardo Chailly), alcune sonate e certe opere giovanili. Mi emoziona constatare di essere accanto ad alcune leggende pianistiche come Alfred Brendel, Martha Argerich, Sviatoslav Richter, Rosalyn Tureck, Glenn Gould, mi è difficile citarli tutti. Mi emoziona il fatto di essere stato scelto, io che sono nato altrove».
Lei ha origini iraniane.
«Sono nato a Teheran. Mio padre era iraniano, mia madre di Berlino ma di origini russo-turche. Certe volte pensando a loro mi sembra di avvicinare il canto del muezzin al rigore della Turingia. Malinconia e richiamo religioso da un lato e potenza geometrica dall’altro. Bach unisce Oriente e Occidente».
Per lei Bach e stata un’ossessione?
«Direi un’iniziazione onirica».
Cioè?
«A cinque anni sognai di passeggiare nell’orangerie di un castello tedesco. Ricordo che mi accompagnavo a un maestro vestito di scuro. Anni dopo avrei associato quella figura a Johann Sebastian Bach e alle Variazioni Goldberg».
Perché?
«Per la storia che le Variazioni hanno e per la loro struttura, che mi piace definire circolare. La storia è quella del conte von Keyserling che soffrendo di insonnia commissionò a Bach un’opera che il suo clavicembalista gli avrebbe suonato prima di prendere sonno. Quanto alla struttura le Variazioni iniziano con un’aria e finiscono con la stessa aria. Un cerchio perfetto: dove non si sa se il nuovo è la vita che inizia o finisce».
Ha scritto Zhu Xiao-Mei nel suo romanzo Il pianoforte segreto (Bollati Boringhieri): “Bach è molto di più di un luterano che mette tutta la sua arte al servizio della gloria di Dio. Bach è universale”. E lei come pianista è considerata una delle massime interpreti delle Goldberg.
«So che nel romanzo racconta il modo in cui la rivoluzione cinese la strappò ai suoi studi pianistici. Che avrebbe ripreso con successo emigrando in Europa».
In fondo anche a lei è accaduto qualcosa di analogo.
«È vero, le nostre storie hanno qualcosa di simile. La mia tragedia familiare prese corpo dopo l’arresto di mio padre. Lui era un importante ingegnere al tempo dello Scià. Quando al potere andò Khomeini cominciò la persecuzione verso tutti coloro che avevano lavorato per il precedente regime. Avevo cinque anni quando fu incarcerato. Quella separazione così violenta mi gettò nella più profonda disperazione. E fu allora che mio padre mi fece arrivare una lettera nella quale mi invitava a essere forte. Una lettera in cui ricordava le sere in cui in casa ascoltava Bach».
Lei come reagì?
«Fu come un balsamo e tornai al sogno che poco tempo prima avevo fatto. Passò qualche settimana e una signora portò da Parigi un disco di Glenn Gould. Lo mise sul giradischi e ascoltai la Toccata con un finale malinconico che mi strappò dalla realtà. In quel momento pensai che Bach sarebbe stato tutta la mia vita. Andai via da Teheran a 10 anni e mezzo. Ero stato ammesso come il più giovane allievo all’Università della musica e delle arti visive di Francoforte. Ma in quel momento la Germania non poteva garantirmi un’adeguata assistenza economica».
La sua famiglia era ricca?
«Lo era stata. Ma gli eventi politici ci gettarono nella precarietà economica. Dopo la decisione di abbandonare la Germania, fu l’ambasciatore italiano a Teheran a farmi ottenere una borsa di studio al conservatorio Verdi di Milano. Fu Marcello Abbado, fratello più grande di Claudio, a indirizzarmi verso Bach e soprattutto verso il maestro Piero Rattalino. Era il 1989. Da allora Bach è stato lo scudo che mi ha protetto dalle avversità della vita».
Una fedeltà quasi maniacale.
«La definirei monogamia. Adoro Mozart, Chopin e tutta la grande musica. Ma non sento l’esigenza di frequentarla in maniera continuativa. Del resto per dedicarsi a Bach non basterebbero dieci vite.
Un amore altrettanto esclusivo fu quello che gli dedicò Glenn Gould.
«Per me è stata una delle persone più belle e coerenti della musica del 900. Alexis Weissenberg, che conobbi dopo un concerto a Lugano, mi parlò a lungo di Gould. Alexis era stato il pianista preferito di Von Karajan. Pranzava spesso con Gould e mi raccontò di quest’uomo mite e rarefatto, silenzioso e maniacale. Mi disse che a Gould non interessava Bach in quanto Bach. Ma attraverso Bach lui scopriva la propria grandezza. È così che si stabilisce un rapporto vertiginoso tra l’interprete e il compositore».
Chi è un altro grande interprete all’altezza di Gould?
«András Schiff. Ricordo che assistette a una delle mie prime esecuzioni bachiane e alla fine mi disse che avvertiva certe influenze di Glenn Gould».
Era un complimento?
«Direi proprio di no. Mi disse: 'Caro Ramin lei ha lo stesso trillo da citofono che aveva Glenn. La prego, dimentichi il citofono'. Lo rividi vent’anni dopo all’aeroporto di Napoli. Era stupito dal fatto che una mia esecuzione sull’Arte della Fuga fosse finita ai primi posti delle classifiche pop. 'Come può un’opera eseguita tutta in re minore avere questo successo?'. 'Se l’ha scritta Bach tutto è possibile' risposi».
A proposito delle diverse sfumature che può assumere il pop, cosa pensa di Arturo Benedetti Michelangeli e di Lang Lang?
«Benedetti Michelangeli è stato l’asceta e il filosofo del pianoforte. Se si fosse dedicato a Bach sarebbe stato come Gould o Richter. La sua perfezione era di ghiaccio. Ma quel 'gelo' fu anche lo scudo dietro il quale si riparò temendo le luci della ribalta. Esattamente l’opposto di Lang Lang le cui esecuzioni vanno al di là della musica e diventano un fenomeno di costume. Ma sotto questo aspetto, diciamo pure commerciale, c’è una natura sofisticata, una grande anima cinese».
Bach, lei dice, si spinge fin dentro il jazz. Cosa cosa deve il jazz a Bach?
«In Bach 333 c’è un’intera sezione che testimonia la ricchezza di questo legame. Le interpretazioni di Stéphane Grappelli, Stan Getz, Jacques Loussier, Bill Evans, Keith Jarrett e altri mostrano la ricchezza di un legame dovuto al senso viscerale del ritmo e all’apertura di soluzioni impreviste. Mi è capitato di ascoltare suonare Bach nei locali americani frequentati da jazzisti. Il grande Oscar Peterson disse una volta a Gould: 'Non so cosa darei per avere la tua mano sinistra'».
Sul Venerdì del 7 dicembre 2018
«È un progetto effettivamente mostruoso che riassume tutto quanto Bach ha fatto dalle origini fino alle influenze che la sua musica ha esercitato sul rock e sul jazz, e mi vengono in mente i nomi di Bill Evans e Keith Jarrett. Io sono presente con cinque cd: suono una Suite inglese, i concerti per pianoforte e orchestra (diretta da Riccardo Chailly), alcune sonate e certe opere giovanili. Mi emoziona constatare di essere accanto ad alcune leggende pianistiche come Alfred Brendel, Martha Argerich, Sviatoslav Richter, Rosalyn Tureck, Glenn Gould, mi è difficile citarli tutti. Mi emoziona il fatto di essere stato scelto, io che sono nato altrove».
Lei ha origini iraniane.
«Sono nato a Teheran. Mio padre era iraniano, mia madre di Berlino ma di origini russo-turche. Certe volte pensando a loro mi sembra di avvicinare il canto del muezzin al rigore della Turingia. Malinconia e richiamo religioso da un lato e potenza geometrica dall’altro. Bach unisce Oriente e Occidente».
Per lei Bach e stata un’ossessione?
«Direi un’iniziazione onirica».
Cioè?
«A cinque anni sognai di passeggiare nell’orangerie di un castello tedesco. Ricordo che mi accompagnavo a un maestro vestito di scuro. Anni dopo avrei associato quella figura a Johann Sebastian Bach e alle Variazioni Goldberg».
Perché?
«Per la storia che le Variazioni hanno e per la loro struttura, che mi piace definire circolare. La storia è quella del conte von Keyserling che soffrendo di insonnia commissionò a Bach un’opera che il suo clavicembalista gli avrebbe suonato prima di prendere sonno. Quanto alla struttura le Variazioni iniziano con un’aria e finiscono con la stessa aria. Un cerchio perfetto: dove non si sa se il nuovo è la vita che inizia o finisce».
Ha scritto Zhu Xiao-Mei nel suo romanzo Il pianoforte segreto (Bollati Boringhieri): “Bach è molto di più di un luterano che mette tutta la sua arte al servizio della gloria di Dio. Bach è universale”. E lei come pianista è considerata una delle massime interpreti delle Goldberg.
«So che nel romanzo racconta il modo in cui la rivoluzione cinese la strappò ai suoi studi pianistici. Che avrebbe ripreso con successo emigrando in Europa».
In fondo anche a lei è accaduto qualcosa di analogo.
«È vero, le nostre storie hanno qualcosa di simile. La mia tragedia familiare prese corpo dopo l’arresto di mio padre. Lui era un importante ingegnere al tempo dello Scià. Quando al potere andò Khomeini cominciò la persecuzione verso tutti coloro che avevano lavorato per il precedente regime. Avevo cinque anni quando fu incarcerato. Quella separazione così violenta mi gettò nella più profonda disperazione. E fu allora che mio padre mi fece arrivare una lettera nella quale mi invitava a essere forte. Una lettera in cui ricordava le sere in cui in casa ascoltava Bach».
Lei come reagì?
«Fu come un balsamo e tornai al sogno che poco tempo prima avevo fatto. Passò qualche settimana e una signora portò da Parigi un disco di Glenn Gould. Lo mise sul giradischi e ascoltai la Toccata con un finale malinconico che mi strappò dalla realtà. In quel momento pensai che Bach sarebbe stato tutta la mia vita. Andai via da Teheran a 10 anni e mezzo. Ero stato ammesso come il più giovane allievo all’Università della musica e delle arti visive di Francoforte. Ma in quel momento la Germania non poteva garantirmi un’adeguata assistenza economica».
La sua famiglia era ricca?
«Lo era stata. Ma gli eventi politici ci gettarono nella precarietà economica. Dopo la decisione di abbandonare la Germania, fu l’ambasciatore italiano a Teheran a farmi ottenere una borsa di studio al conservatorio Verdi di Milano. Fu Marcello Abbado, fratello più grande di Claudio, a indirizzarmi verso Bach e soprattutto verso il maestro Piero Rattalino. Era il 1989. Da allora Bach è stato lo scudo che mi ha protetto dalle avversità della vita».
Una fedeltà quasi maniacale.
«La definirei monogamia. Adoro Mozart, Chopin e tutta la grande musica. Ma non sento l’esigenza di frequentarla in maniera continuativa. Del resto per dedicarsi a Bach non basterebbero dieci vite.
Un amore altrettanto esclusivo fu quello che gli dedicò Glenn Gould.
«Per me è stata una delle persone più belle e coerenti della musica del 900. Alexis Weissenberg, che conobbi dopo un concerto a Lugano, mi parlò a lungo di Gould. Alexis era stato il pianista preferito di Von Karajan. Pranzava spesso con Gould e mi raccontò di quest’uomo mite e rarefatto, silenzioso e maniacale. Mi disse che a Gould non interessava Bach in quanto Bach. Ma attraverso Bach lui scopriva la propria grandezza. È così che si stabilisce un rapporto vertiginoso tra l’interprete e il compositore».
Chi è un altro grande interprete all’altezza di Gould?
«András Schiff. Ricordo che assistette a una delle mie prime esecuzioni bachiane e alla fine mi disse che avvertiva certe influenze di Glenn Gould».
Era un complimento?
«Direi proprio di no. Mi disse: 'Caro Ramin lei ha lo stesso trillo da citofono che aveva Glenn. La prego, dimentichi il citofono'. Lo rividi vent’anni dopo all’aeroporto di Napoli. Era stupito dal fatto che una mia esecuzione sull’Arte della Fuga fosse finita ai primi posti delle classifiche pop. 'Come può un’opera eseguita tutta in re minore avere questo successo?'. 'Se l’ha scritta Bach tutto è possibile' risposi».
A proposito delle diverse sfumature che può assumere il pop, cosa pensa di Arturo Benedetti Michelangeli e di Lang Lang?
«Benedetti Michelangeli è stato l’asceta e il filosofo del pianoforte. Se si fosse dedicato a Bach sarebbe stato come Gould o Richter. La sua perfezione era di ghiaccio. Ma quel 'gelo' fu anche lo scudo dietro il quale si riparò temendo le luci della ribalta. Esattamente l’opposto di Lang Lang le cui esecuzioni vanno al di là della musica e diventano un fenomeno di costume. Ma sotto questo aspetto, diciamo pure commerciale, c’è una natura sofisticata, una grande anima cinese».
Bach, lei dice, si spinge fin dentro il jazz. Cosa cosa deve il jazz a Bach?
«In Bach 333 c’è un’intera sezione che testimonia la ricchezza di questo legame. Le interpretazioni di Stéphane Grappelli, Stan Getz, Jacques Loussier, Bill Evans, Keith Jarrett e altri mostrano la ricchezza di un legame dovuto al senso viscerale del ritmo e all’apertura di soluzioni impreviste. Mi è capitato di ascoltare suonare Bach nei locali americani frequentati da jazzisti. Il grande Oscar Peterson disse una volta a Gould: 'Non so cosa darei per avere la tua mano sinistra'».
Sul Venerdì del 7 dicembre 2018