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L'Orazione nell'orto di Bellini 

Bellini & Mantegna: capolavori vis-à-vis

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Entrambi realizzarono una "Orazione nell'orto" e una "Presentazione al tempio". Alla National Gallery di Londra le opere sono esposte affiancate per far risaltare analogie e contrasti, diverse sensibilità intellettuali ed emotive
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In una delle sale dedicate al Quattrocento italiano alla National Gallery di Londra sono davanti agli occhi dei visitatori l'Orazione nell'orto di Giovanni Bellini e l'Orazione nell'orto di Andrea Mantegna, che costituiscono il cuore della mostra aperta fino al 27 gennaio nello spazio espositivo del museo, intitolata ai due protagonisti della pittura italiana ("Mantegna & Bellini" a cura di C. Campbell, D. Korbacher, N. Rowley, S. Vowles).

L'Orazione nell'orto di Bellini è appeso accanto all'Orazione nell'orto di Mantegna, il dipinto considerato il suo modello. Le due tavole furono eseguite a poca distanza di anni - si parla ora del 1456 per quella di Mantegna e del 1458-60 per quella di Bellini - e sono state sempre usate nei manuali per delineare il rapporto fra i due artisti, fatto di parallelismi e di distanze, di sguardi e di scarti. Giulio Carlo Argan le affiancava cercando di far emergere, nell'analoga iconografia, le di…
In una delle sale dedicate al Quattrocento italiano alla National Gallery di Londra sono davanti agli occhi dei visitatori l'Orazione nell'orto di Giovanni Bellini e l'Orazione nell'orto di Andrea Mantegna, che costituiscono il cuore della mostra aperta fino al 27 gennaio nello spazio espositivo del museo, intitolata ai due protagonisti della pittura italiana ("Mantegna & Bellini" a cura di C. Campbell, D. Korbacher, N. Rowley, S. Vowles).

L'Orazione nell'orto di Bellini è appeso accanto all'Orazione nell'orto di Mantegna, il dipinto considerato il suo modello. Le due tavole furono eseguite a poca distanza di anni - si parla ora del 1456 per quella di Mantegna e del 1458-60 per quella di Bellini - e sono state sempre usate nei manuali per delineare il rapporto fra i due artisti, fatto di parallelismi e di distanze, di sguardi e di scarti. Giulio Carlo Argan le affiancava cercando di far emergere, nell'analoga iconografia, le differenze sostanziali fra i due artisti riconducibili a mondi intellettuali diversi, al contrasto fra natura e storia, fra la sensibilità di Bellini per il mondo che lo circondava, evocato con levità e con la grazia sapiente delle sfumature atmosferiche, e l'attrazione di Mantegna per gli avvenimenti del passato, da interpretare con attenzione filologica e rendere definitivi, scolpiti nell'immagine.


Dai banchi di scuola a una mostra difficile e ambiziosa, il raffronto fra i due artisti non è sempre così immediato. Un altro caso esemplificativo è quello di due capolavori che nella mostra è possibile vedere per la prima volta dopo una tappa veneziana: la Presentazione al tempio di Mantegna, eseguita intorno al 1453, oggi a Berlino, e la versione più tarda di Giovanni Bellini, conservata alla Pinacoteca Querini Stampalia di Venezia. Nel dipinto di Berlino una cornice marmorea inquadra i personaggi, il pennello affilato di Mantegna fissa le loro posture ed espressioni e li colloca per sempre in quello spazio preciso e separato; la ripresa che ne attua Bellini, con l'aggiunta di due figure e l'eliminazione della cornice, allarga i confini e fa respirare i personaggi in un luogo infinito, come scrive Andrea De Marchi nel catalogo, mettendo a fuoco la relazione fra i due artisti e definendola in termini di contrasto fra invenzione e poesia, fra l'intellettuale Mantegna e l'emotivo Bellini.
Nella loro formazione non ci sono punti di contatto. Mantegna nasce a Isola di Carturo, studia nella bottega di Francesco Squarcione a Padova, esordisce a diciassette anni e poi fragorosamente con i capolavori della cappella Ovetari in un ambiente peculiare e vivacissimo, in cui, come ricostruito dal saggio magistrale di Giovanni Agosti, l'antico è indagato da pittori, scultori ed eruditi con strumenti diversi ma con pari, passionale accanimento. Bellini fa invece parte di una famiglia di artisti affermata nel contesto veneziano e apprende l'arte della pittura dal padre Jacopo, insieme al fratello Gentile.

Le strade dei due pittori, nati negli anni Trenta e probabilmente quasi coetanei, essendo nati negli anni Trenta, si incrociano anche prima, ma si annodano nel 1453, quando Andrea sposa Nicolosia Bellini, sorellastra di Giovanni e, per qualche anno, le vicinanze stilistiche si fanno tangibili. La relazione familiare innesca meccanismi complessi: Andrea guadagna l'accesso ai disegni di Jacopo Bellini, fra i quali è stato rintracciato il foglio straordinario dell'Orazione nell'orto, conservato nell'album del British Museum, probabile fonte di ispirazione non solo del dipinto della National Gallery, ma anche uno dei punti di partenza della concezione del paesaggio da parte di Mantegna. Per il resto, negli anni Cinquanta sembra spettare più che altro a Giovanni, dagli esempi presentati in mostra, il compito di attingere alle composizioni di Andrea e di trasformarle. Da un lato, nella bottega belliniana vigeva la prassi della ripetizione di schemi di successo; dall'altra, come sottolinea De Marchi, i prestiti da Mantegna sono destinati ad acquisire accenti talmente nuovi da essere riportati, nei dipinti di Bellini, a una nuova vita. Se è così per la tensione narrativa dell'Orazione e per quella sorta di teatrale bassorilievo pittorico che è la Presentazione al tempio, anche i motivi del paesaggio mantegnesco, aspro, analitico, ricco di episodi che ne abitano e ne giustificano gli anfratti petrosi, diventano, nel recupero operato da Bellini, elementi spaziali in armonia con la struttura tonale del quadro.

Sorprende nel percorso della mostra trovare un capolavoro di tutti i tempi, la Minerva che scaccia i vizi dal giardino della Virtù, una delle ultime opere di Andrea, da datare intorno al 1502, nella sezione sul paesaggio e in una stanza diversa dal Convito degli Dei di Bellini, destinato ai camerini di Alfonso d'Este a Ferrara. La Minerva, parte della serrata concezione intellettuale del camerino di Isabella d'Este a Mantova, non doveva rappresentare per l'anziano pittore un dipinto di paesaggio. Fra le siepi scolpite architettonicamente si svolge una drammatica psicomachia, i cui elementi costituivano per Mantegna un rovello personale. Ignoranza, avidità, ignavia, lussuria si oppongono, minacciose ingannevoli e ripugnanti, alla Sapienza virtuosa di Minerva-Isabella, ai valori profondi ed eterni dell'humanitas, che l'arte e lo studio non riescono sempre a far trionfare, ma che sempre devono impegnarsi a difendere.