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i 100 anni di Salinger: Holden era giovane per la nostra rabbia giovane

Dall'autore di “Jack Frusciante” Enrico Brizzi, una lettura del capolavoro dello scrittore americano, romanzo di formazione anche per le generazioni successive
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Il giovane Holden si diffuse fra noi ginnasiali grazie al passaparola e a una serie inesausta di prestiti che avvenivano, letteralmente, sottobanco; erano le medesime modalità, semiclandestine e ammantate di sfida al proibito, con le quali cooperavamo nel mappare il grande mare del rock e della cinematografia indipendente. I libri che ci stavano a cuore circolavano lungo gli stessi canali che vedevano passare di mano in mano i Vhs di Arancia meccanica, Fitzcarraldo e Animal house, le Tdk da 90 minuti sulle quali un giovane filantropo aveva inciso per noi Transformer di Lou Reed, London Calling o gli album degli Smiths.

Arrivarono così, alla rinfusa, Il diavolo in corpo e Festa mobile, I vagabondi del Dharma e Porci con le ali, le avventure tossiche di Christiane F e, per l'appunto, la vicenda del nostro coetaneo nordamericano Holden Caulfield, ambientata in un tempo in cui i nostri genitori erano ancora bambini eppure vicina più di ogni altra al nostro sentir…
Il giovane Holden si diffuse fra noi ginnasiali grazie al passaparola e a una serie inesausta di prestiti che avvenivano, letteralmente, sottobanco; erano le medesime modalità, semiclandestine e ammantate di sfida al proibito, con le quali cooperavamo nel mappare il grande mare del rock e della cinematografia indipendente. I libri che ci stavano a cuore circolavano lungo gli stessi canali che vedevano passare di mano in mano i Vhs di Arancia meccanica, Fitzcarraldo e Animal house, le Tdk da 90 minuti sulle quali un giovane filantropo aveva inciso per noi Transformer di Lou Reed, London Calling o gli album degli Smiths.

Arrivarono così, alla rinfusa, Il diavolo in corpo e Festa mobile, I vagabondi del Dharma e Porci con le ali, le avventure tossiche di Christiane F e, per l'appunto, la vicenda del nostro coetaneo nordamericano Holden Caulfield, ambientata in un tempo in cui i nostri genitori erano ancora bambini eppure vicina più di ogni altra al nostro sentire d'apprendisti adulti.

Il volumetto dalla copertina bianca arrivò nelle nostre mani accompagnata da una raccomandazione sin troppo tipica - "Questo lo devi leggere assolutamente!" - e mentre lo stivavamo nel Jolly Invicta fra la grammatica di francese e la tuta impiegata per giocare a pallavolo, non potevamo immaginare fino a che punto, quella volta, l'imperativo fosse giustificato.

La scoperta venne salutata da sudori freddi e palpitazioni, ché quel libro, pubblicato per la prima volta quarant'anni prima o giù di lì e letto a dir tanto in tre giorni, riassumeva le nostre inquietudini, ci faceva sentire meno soli con i nostri interrogativi, e dava voce alla nostra rabbia nei confronti di una società che si dimostrava un giorno alla volta, con ogni evidenza, ingiusta.

Stentavamo a collocare il romanzo in un ambito letterario preciso, anzi ce ne sfuggivano persino le coordinate cronologiche - quando mai si era usato come insulto l'espressione "marpione sfessato"? - ma di una cosa potevamo andare certi: la storia di Holden, che si muoveva sull'altra sponda dell'Atlantico, fra una scuola diversissima dalla nostra e lungo le strade di una città mitica come New York, parlava anche di noi adolescenti italiani del tardo XX secolo. Ci pareva anzi che, in un certo senso, fosse stata scritta esattamente per noialtri. Con tutto il rispetto dovuto alla Laura del Petrarca e alle rose fresche aulentissime di Sicilia, come avevamo fatto ad arrivare vivi a quindici anni e mezzo senza mai confrontarci con quel capolavoro di sincerità?

Il fatto era che in quel libro, più che in ogni altro mai caduto nelle nostre avide mani, c'era tutto: l'urgenza di ribellarsi a un sistema scolastico anacronistico e classista; il bisogno di arginare il dolore per la morte d'una persona cara e di trovare un senso nel destino; l'apertura di credito verso determinati insegnanti illuminati e l'odio epidermico che si provava verso i custodi della disciplina fine a se stessa; il fastidio nei confronti dei compagni più ottusi e conformisti; il desiderio di perdersi nella notte come era concesso solo agli adulti, le domande che ci battevano in testa e che ci saremmo vergognati a formulare a voce alta, la nascente tenerezza verso i fratelli minori e i piccoli in generale (forse non erano solo mocciosi rompiscatole, pareva di intuire all'improvviso, ma le sole creature capaci di un agire disineressato).

E, ancora, l'incapacità di confrontarci serenamente con i dogmi della religione, le gerarchie scolpite nella pietra e la potestà dei nostri stessi genitori. Come se non bastasse, ci parve di capire per la prima volta che una storia non valesse unicamente per ciò che raccontava, ma per come era scritta: voce del narratore, linguaggio, ritmo, erano tutti concetti che abbracciavamo con l'intuito ma che parevano irrilevanti ai fini delle "schede di lettura" da eseguire come compito.

In maniera simile a un primo amore, quel testo che pareva un inno alla sincerità ci privò della nostra innocenza: nel passarlo a nostra volta a un amico sussurrando a occhi sgranati "Questo lo devi leggere assolutamente!" eravamo ormai diversi rispetto a pochi giorni prima. Più consapevoli? Più smaliziati? Più coraggiosi? Forse. Di certo non avremmo mai più letto un romanzo che avesse come protagonista un giovane con gli stessi occhi di prima.

Né ci saremmo più sentiti tanto soli: avremmo sentito l'eco amica della voce di Holden nel Boccalone di Palandri, nei punk emiliani di Tondelli, in Due di due di Andrea De Carlo e nelle strofe di tante canzoni. E quanti di noi si sarebbero attentati a scrivere qualcosa, magari a tarda sera o la mattina presto prima di correre in bici verso il liceo, con quella voce si sarebbero confrontati più che con ogni altra; nello scorrere i capoversi delle nostre acerbe creazioni, fatale e severo ci rimbombava in testa l'interrogativo "cosa ne penserebbe, il vecchio Caulfield?".