Frank Schätzing: lettori, attenti alla profezia di Terminator
Claudia Morgoglione , di CLAUDIA MORGOGLIONELo scrittore tedesco è tra gli autori di fantathriller più venduti del mondo. E nel nuovo romanzo, il pianeta è minacciato da macchine fuori controllo. Come nella saga di Schwarzenegger
Lo slogan potrebbe essere "aiuto, mi si sono ribellate le macchine". In principio, accadde nelle saghe robotico letterarie del padre della fantascienza, Isaac Asimov. Poi nei cult come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, da Arthur C. Clarke. E dopo ancora, a livello più pop, nei film a marchio Terminator, tutti centrati sulla malvagità delle tecnologie, e nei loro eredi attuali (vedi la serie tv Westworld, da Michael Crichton). Ma questa, finora, era solo fantasia. Oggi, invece, viviamo in un corto circuito tra finzione e verità: da un lato romanzi e prodotti per lo schermo sono ancora affascinati dai rischi legati ai computer "pensanti"; dall'altro la realtà supera l'immaginazione, rendendo concreto il pericolo che l'intelligenza artificiale diventi autonoma dall'uomo. Con esiti imprevedibili "Una preoccupazione fondata", come ha ammesso il numero uno di Google Sundar Pichai in un'intervista al W…
Lo slogan potrebbe essere "aiuto, mi si sono ribellate le macchine". In principio, accadde nelle saghe robotico letterarie del padre della fantascienza, Isaac Asimov. Poi nei cult come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, da Arthur C. Clarke. E dopo ancora, a livello più pop, nei film a marchio Terminator, tutti centrati sulla malvagità delle tecnologie, e nei loro eredi attuali (vedi la serie tv Westworld, da Michael Crichton). Ma questa, finora, era solo fantasia. Oggi, invece, viviamo in un corto circuito tra finzione e verità: da un lato romanzi e prodotti per lo schermo sono ancora affascinati dai rischi legati ai computer "pensanti"; dall'altro la realtà supera l'immaginazione, rendendo concreto il pericolo che l'intelligenza artificiale diventi autonoma dall'uomo. Con esiti imprevedibili "Una preoccupazione fondata", come ha ammesso il numero uno di Google Sundar Pichai in un'intervista al Washington Post.
Un tema inquietante che appassiona molto lo scrittore tedesco Frank Schätzing, classe 1957, ex pubblicitario e musicista, oltre dieci milioni di copie vendute in Europa e presenza abituale nelle classifiche italiane. Il suo ultimo thriller - edito da Nord - si chiama La tirannia della farfalla, e racconta un mondo minacciato da automi sfuggiti al controllo: "Dobbiamo stare attenti, vigilare affinché tutto questo non avvenga", avverte.
I suoi bestseller sono spesso legati all'attualità: perché stavolta ha scelto di concentrarsi sulle inquietudini digitali?
"Come per ogni libro, la fonte di ispirazione principale sono i miei incubi. E in questo caso si tratta di un tema che mi affascina da sempre. Ho amato molto Isaac Asimov, la fantascienza anni '70 e naturalmente 2001: Odissea nello spazio. Certo, l'immaginario ha continuato a produrre opere su questo tema anche negli anni Ottanta e Novanta; ma intanto la realtà non faceva fondamentali passi avanti, sul piano dell'intelligenza artificiale. Volevo scriverne da tempo, ho anche iniziato, poi mi sono fermato aspettando che quel passo avanti arrivasse: ora c'è anche nella vita vera, così ho completato la storia".
Nel libro il pericolo tecnologico più grande si incarna nell'essere vivente più delicato: la farfalla, appunto.
"L'ho scelta proprio per queste sue caratteristiche: è un simbolo perfetto della tensione fra natura e mondo artificiale. L'idea di farne la protagonista del romanzo mi è venuta mentre ero sotto la doccia da quasi mezz'ora, in una condizione di semi incoscienza: ho capito che la farfalla era il giusto modo per mostrare come, nel nostro rapporto con le macchine, qualcosa può andare storto. Anche se a prima vista tutto sembra innocuo".
Adesso perfino il capo di Google dice ufficialmente che, nel campo dell'intelligenza artificiale, la situazione potrebbe sfuggirci di mano.
"Non ho letto la sua intervista, ma registro un cambiamento importante nell'atteggiamento di chi maneggia quella realtà. Pochi anni fa uno scienziato del Mit scrisse un libro proprio su questi rischi e la comunità scientifica reagì con rabbia, ripetendo il ritornello che nella tecnologia tutto è positivo. Invece i pericoli ci sono, eccome. La tecnologia è entrambe le cose: una benedizione e una forza potenzialmente distruttiva. È sempre stato così, pensiamo ad esempio alla bomba. La differenza è che, mentre il pulsante della bomba possiamo premerlo solo noi uomini, la tecnologia di adesso può diventare autonoma. Decidere da sola. A un certo punto non sappiamo nemmeno più cosa la macchina può o non può fare".
Crede che questo tipo di rischio sia sottostimato dall'opinione pubblica?
"Sì. Sono convinto che siamo poco informati, o comunque non abbastanza. Compresi i politici, che pure dovrebbero vigilare su questo come sul resto delle grandi questioni contemporanee. Sono stato recentemente nella Silicon Valley, lì c'è maggiore consapevolezza. In Europa, invece, riguardo alle tecnologie ci comportiamo come semplici consumatori. Andiamo su Facebook o su Instagram e lì l'algoritmo ci mostra le cose che ci piacciono, quelle che potremmo comprare: i nostri punti di vista sono tutti legati allo stretto perimetro del nostro mondo, dei nostri interessi personali. Avremmo invece bisogno di maggiori spiegazioni, e anche di una maggiore educazione al pensiero critico, da parte di scienziati, sviluppatori, leader".
Tutta colpa di chi sa e non condivide, o siamo anche noi troppo distratti?
"Se siamo scarsamente informati non è solo responsabilità delle istituzioni politiche e scientifiche. Noi dovremmo sicuramente porci più interrogativi e soprattutto fare più domande a chi queste cose le conosce, su temi così cruciali per il futuro".
Eppure, molto prima che queste preoccupazioni diventassero concrete, tanta letteratura e tanto cinema ci avevano avvertiti di stare attenti alle macchine: come mai?
"Perché è un argomento gustoso per scrittori di thriller e registi di cinema: un ottimo modo per intrattenere il pubblico, come tutte le variazioni sul tema 'il mondo potrebbe finire'. È un meccanismo quasi archetipico. E con le tecnologie funziona ancora meglio, perché non possiamo prevedere se e quando avverrà".
Lei come la pensa? Esiste già qualcosa come Skynet di Terminator, rete di supercomputer destinata a ribellarsi agli esseri umani?
"Al momento non ci sono macchine di questo tipo, ne sono certo. La realtà è più complessa dei film. Ma ci sono macchine che potrebbero in teoria sviluppare tendenze simili. Non sono né buone né cattive: sta a noi vigilare affinché certe derive non avvengano. L'intelligenza artificiale non va spenta, ma controllata sì".
Quindi il futuro prossimo sarà più rosa o più nero?
"Io sono ottimista per natura, anche se per nulla naïf. L'umanità ha avuto tante crisi e le ha superate. Pensiamo all'impatto che ebbe l'industrializzazione un paio di secoli fa: sembrava una catastrofe, invece fu un cambiamento. Credo che oggi siamo un po' nella stessa situazione di allora. E poi tutta la storia ci insegna che quella umana è la specie vivente più flessibile: sono convinto che ce la faremo anche stavolta, senza collassare. Basta essere preparati".
Un tema inquietante che appassiona molto lo scrittore tedesco Frank Schätzing, classe 1957, ex pubblicitario e musicista, oltre dieci milioni di copie vendute in Europa e presenza abituale nelle classifiche italiane. Il suo ultimo thriller - edito da Nord - si chiama La tirannia della farfalla, e racconta un mondo minacciato da automi sfuggiti al controllo: "Dobbiamo stare attenti, vigilare affinché tutto questo non avvenga", avverte.
I suoi bestseller sono spesso legati all'attualità: perché stavolta ha scelto di concentrarsi sulle inquietudini digitali?
"Come per ogni libro, la fonte di ispirazione principale sono i miei incubi. E in questo caso si tratta di un tema che mi affascina da sempre. Ho amato molto Isaac Asimov, la fantascienza anni '70 e naturalmente 2001: Odissea nello spazio. Certo, l'immaginario ha continuato a produrre opere su questo tema anche negli anni Ottanta e Novanta; ma intanto la realtà non faceva fondamentali passi avanti, sul piano dell'intelligenza artificiale. Volevo scriverne da tempo, ho anche iniziato, poi mi sono fermato aspettando che quel passo avanti arrivasse: ora c'è anche nella vita vera, così ho completato la storia".
Nel libro il pericolo tecnologico più grande si incarna nell'essere vivente più delicato: la farfalla, appunto.
"L'ho scelta proprio per queste sue caratteristiche: è un simbolo perfetto della tensione fra natura e mondo artificiale. L'idea di farne la protagonista del romanzo mi è venuta mentre ero sotto la doccia da quasi mezz'ora, in una condizione di semi incoscienza: ho capito che la farfalla era il giusto modo per mostrare come, nel nostro rapporto con le macchine, qualcosa può andare storto. Anche se a prima vista tutto sembra innocuo".
Adesso perfino il capo di Google dice ufficialmente che, nel campo dell'intelligenza artificiale, la situazione potrebbe sfuggirci di mano.
"Non ho letto la sua intervista, ma registro un cambiamento importante nell'atteggiamento di chi maneggia quella realtà. Pochi anni fa uno scienziato del Mit scrisse un libro proprio su questi rischi e la comunità scientifica reagì con rabbia, ripetendo il ritornello che nella tecnologia tutto è positivo. Invece i pericoli ci sono, eccome. La tecnologia è entrambe le cose: una benedizione e una forza potenzialmente distruttiva. È sempre stato così, pensiamo ad esempio alla bomba. La differenza è che, mentre il pulsante della bomba possiamo premerlo solo noi uomini, la tecnologia di adesso può diventare autonoma. Decidere da sola. A un certo punto non sappiamo nemmeno più cosa la macchina può o non può fare".
Crede che questo tipo di rischio sia sottostimato dall'opinione pubblica?
"Sì. Sono convinto che siamo poco informati, o comunque non abbastanza. Compresi i politici, che pure dovrebbero vigilare su questo come sul resto delle grandi questioni contemporanee. Sono stato recentemente nella Silicon Valley, lì c'è maggiore consapevolezza. In Europa, invece, riguardo alle tecnologie ci comportiamo come semplici consumatori. Andiamo su Facebook o su Instagram e lì l'algoritmo ci mostra le cose che ci piacciono, quelle che potremmo comprare: i nostri punti di vista sono tutti legati allo stretto perimetro del nostro mondo, dei nostri interessi personali. Avremmo invece bisogno di maggiori spiegazioni, e anche di una maggiore educazione al pensiero critico, da parte di scienziati, sviluppatori, leader".
Tutta colpa di chi sa e non condivide, o siamo anche noi troppo distratti?
"Se siamo scarsamente informati non è solo responsabilità delle istituzioni politiche e scientifiche. Noi dovremmo sicuramente porci più interrogativi e soprattutto fare più domande a chi queste cose le conosce, su temi così cruciali per il futuro".
Eppure, molto prima che queste preoccupazioni diventassero concrete, tanta letteratura e tanto cinema ci avevano avvertiti di stare attenti alle macchine: come mai?
"Perché è un argomento gustoso per scrittori di thriller e registi di cinema: un ottimo modo per intrattenere il pubblico, come tutte le variazioni sul tema 'il mondo potrebbe finire'. È un meccanismo quasi archetipico. E con le tecnologie funziona ancora meglio, perché non possiamo prevedere se e quando avverrà".
Lei come la pensa? Esiste già qualcosa come Skynet di Terminator, rete di supercomputer destinata a ribellarsi agli esseri umani?
"Al momento non ci sono macchine di questo tipo, ne sono certo. La realtà è più complessa dei film. Ma ci sono macchine che potrebbero in teoria sviluppare tendenze simili. Non sono né buone né cattive: sta a noi vigilare affinché certe derive non avvengano. L'intelligenza artificiale non va spenta, ma controllata sì".
Quindi il futuro prossimo sarà più rosa o più nero?
"Io sono ottimista per natura, anche se per nulla naïf. L'umanità ha avuto tante crisi e le ha superate. Pensiamo all'impatto che ebbe l'industrializzazione un paio di secoli fa: sembrava una catastrofe, invece fu un cambiamento. Credo che oggi siamo un po' nella stessa situazione di allora. E poi tutta la storia ci insegna che quella umana è la specie vivente più flessibile: sono convinto che ce la faremo anche stavolta, senza collassare. Basta essere preparati".