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(reuters)

Cercando libri sullo scaffale della "Brexlit"

Da Jonathan Coe a Anthony Cartwright, gli autori anglosassoni si ispirano all’incertezza politica al rischio di isolamento che sta correndo Londra. Dimostrando che almeno la letteratura può fare ordine nel caos  
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Tutti i romanzi ostaggio della Rivoluzione industriale, dello stalinismo o del crollo del muro di Berlino; tutte le volte che la letteratura ha cercato di imbrigliare il presente nelle sue metafore. Alcuni di questi romanzi restano, altri si disintegrano sotto le loro premesse. C’è da dire che la letteratura americana degli ultimi anni, schiacciata tra #metoo e Trump, se l’è cavata bene, anche grazie al riparo offerto dal weird e il ritorno al fantastico; basta pensare alla forza grottesca di Ottessa Moshfegh (pubblicata da Feltrinelli). Anche in Inghilterra c’è stato un rifiorire della letteratura di genere, soprattutto femminista. Vale la pena citare The Water Cure dell’esordiente Sophie Mackintosh, la storia di tre sorelle recluse su un’isola che vengono addestrate contro la tossicità degli uomini. Il libro ricorda le vergini suicide – non quelle di Jeffrey Eugenides ma quelle di Sofia Coppola –, e ha auto il ben…
Tutti i romanzi ostaggio della Rivoluzione industriale, dello stalinismo o del crollo del muro di Berlino; tutte le volte che la letteratura ha cercato di imbrigliare il presente nelle sue metafore. Alcuni di questi romanzi restano, altri si disintegrano sotto le loro premesse. C’è da dire che la letteratura americana degli ultimi anni, schiacciata tra #metoo e Trump, se l’è cavata bene, anche grazie al riparo offerto dal weird e il ritorno al fantastico; basta pensare alla forza grottesca di Ottessa Moshfegh (pubblicata da Feltrinelli). Anche in Inghilterra c’è stato un rifiorire della letteratura di genere, soprattutto femminista. Vale la pena citare The Water Cure dell’esordiente Sophie Mackintosh, la storia di tre sorelle recluse su un’isola che vengono addestrate contro la tossicità degli uomini. Il libro ricorda le vergini suicide – non quelle di Jeffrey Eugenides ma quelle di Sofia Coppola –, e ha auto il beneplacito di Margaret Atwood. La sua popolarità è andata di pari passo con quella di The silence of the girls, in cui Pat Barker riprende l’Iliade per raccontarla dal punto di vista delle donne, in particolare quello di Briseide, schiava e amante di Achille. Sono tutte e due narrative di resistenza, di sovversione dello stereotipo mitico. È come se la letteratura inglese contemporanea vivesse in tre “tempospettive”.

Il futuro è distopico, il passato è mitico e il presente si coniuga con una parola sola: Brexit. Anzi, “Brexlit” si potrebbe dire. Ma se la distopia e la favola hanno offerto letture interessanti, con Brexit non è andata sempre bene. C’è un modo ispirato di trattarla, quello di Ali Smith. La sinfonia stagionale dell’autrice, che torna a breve con Inverno (Sur) invece di fossilizzare il presente lo canta; il suo approccio sperimentale la tiene al riparo dall’eccessiva banalità e dal buon senso che si rischia in questi casi. Olivia Laing, invece, ha fatto un passo falso con Crudo. L’autrice del fortunato Città sola (Il Saggiatore) ha scritto un libro in cui alterna al cicaleccio anti-Trump e Brexit su Twitter la cronaca del suo matrimonio e viaggio in Italia, sempre un po’ vittima di quel romanticismo del Mediterraneo comune negli inglesi di sinistra. Ma il risultato è confuso e pare confermare il pregiudizio di un caos che non si può raccontare.

Un libro che parla di Brexit in maniera laterale è Milkman di Anna Burns, la scrittrice nordirlandese che ha vinto l’ultimo Man Booker Prize (in Italia uscirà per Keller). È la storia del rapporto tra una ragazza e un paramilitare in una società per cui l’unica violenza riconoscibile è quella delle bombe. Ospite in televisione, Burns ha ringraziato lo Stato per averle dato dei sussidi e permesso di scrivere. La sua dichiarazione ha scatenato un panico morale quasi vittoriano: da un lato è stata accusata di mancanza di rispetto per le classi lavoratrici che sgobbano invece di scrivere, dall’altro si è aperto uno squarcio su una società che strozza gli scrittori proletari nella culla (l’editoria inglese è ancora più elitaria di quella italiana).

Il dibattito su Milkman è un sottoprodotto tossico della Brexit, e non a caso libri più incandescenti in questa fase sono quelli che affrontano in maniera netta l’impoverimento della nazione. Reduce dall’Orwell Prize, in Poverty Safari lo scozzese Darren McGarvey (in Italia uscirà per Rizzoli) fa un resoconto della povertà sulla base delle proprie esperienze. Il libro è una requisitoria feroce ma a tratti inquietante per il modo in cui mette la classe sopra qualsiasi altra cosa, criticando il peso dato all’appartenenza etnica o di genere quando si tratta di fare politica: è una cosa che potrebbero dire anche i Tories. C’è attesa anche per Lowborn di Kerry Hudson – in Italia è stata pubblicata da minimum fax – che ripercorre un’infanzia vissuta tra dormitori e case popolari insieme alla madre, in giro per il paese.
Tra la Scozia e altre terre di mezzo, in questi saggi letterari l’elemento della distribuzione è centrale tanto quanto quello spaziale. Brexit è soprattutto geografia, lo dimostra Middle England di Jonathan Coe (Feltrinelli). L’autore riprende i personaggi de La banda dei brocchi e Circolo Chiuso, il pendolarismo imperfetto tra Birmingham e Londra, passa dalle bombe e l’odio degli anni Settanta alla rabbia fumigata e repressa del presente, ma spesso la sua Brexit pare di cartapesta. Neanche tutti gli anni che la precedono, descritti nel dettaglio, riescono a darle un corpo.

Anche se Brexit somiglia a un romanzo senza trama, più incline al linguaggio sperimentale, c’è un romanzo sociale inglese che si è distinto tra tutti, Il taglio di Anthony Cartwright, appena uscito da 66th and 2nd (trad. di Riccardo Duranti). È la storia di Cairo, operaio ex pugile di Dudley, emblema di coloro che si fanno pestare a sangue pur di guadagnare soldi, e del suo incontro con Grace, di classe media, che gira documentari impegnati. Nel libro, che rimanda un po’ al Kureishi di tanti anni fa, quello di Love in a blue time, c’è una livida bellezza, un senso cristallino di tragedia che non si fa mai omelia. Cartwright evita i difetti peggiori degli autori britannici, che sono gli stessi della classe dirigente: insulare, ossessionata da sé, attenta quando vuole alla stratificazione sociale ma priva di vocazione internazionale, come dimostra anche il Labour ipernazionalista di Corbyn. Sulla scia dei libri di Monica Ali e di Zadie Smith, nei primi anni Duemila si era affermato un cosmopolitismo un po’ plasticoso, a volte, ma quantomeno c’era un senso più ampio del mondo.

Oggi, tutto ciò che vive fuori dall’isola pare sparire. Tra favole, distopie e autocoscienza nevrotica, a offrire un’imprevista via di uscita è un bellissimo libro scritto prima di Brexit, evocativo già dal titolo: Stagno di Claire-Louise Bennett (Bompiani, trad. di Tommaso Pincio). Si tratta di un insieme di frammenti, saggi lirici e pagine informali di diario, scritti da una donna anonima che ha lasciato la vita accademica per ritirarsi in campagna. Dedica più energie a commentare le mucche e il pane bruciacchiato che non a fare filosofia della propria solitudine. Parlando soprattutto a se stessa ma senza l’auto-importanza e la gravitas artigianale dei boscaioli con la barba, Bennett ci vendica da tante storie di eremitaggio con il suo essere cupa, divertente e a tratti svanita. Stagno è quello che avrebbe scritto Emily Brontë se fosse scappata dall’università per buttarsi sul divano a leggere Anne Carson e dimenticarsi l’esistenza di Twitter. Anche Claire-Louise Bennett è un’inglese che se n’è andata, come tanti. Anche lei ci dice quello che dicono Ali Smith e Anthony Cartwright, seppure con formati e storie diverse. Erano le cose migliori, erano le cose peggiori, e succedevano tutte lontano da Londra.