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Antonello da Messina: "Ritratto di giovane" 

Il segreto nascosto negli occhi di Antonello

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Il ritratto di un ragazzo misterioso esposto al museo di Philadelphia. Lo sguardo di una scrittrice. Jhumpa Lahiri racconta l’incontro con uno dei capolavori del pittore di Messina in arrivo alla mostra di Palazzo Reale a Milano
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Questo ritratto, dipinto da Antonello nel 1474, vive attualmente al Philadelphia Museum of Art, che dista circa un’ora di macchina dalla mia casa di Princeton. Vado a trovarlo in una domenica di marzo coperta e ventosa. Gli alberi della città hanno appena iniziato a fiorire ma il clima, ancora rigido, fa tremare i rami. Arrivata al museo, salgo la massiccia scalinata centrale e, al primo piano, chiedo a una guardia come trovare la sala 213A. Percorro quindi un corridoio infinito, poco affollato, dedicato all’arte europea dal Medioevo fino al Cinquecento. Arrivo fino in fondo e raggiungo una piccola stanza quadrata, senza finestre. Qui non entra nessun sole, mai un’arietta. Il mio traguardo dà la sensazione di un punto morto: impossibile continuare in avanti, bisogna svoltare a sinistra e immettersi in un’altra stanza più grande, oppure tornare indietro. Coincidendo con uno degli angoli dell’edificio, questo spazio ha un’aria piu…
Questo ritratto, dipinto da Antonello nel 1474, vive attualmente al Philadelphia Museum of Art, che dista circa un’ora di macchina dalla mia casa di Princeton. Vado a trovarlo in una domenica di marzo coperta e ventosa. Gli alberi della città hanno appena iniziato a fiorire ma il clima, ancora rigido, fa tremare i rami. Arrivata al museo, salgo la massiccia scalinata centrale e, al primo piano, chiedo a una guardia come trovare la sala 213A. Percorro quindi un corridoio infinito, poco affollato, dedicato all’arte europea dal Medioevo fino al Cinquecento. Arrivo fino in fondo e raggiungo una piccola stanza quadrata, senza finestre. Qui non entra nessun sole, mai un’arietta. Il mio traguardo dà la sensazione di un punto morto: impossibile continuare in avanti, bisogna svoltare a sinistra e immettersi in un’altra stanza più grande, oppure tornare indietro. Coincidendo con uno degli angoli dell’edificio, questo spazio ha un’aria piuttosto sperduta, di periferia. Persino dalla soglia della stanzetta è impossibile scorgere il ritratto finché non si lancia lo sguardo a sinistra, verso una nicchia un po’ sfuggente. Il ragazzo – avrà una ventina d’anni – è appeso a una parete stretta color caffellatte, fiancheggiato a sinistra da un’altra parete altrettanto stretta e vuota, e a destra dall’unica uscita per i visitatori. La sua parete ospita solo lui.

Per l’altezza a cui il dipinto è appeso, sembra quasi un vero ragazzo che mi guarda. Le sue proporzioni, credo, sono solo leggermente ridotte rispetto al modello. Penso al lunghissimo viaggio che il quadro ha fatto per finire in questo angolino tranquillo di Philadelphia. Quando Antonello aveva immortalato il ragazzo nel Quattrocento, in Sicilia, Philadelphia nemmeno esisteva: sarebbe stata fondata più di duecento anni dopo. Il destino di quest’opera era, all’epoca, in anticipo sulla storia statunitense, quasi fuori dal tempo: prima delle scoperte, della colonizzazione, della rivoluzione, dello sterminio della popolazione indigena a cui apparteneva, una volta, il continente. La prima cosa che mi colpisce è il gioco del nero che domina il dipinto.

Quello più intenso è lo sfondo, color onice. Gli occhi, di un castano molto profondo, contengono anche un tocco di nero drammatico. Più morbidi sono i neri degli indumenti – la tunica, il cappello, la falda lunga che diventa, lungo un lato, una sorta di sfondo secondario attaccato al ragazzo. L’effetto di questi neri che si mescolano richiama un cielo notturno, un buio liquido, pulito, sconfinato. Il nero circonda il viso luminoso del giovane, di carnagione calda, i capelli rossastri e ricci. Sul viso domina un naso spesso e grosso, dalla punta tonda, che crea sulla pelle sottostante una lunga trincea bassa, ombreggiata. Mi guarda leggermente di sbieco. Questo sguardo, rassegnato ed enigmatico, perfino un po’ ironico, mi tiene a distanza e mi accoglie al tempo stesso. Gli occhi tondi sono leggermente sporgenti, le palpebre pesanti. La bocca chiusa è sbilenca, con il labbro superiore notevolmente più sottile rispetto all’altro. È un viso robusto, c’è un po’ di grasso sotto il mento, il collo – se ne vede solo uno scorcio – è piuttosto solido. La lunga falda casca giù come capelli lunghi, rendendo questo tozzo ragazzo un po’ androgino.

Un particolare delizioso: la lunghezza discontinua delle ciglia. Ha un’aria stanca, si vedono le occhiaie, chissà quanto è stato a sedere in posa davanti al pittore. Sembra che ci siano pochi elementi, tutti immobili: viso, sfondo, indumenti. A guardare bene, però, iniziano a stagliarsi certi dettagli mossi, quasi viventi. La frangia ad esempio, che spunta dal bordo del cappello, come fosse una piccola esplosione a ventaglio. Nonostante il disordine intravedo una forma; mi fa pensare a un animale cornuto, molto peloso, oppure a una creatura mitologica, di potenza femminile, con le ali. Poi c’è la fibbia, a forma di fuso, e anche il bavero, vaporoso come un micro-fantasma. Sia la frangia sia l’ornamento sono elementi che spezzano l’aspetto flemmatico del ritratto. Introducono un’energia poco calma, confusionaria, persino selvaggia.

Siamo stretti nell’angolo desolato e limitato del museo. Tranne me – l’unico essere umano in questo momento nella stanza – i suoi compagni fissi sono tutte figure religiose: san Francesco, san Bernardino di Siena, un paio di angeli, un Cristo morto di Carlo Crivelli. Solo il ragazzo aggiunge una presenza laica, terrestre. È testimone impassibile dello strazio, di tutte quelle sofferenze. Non c’è niente in lui di afflitto o pietoso o penitente. Anzi, sembra l’unico a godere forse, tra i diversi umori, di una discreta soddisfazione. Tutte le altre opere hanno uno sfondo d’oro prezioso ma prevedibile. Solo il ragazzo abita una dimensione nera. Si tratta di uno sfondo talmente vicino e simile al soggetto che i due elementi quasi si fondono.

A un certo punto, mentre mi trovo davanti a lui, altre persone raggiungono la stanza. Una donna si ferma davanti a un trittico, stupendo, di Bartolomeo Vivarini che copre una grande parete intera. Il gruppo non fa caso al ragazzo, esce senza salutarlo. È ben coperto, questo giovane uomo. Sia la testa sia il busto sono contenuti, protetti da vari strati di tessuto. Mentre mi guarda, i miei occhi cadono su tutto ciò che scivola fuori, che si rifiuta di essere trattenuto o raccolto o soggiogato: la frangia sotto il bordo del cappello, la stoffa bianca sopra l’orlo della tunica dalla quale spunta anche una striscia strepitosa di azzurro, l’unico tono vivace del ritratto.
I fili bianchi e caotici che crescono dal collo, le ciglia discontinue dal bordo delle palpebre, l’ombra – e anche il respiro, immagino – proiettata da una narice.
Quindi benché sembri una figura prevalentemente coperta, celata, contenuta, è in realtà pieno di aperture e fessure. Lui, sempre a bocca chiusa, trasmette un silenzio prolungato, mentre tutti i bordi, i confini della figura si parlano, e sprigionano qualcosa di scompigliato e sottilmente perturbante. In realtà il ritratto è una conversazione tra una serie di finiture ambigue, incompiute, instabili. Perfino l’orlo frastagliato della falda ondeggia.

Alla fine è lui stesso che emerge dallo sfondo, vivido e presente, da tutto quel nero che nega la distanza, la dicotomia convenzionale tra soggetto e fondo. Perché quel movimento irrequieto dei capelli? Soffia il vento? Quello sfondo nero vuol dire che siamo al chiuso, in un ambiente uniforme e astratto. Forse siamo in una sorta di limbo, né dentro né fuori. È un’atmosfera di tenebra ma non è tetra, è semplicemente un vuoto denso e pieno. Non si muove nulla tranne i piccolissimi particolari: orli, capelli, cose ancillari. Emettono un brivido collettivo che, mentre ammiro il ritratto, rispecchia il brivido che sento anch’io.

Saluto il ragazzo e torno a Princeton. Un giorno, qualche mese dopo, vado in biblioteca a ritrovarlo riprodotto in un libro. E lì scopro che il sublime sfondo nero che mi ha così colpita è stato sostituito dall’oro in un restauro del 1941, successivamente ritenuto falso. In quella versione, davanti allo sfondo d’oro, il ragazzo assomiglia ai suoi compagni di stanza a Philadelphia, alle figure religiose e tormentate, ma secondo me ha perso completamente e tragicamente la sua identità. Quell’oro di aria sacra svigorisce il ritratto, annientando il suo mistero, smorzando il suo modernismo, raschiando anche la sua intimità. Quello sfondo più sgargiante non lo avvolge, non lo sostiene. Privo del suo ambiente scuro, il ragazzo mi pare sradicato, fuori luogo. Il rapporto sbilanciato tra il suo aspetto e quello sfarzo dietro sposta tutto. Avendolo già conosciuto diversamente, questo giovane mi è quasi estraneo.

Ma dal vivo, nella stanza chiusa a Philadelphia, si vede il ritratto restaurato, meravigliosamente buio, armonioso. E dalla sua nicchia, incastonato in quel nero assoluto, il ragazzo guarda chi passa in fretta, chi svolta senza fermarsi, chi procede senza accorgersi di tutto quello che sussulta in lui.

– Il testo sarà pubblicato nel catalogo della mostra su Antonello da Messina a Milano (Palazzo Reale, 21 febbraio-2 giugno) edito da Skira