Quando la prima fila diventa una condanna per la sedia a rotelle
Valerio Magrelli , di VALERIO MAGRELLIIn un cinema romano inaccessibili i posti riservati ai disabili così la giornalista Fiamma Satta è stata costretta a tornare a casa
La settimana scorsa, sono andato a vedere Il primo re, di Matteo Rovere. Altro che "primo re"! Piuttosto "ultimo suddito"... Ma andiamo per ordine. Innanzitutto mi devo correggere, poiché, a dire il vero, la settimana scorsa ho cercato di andare a vedere Il primo re, senza però riuscirci. Il motivo è presto detto: ero insieme a una mia amica giornalista, Fiamma Satta, in sedia a rotelle.
La nomino in quanto da anni seguo il suo blog "Diversamente affabile". È uno spazio di grande vivacità e insieme di denuncia, dove peraltro è stata appena postata questa stessa storia - purtroppo solo l'ultima di una lunga serie di disavventure teatral-cinematografiche. Dunque, tornando al film, quel giorno ci era davvero andata di lusso, dato che la sala, almeno nella prenotazione in rete, offriva una locazione ottima per la visione in sedia a rotelle, in alto e in fondo. Tutto bene? Macché. È bastato poco per…
La nomino in quanto da anni seguo il suo blog "Diversamente affabile". È uno spazio di grande vivacità e insieme di denuncia, dove peraltro è stata appena postata questa stessa storia - purtroppo solo l'ultima di una lunga serie di disavventure teatral-cinematografiche. Dunque, tornando al film, quel giorno ci era davvero andata di lusso, dato che la sala, almeno nella prenotazione in rete, offriva una locazione ottima per la visione in sedia a rotelle, in alto e in fondo. Tutto bene? Macché. È bastato poco per…
La settimana scorsa, sono andato a vedere Il primo re, di Matteo Rovere. Altro che "primo re"! Piuttosto "ultimo suddito"... Ma andiamo per ordine. Innanzitutto mi devo correggere, poiché, a dire il vero, la settimana scorsa ho cercato di andare a vedere Il primo re, senza però riuscirci. Il motivo è presto detto: ero insieme a una mia amica giornalista, Fiamma Satta, in sedia a rotelle.
La nomino in quanto da anni seguo il suo blog "Diversamente affabile". È uno spazio di grande vivacità e insieme di denuncia, dove peraltro è stata appena postata questa stessa storia - purtroppo solo l'ultima di una lunga serie di disavventure teatral-cinematografiche. Dunque, tornando al film, quel giorno ci era davvero andata di lusso, dato che la sala, almeno nella prenotazione in rete, offriva una locazione ottima per la visione in sedia a rotelle, in alto e in fondo. Tutto bene? Macché. È bastato poco per capire la svista, la disattenzione, la sciatteria, chiamatela come vi pare.
Malgrado lo stupore di maschere e cassiere, si è subito capito che la prenotazione funzionava a rovescio. I posti indicati, cioè, si sono rivelati inaccessibili, a picco su una scala. "Che pasticcio! Ma adesso, dove andiamo?" - "È chiaro. Gira gira, succede che finisco sempre là, in primissima fila, schiacciata contro lo schermo, con la testa all'indietro e il torcicollo" - "E allora?" - "E allora grazie tante, torno a casa". Morale: la situazione a Roma è tale che, in molti casi, o i cinema prevedono dei pessimi posti per disabili, oppure ne indicano di ottimi, salvo poi dimenticare di attivarli. E qui si impongono alcune brevi considerazioni. Sarà anche comprensibile che chi presenta problemi di deambulazione debba adattarsi a un mondo ostile, e rassegnarsi a limitare le proprie scelte. Possibile, però, che debba ottenere solo i peggiori in assoluto? Possibile che sia costretto a tirare il collo? Possibile che il gestore non abbia mai provato a mettersi nei panni di uno spettatore disagiato?
Possibile che non proviamo mai a metterci, letteralmente, "al posto degli altri "? Quando diciamo: "Vado a vedere un film", ci accingiamo a una cerimonia dello sguardo. In una società come la nostra, definita non a caso "società dello spettacolo", questa liturgia possiede un'estrema rilevanza simbolica e sociale. Sono cose che tutti sappiamo, e tuttavia tendiamo a dimenticare. Negli ultimi anni, poi, la fruizione cinematografica ha conosciuto sviluppi inattesi (gli stessi esportati nelle manifestazioni sportive o musicali). Mi riferisco all'acquisto di posti prenotati. Grazie a questo nuovo accorgimento, oggi possiamo decidere dove sederci, optando in questo modo per la nostra angolatura preferita.
L'ho fatta lunga, ma volutamente, per mettere a fuoco quei passaggi inconsci, subliminali, che rendono vivibile il nostro mondo. Vivibile, sì, ma per chi? Per tutte (o quasi) le classi sociali, certo. Le differenze fra gli individui, però, non si possono circoscrivere a quest'unica sfera. Ce n'è ad esempio un'altra, che, terribile, ci attraversa e divide in maniera violenta, spesso definitiva. Si tratta di quella dimensione che, sfidando l'interdetto linguistico, mi azzarderò a denominare "dell'handicap". Il che mi permette di citare un'osservazione di Susan Sontag: "Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci solo del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino dell'altro paese".
Riformulo allora la domanda precedente: davvero tutti noi possiamo andare al cinema quando e dove vogliamo? Tecnologia filmica a parte, si tratta di un problema che non tutte le società hanno conosciuto. Benché la leggenda sia stata ormai sfatata, si racconta ad esempio che nell'antichità, sul monte Taigeto, si usava abbandonare i bambini spartani nati deformi, per lasciarli soccombere alle intemperie ed alle fiere. Sparta, Roma, vabbè, ci siamo intesi. Ma il primo re, non lo dimentichiamo, dovrebbe essere sempre lo spettatore, indipendentemente dalle sue condizioni di salute.
La nomino in quanto da anni seguo il suo blog "Diversamente affabile". È uno spazio di grande vivacità e insieme di denuncia, dove peraltro è stata appena postata questa stessa storia - purtroppo solo l'ultima di una lunga serie di disavventure teatral-cinematografiche. Dunque, tornando al film, quel giorno ci era davvero andata di lusso, dato che la sala, almeno nella prenotazione in rete, offriva una locazione ottima per la visione in sedia a rotelle, in alto e in fondo. Tutto bene? Macché. È bastato poco per capire la svista, la disattenzione, la sciatteria, chiamatela come vi pare.
Malgrado lo stupore di maschere e cassiere, si è subito capito che la prenotazione funzionava a rovescio. I posti indicati, cioè, si sono rivelati inaccessibili, a picco su una scala. "Che pasticcio! Ma adesso, dove andiamo?" - "È chiaro. Gira gira, succede che finisco sempre là, in primissima fila, schiacciata contro lo schermo, con la testa all'indietro e il torcicollo" - "E allora?" - "E allora grazie tante, torno a casa". Morale: la situazione a Roma è tale che, in molti casi, o i cinema prevedono dei pessimi posti per disabili, oppure ne indicano di ottimi, salvo poi dimenticare di attivarli. E qui si impongono alcune brevi considerazioni. Sarà anche comprensibile che chi presenta problemi di deambulazione debba adattarsi a un mondo ostile, e rassegnarsi a limitare le proprie scelte. Possibile, però, che debba ottenere solo i peggiori in assoluto? Possibile che sia costretto a tirare il collo? Possibile che il gestore non abbia mai provato a mettersi nei panni di uno spettatore disagiato?
Possibile che non proviamo mai a metterci, letteralmente, "al posto degli altri "? Quando diciamo: "Vado a vedere un film", ci accingiamo a una cerimonia dello sguardo. In una società come la nostra, definita non a caso "società dello spettacolo", questa liturgia possiede un'estrema rilevanza simbolica e sociale. Sono cose che tutti sappiamo, e tuttavia tendiamo a dimenticare. Negli ultimi anni, poi, la fruizione cinematografica ha conosciuto sviluppi inattesi (gli stessi esportati nelle manifestazioni sportive o musicali). Mi riferisco all'acquisto di posti prenotati. Grazie a questo nuovo accorgimento, oggi possiamo decidere dove sederci, optando in questo modo per la nostra angolatura preferita.
L'ho fatta lunga, ma volutamente, per mettere a fuoco quei passaggi inconsci, subliminali, che rendono vivibile il nostro mondo. Vivibile, sì, ma per chi? Per tutte (o quasi) le classi sociali, certo. Le differenze fra gli individui, però, non si possono circoscrivere a quest'unica sfera. Ce n'è ad esempio un'altra, che, terribile, ci attraversa e divide in maniera violenta, spesso definitiva. Si tratta di quella dimensione che, sfidando l'interdetto linguistico, mi azzarderò a denominare "dell'handicap". Il che mi permette di citare un'osservazione di Susan Sontag: "Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci solo del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino dell'altro paese".
Riformulo allora la domanda precedente: davvero tutti noi possiamo andare al cinema quando e dove vogliamo? Tecnologia filmica a parte, si tratta di un problema che non tutte le società hanno conosciuto. Benché la leggenda sia stata ormai sfatata, si racconta ad esempio che nell'antichità, sul monte Taigeto, si usava abbandonare i bambini spartani nati deformi, per lasciarli soccombere alle intemperie ed alle fiere. Sparta, Roma, vabbè, ci siamo intesi. Ma il primo re, non lo dimentichiamo, dovrebbe essere sempre lo spettatore, indipendentemente dalle sue condizioni di salute.