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Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia (ansa)

Biennale 2019, il Padiglione Italia tra labirinti e Bella ciao

Viaggio nello spazio allestito dal curatore Milovan Farronato, alla scoperta delle opere degli unici tre artisti nostrani presenti
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Aveva parlato di un labirinto e così è. Milovan Farronato, il curatore del Padiglione Italia, ha mantenuto la promessa. Provate a orientarvi, se potete. Inutile chiedere informazioni, cercare di capire quanto l'uscita - a proposito: dov'è? - disti dall'ingresso. Benvenuti a Né altra, né questa. La sfida al Labirinto. Nemmeno il titolo della mostra aiuta. Dall'entrata si sente cantare Bella ciao. Più tardi si scoprirà che arriva da un megafono installato a una parete lontana da Liliana Moro (Milano, 1961), chiamata a rappresentare il Paese alla Biennale con Enrico David (Ancona, 1966) e Chiara Fumai, scomparsa nel 2017, a 39 anni.

Le opere dei tre si incrociano, confondono e richiamano lungo corridoi bianchi sempre uguali con tende blu che separano un ambiente dall'altro. Sul pavimento, se si vede bene, si leggono le etichette in plexiglass che indicano che cosa si sta guardando. L'elenco è fornito all'…
Aveva parlato di un labirinto e così è. Milovan Farronato, il curatore del Padiglione Italia, ha mantenuto la promessa. Provate a orientarvi, se potete. Inutile chiedere informazioni, cercare di capire quanto l'uscita - a proposito: dov'è? - disti dall'ingresso. Benvenuti a Né altra, né questa. La sfida al Labirinto. Nemmeno il titolo della mostra aiuta. Dall'entrata si sente cantare Bella ciao. Più tardi si scoprirà che arriva da un megafono installato a una parete lontana da Liliana Moro (Milano, 1961), chiamata a rappresentare il Paese alla Biennale con Enrico David (Ancona, 1966) e Chiara Fumai, scomparsa nel 2017, a 39 anni.

Le opere dei tre si incrociano, confondono e richiamano lungo corridoi bianchi sempre uguali con tende blu che separano un ambiente dall'altro. Sul pavimento, se si vede bene, si leggono le etichette in plexiglass che indicano che cosa si sta guardando. L'elenco è fornito all'inizio del percorso. Ma poi è il visitatore a scegliere dove proseguire. Subito a destra, ci si imbatte in tre piste di automobili installate alla parete da Liliana Moro. Le macchinine non ci sono, ma andando avanti troviamo un inquietante stanza di un adolescente: è quella ricostruita da Enrico David. L'architettura a imbuto, scandita da una scultura dalle forme umane sospesa tra le due pareti, finisce proprio in una camera che si può spiare solo attraverso il vetro. È la stessa dell'artista ragazzino che si autoritrae in un collage mentre si struscia su un manichino di legno. La scena con teenager turbato da film di Gus Van Sant richiama, in realtà, Vieille femme et enfant, immagine concepita da Dora Maar, musa di Picasso, nel 1935.

Nei corridoi o negli spazi irregolari, le figure di David tornano rattrappite, allungate, ammaccate: sono statue che riproducono corpi irreali. Liliana Moro gioca con il suono o la sua assenza. Le pareti di gommaspugna del suo Paradiso artificiale lo assorbono. L'installazione Avvinghiatissimi, invece, con due materassi tenuti insieme da cinghie rosse, ha la colonna sonora dei tanghi di Astor Piazzolla. La Passeggiata, con i pattini di ferro incatenati tra loro, o Casa circondariale, che ripropone un gruppo di specchi retrovisori montati sulle finestre del carcere di Novi Ligure, testimoniano gli interventi dell'artista per il sociale.

Ma è Chiara Fumai, la più presente nella sua assenza, a scandire il ritmo della mostra. Il suo murale-testamento This last line cannot be translated, che ritorna più volte con i simboli, le mappe impossibili, fatte di frecce che indicano parole come "misticismo", "magia", "potere", "conoscenza", rappresenta il filo rosso del percorso. Come la sua voce registrata che legge un testo gnostico del III secolo dopo Cristo o il criptico ritratto dedicato alla medium dell'Ottocento Madame Blavatsky. È lei che tenta di condurre lo spettatore da un'altra parte ancora, rispetto al cammino fisico lungo il labirinto. "Chiara è il filo di Arianna di questo percorso", dice Farronato, "mi sono preoccupato di come esporre le sue ultime idee. Le ho trascritte, non concluse. Aveva poteri astrali. Forse è lei che, in qualche modo, mi ha suggerito tutto". A riportare l'arte italiana alla realtà restano le parole di Bella ciao. "È un inno che ha una presenza fisica qui dentro", continua il curatore, "ma anche le figure apparentemente fragili di David esprimono un senso di resistenza". Nell'Italia del 2019 ce n'è ancora bisogno.