Come salvare questa Italia dal buio
Michele Ainis , di MICHELE AINISL'analisi di un Paese tra luci e ombre, e qualche ricetta su come uscire dal buio, nell'ultimo saggio di Ferruccio de Bortoli
Siamo depressi, pessimisti. Siamo diventati anche cattivi, vorremmo trascinare il mondo intero nelle profondità abissali in cui ci sembra di nuotare. Perché abbiamo perso ogni fiducia nel futuro, ogni speranza di migliorare la nostra condizione. L'unica eguaglianza che ci appare ormai desiderabile è quella verso il basso, è l'appiattimento dei destini individuali in una miseria generale. D'altronde è un riflesso, a suo modo, comprensibile: se non posso raddoppiare il mio stipendio, la sola consolazione è vedere dimezzato il tuo stipendio. Sicché non ci sospinge nessun sentimento, bensì un risentimento, un'onda di rancore verso i pochi che restano a galla, nonostante le intemperie. E la politica offre un corpo fisico ai nostri malumori, ne è a sua volta lo specchio, raccoglie voti a forza di maledizioni.
È il "dividendo dell'antipatia", così lo chiama Ferruccio de Bortoli nel suo…
È il "dividendo dell'antipatia", così lo chiama Ferruccio de Bortoli nel suo…
Siamo depressi, pessimisti. Siamo diventati anche cattivi, vorremmo trascinare il mondo intero nelle profondità abissali in cui ci sembra di nuotare. Perché abbiamo perso ogni fiducia nel futuro, ogni speranza di migliorare la nostra condizione. L'unica eguaglianza che ci appare ormai desiderabile è quella verso il basso, è l'appiattimento dei destini individuali in una miseria generale. D'altronde è un riflesso, a suo modo, comprensibile: se non posso raddoppiare il mio stipendio, la sola consolazione è vedere dimezzato il tuo stipendio. Sicché non ci sospinge nessun sentimento, bensì un risentimento, un'onda di rancore verso i pochi che restano a galla, nonostante le intemperie. E la politica offre un corpo fisico ai nostri malumori, ne è a sua volta lo specchio, raccoglie voti a forza di maledizioni.
È il "dividendo dell'antipatia", così lo chiama Ferruccio de Bortoli nel suo ultimo volume (Ci salveremo, sottotitolo Appunti per una riscossa civica, appena uscito per i tipi di Garzanti). Pagine scritte con uno stile asciutto, senza fronzoli. Punteggiate da un rosario d'episodi, cronache, ritratti di italiani per lo più misconosciuti. E di cifre, anche, che feriscono il lettore come altrettante rasoiate. I numeri dell'illegalità: 80 miliardi l'anno di pagamenti in nero, un'evasione fiscale al 21,3 per cento. Quelli dell'ingiustizia: la retribuzione dei manager italiani arriva fino a 217 volte la paga dei dipendenti, mentre i loro bonus crescono a ogni taglio di posti di lavoro. I numeri della furbizia: per esempio quella dei pensionati che vanno a svernare in Portogallo, abbattendo le tasse ma continuando a pretendere assistenza dal servizio sanitario nazionale. O viceversa i numeri delle intelligenze in fuga dall'Italia: rispetto al 2013, i nostri emigrati in possesso d'una laurea sono aumentati del 42 per cento.
Tuttavia questa medaglia ha pure un altro lato, ed è merito di de Bortoli averlo illuminato con un faro. Anche in questo caso, le cifre sono più eloquenti di qualsiasi giro di parole. Siamo nella top ten dei Paesi esportatori. E primi al mondo per gli incentivi agli investimenti digitali. Secondi in Europa nella manifattura e nella farmaceutica, in entrambi i casi dietro la Germania. Ma la sopravanziamo nel settore agroalimentare e in vari altri comparti. L'Italia è prima nell'Unione europea quanto a numero di citazioni per ricercatore. I corsi d'italiano vengono frequentati da oltre 2 milioni di studenti in 115 Paesi. Senza dire della qualità del nostro sistema sanitario, da cui deriva un'aspettativa di vita fra le più elevate al mondo. O delle generosità che nonostante tutto percorre la società italiana, come mostrano le cifre del no profit: 343.432 istituzioni attive nel 2016, con 812.706 dipendenti. La più grande azienda del Paese.
Ecco, il terzo settore. Qui l'analisi sociale incrocia il vissuto dell'autore, traendone alimento. Infatti Ferruccio de Bortoli presiede, dal 2015, Vidas, un'associazione che assiste i malati terminali. Conosce bene, perciò, il mondo del volontariato, "una rete che non è il web". E sul volontariato punta le sue fiche, tanto da definirlo il motore della nostra riscossa. Giusto così, i corpi intermedi formano l'ossatura delle società politiche; la loro crisi, la "disintermediazione", ci ha reso più fragili, più poveri. Però guai a rassegnarsi alle inefficienze dello Stato italiano, contando sulla loro azione di supplenza. Per mettere a profitto le energie che abbiamo in circolo ci servirà più Stato, non ancora meno Stato.
Con quale ruolo? Più o meno l'opposto di ciò che (non) fa adesso. Ovvero inoculando il farmaco della concorrenza nel nostro sistema produttivo, una ricetta su cui de Bortoli insiste a più riprese. Quando denunzia, per esempio, il tradimento della legge annuale sulla concorrenza, adottata in realtà una sola volta (nel 2017) in un decennio. O la decisione timbrata nella legge di bilancio 2019, che permette alle amministrazioni pubbliche l'affidamento degli appalti senza gara fino a 150 mila euro (prima erano 40 mila). Ma allo Stato spetta inoltre una funzione educativa, uno sprone alla cultura dei doveri. Verso i contemporanei così come verso i posteri. Lo diceva già Santi Romano, in uno scritto del 1909: lo Stato deve curarsi delle generazioni future, non soltanto di quelle presenti. Tutto il contrario delle manovre finanziate in deficit, con una cambiale.
E a proposito dei doveri, de Bortoli propone due urgenze educative per la nostra scuola: la memoria, la legalità. Quest'ultimo appello è stato raccolto ai primi di maggio dalla Camera, con nessun voto contrario: torna l'educazione civica come materia obbligatoria, 33 ore l'anno. La storia, viceversa, esce ridimensionata dalle decisioni del ministro Bussetti, derubricata, degradata. Evidentemente la politica italiana è in bianco e nero, come la società italiana.
È il "dividendo dell'antipatia", così lo chiama Ferruccio de Bortoli nel suo ultimo volume (Ci salveremo, sottotitolo Appunti per una riscossa civica, appena uscito per i tipi di Garzanti). Pagine scritte con uno stile asciutto, senza fronzoli. Punteggiate da un rosario d'episodi, cronache, ritratti di italiani per lo più misconosciuti. E di cifre, anche, che feriscono il lettore come altrettante rasoiate. I numeri dell'illegalità: 80 miliardi l'anno di pagamenti in nero, un'evasione fiscale al 21,3 per cento. Quelli dell'ingiustizia: la retribuzione dei manager italiani arriva fino a 217 volte la paga dei dipendenti, mentre i loro bonus crescono a ogni taglio di posti di lavoro. I numeri della furbizia: per esempio quella dei pensionati che vanno a svernare in Portogallo, abbattendo le tasse ma continuando a pretendere assistenza dal servizio sanitario nazionale. O viceversa i numeri delle intelligenze in fuga dall'Italia: rispetto al 2013, i nostri emigrati in possesso d'una laurea sono aumentati del 42 per cento.
Tuttavia questa medaglia ha pure un altro lato, ed è merito di de Bortoli averlo illuminato con un faro. Anche in questo caso, le cifre sono più eloquenti di qualsiasi giro di parole. Siamo nella top ten dei Paesi esportatori. E primi al mondo per gli incentivi agli investimenti digitali. Secondi in Europa nella manifattura e nella farmaceutica, in entrambi i casi dietro la Germania. Ma la sopravanziamo nel settore agroalimentare e in vari altri comparti. L'Italia è prima nell'Unione europea quanto a numero di citazioni per ricercatore. I corsi d'italiano vengono frequentati da oltre 2 milioni di studenti in 115 Paesi. Senza dire della qualità del nostro sistema sanitario, da cui deriva un'aspettativa di vita fra le più elevate al mondo. O delle generosità che nonostante tutto percorre la società italiana, come mostrano le cifre del no profit: 343.432 istituzioni attive nel 2016, con 812.706 dipendenti. La più grande azienda del Paese.
Ecco, il terzo settore. Qui l'analisi sociale incrocia il vissuto dell'autore, traendone alimento. Infatti Ferruccio de Bortoli presiede, dal 2015, Vidas, un'associazione che assiste i malati terminali. Conosce bene, perciò, il mondo del volontariato, "una rete che non è il web". E sul volontariato punta le sue fiche, tanto da definirlo il motore della nostra riscossa. Giusto così, i corpi intermedi formano l'ossatura delle società politiche; la loro crisi, la "disintermediazione", ci ha reso più fragili, più poveri. Però guai a rassegnarsi alle inefficienze dello Stato italiano, contando sulla loro azione di supplenza. Per mettere a profitto le energie che abbiamo in circolo ci servirà più Stato, non ancora meno Stato.
Con quale ruolo? Più o meno l'opposto di ciò che (non) fa adesso. Ovvero inoculando il farmaco della concorrenza nel nostro sistema produttivo, una ricetta su cui de Bortoli insiste a più riprese. Quando denunzia, per esempio, il tradimento della legge annuale sulla concorrenza, adottata in realtà una sola volta (nel 2017) in un decennio. O la decisione timbrata nella legge di bilancio 2019, che permette alle amministrazioni pubbliche l'affidamento degli appalti senza gara fino a 150 mila euro (prima erano 40 mila). Ma allo Stato spetta inoltre una funzione educativa, uno sprone alla cultura dei doveri. Verso i contemporanei così come verso i posteri. Lo diceva già Santi Romano, in uno scritto del 1909: lo Stato deve curarsi delle generazioni future, non soltanto di quelle presenti. Tutto il contrario delle manovre finanziate in deficit, con una cambiale.
E a proposito dei doveri, de Bortoli propone due urgenze educative per la nostra scuola: la memoria, la legalità. Quest'ultimo appello è stato raccolto ai primi di maggio dalla Camera, con nessun voto contrario: torna l'educazione civica come materia obbligatoria, 33 ore l'anno. La storia, viceversa, esce ridimensionata dalle decisioni del ministro Bussetti, derubricata, degradata. Evidentemente la politica italiana è in bianco e nero, come la società italiana.