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Il mondo così vicino della vecchiaia

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In "Tempo curvo a Krems" Claudio Magris è impegnato a ricostruire uno sfuggente passato: ricordi fra luce e ombra, figure femminili Trieste. E i numi tutelari: Goethe, Mann, il "Doktor Faustus" e Svevo
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Parlare dell'ultimo libro di Claudio Magris, Tempo curvo a Krems (Garzanti), che raccoglie cinque brevi racconti, è come scalare una montagna altissima con un semplice punteruolo. Ma forse no, non è così. Anzi: decisamente no. E la spiegazione non è neanche troppo complicata e difficile. Il fatto è che, sopra una certa altezza, il liquido seminale circola irresistibilmente nello stesso modo e nella stessa misura sia negli organismi grandi sia in quelli piccoli. A partire dai piccoli si può arrivare ai grandi; e, ovviamente, anche viceversa. Da questo punto di vista proprio i racconti di Tempo curvo a Krems, invece di rappresentare un ostacolo, si prestano straordinariamente alla dimostrazione: al tempo stesso con quella germinazione di punti assolutamente nuovi, che scaturiscono dall'inesorabile scorrere del tempo, e che l'autore consegna anch'essi, da una parte, al probabile per quanto incerto futuro, e, dall'altra, a una …
Parlare dell'ultimo libro di Claudio Magris, Tempo curvo a Krems (Garzanti), che raccoglie cinque brevi racconti, è come scalare una montagna altissima con un semplice punteruolo. Ma forse no, non è così. Anzi: decisamente no. E la spiegazione non è neanche troppo complicata e difficile. Il fatto è che, sopra una certa altezza, il liquido seminale circola irresistibilmente nello stesso modo e nella stessa misura sia negli organismi grandi sia in quelli piccoli. A partire dai piccoli si può arrivare ai grandi; e, ovviamente, anche viceversa. Da questo punto di vista proprio i racconti di Tempo curvo a Krems, invece di rappresentare un ostacolo, si prestano straordinariamente alla dimostrazione: al tempo stesso con quella germinazione di punti assolutamente nuovi, che scaturiscono dall'inesorabile scorrere del tempo, e che l'autore consegna anch'essi, da una parte, al probabile per quanto incerto futuro, e, dall'altra, a una rilettura sia pure parzialmente diversa, ma diversa, del ricchissimo passato. Vediamo.

Nell'invenzione di Magris, com'è ben noto, scrittura saggistica, interpretativa, e scrittura letteraria, creativa, si affiancano e si sostengono, io direi, fin dall'inizio. Ma da un certo momento in poi (Microcosmi, forse, 1997) la distinzione diventa sempre più arbitraria, le due scritture tendono a fondersi e ad agire insieme. Creando il racconto, Magris interpreta il mondo; interpretando il mondo, crea il racconto.

Si pensi, per cominciare, al primo racconto, appunto, di Microcosmi, Caffè San Marco: il locale triestino, dove da decenni Magris prende il caffè, legge il giornale, legge libri, scrive i suoi libri. Descrivendo quella situazione, più ricca di quanto si possa immaginare di personaggi, situazioni ed eventi, anche in termini di estrema fedeltà al contesto, Magris interpreta un mondo, lo fa uscire dall'ombra, gli attribuisce una consistenza inconfondibile e inaspettata, e alla fine riconoscibilissima.

I racconti di Tempo curvo a Krems appartengono ormai stabilmente a questa sfera. Sotto tutti i cinque corrono, come un asse portante assolutamente decisivo, la situazione, l'essenza, lo sguardo della vecchiezza. Autobiografia? Forse sì, ma questo in un certo senso non importa, o importa poco. Importa che, affidandosi alla natura sostanzialmente retrospettiva di questo sguardo Magris si sforzi, tenti di ricostruire contemporaneamente sia il mondo che c'era, sia il mondo che c'è, lontani le mille miglia, e pure vicinissimi e in un certo senso solidali nel cuore di chi sia sollecitato dalla sua stessa esistenza a viverli l'uno accanto all'altro, a viverli l'uno insieme con l'altro.

Nell'orbita baluginante della vecchiezza incombente c'è tuttavia sempre un occhio femminile che guarda e viene a sua volta guardato da lontano. Il tema è centrale nel racconto che dà il titolo a tutto il libro, Tempo curvo a Krems: ed anzi è quello che più esattamente determina la curvatura del tempo intorno allo sguardo del protagonista che cerca di ricostruire uno sfuggente passato.

C'è una ragazza laggiù su quel lontano sfondo, una classe liceale ormai imprendibile, la bellissima Nori: il protagonista l'ha conosciuta e lei l'ha conosciuto, oppure no? Ma forse tutto dipende da quella curvatura del tempo che a un certo punto si forma fra noi e il nostro passato, e determina le possibilità e i contenuti della nostra conoscenza: significativamente, alla fine, il protagonista non può non concludere che, riacquistata "la massa", ossia la dimensione del proprio essere nonostante tutto ancora attivo e vitale, e perciò "ritrasportato dal cono di luce a quello d'ombra, Nori, adesso, non s'è mai accorta di me...".

La conoscenza, dunque, e il ricordo, che ne è parte, coincidono talvolta piuttosto con l'assenza della conoscenza e la fuga dei ricordi... E l'ombra risulta alla fine essere più veritiera della luce. Tutto ciò ci conduce all'ultimo racconto, bellissimo, Eterno giorno - Val Rosandra. Un quartetto di giovanissimi, tre ragazzi e una ragazza, provenienti da "un lontano liceo italianissimo della Trieste austriaca", compiono una gita in quella valle a pochi chilometri da Trieste, prima che inizi la prima guerra mondiale, e rompa e disperda tutto, anche la memoria. I maschi sono innamorati tutti e tre della fanciulla, lei di nessuno, oppure, volubilmente, di ognuno dei tre. Uno dei tre amici scrive un romanzo su quella storia; un altro si uccide; la fanciulla esce per sempre di scena; il quarto, assistendo a un'improbabile ricostruzione televisiva dell'episodio, lo rievoca nella sua mente e per noi, dall'alto o, più probabilmente, dalla crescente profondità di una vita a questo punto integralmente vissuta.

Le conclusioni oramai non ci sono né ignote né incomprensibili. Infatti, per il protagonista, "tutto sommato meglio stare al Caffè che nella Storia"; perché, - e questo anche noi ormai dovremmo capirlo perfettamente, - a lui "non gli spiace vivere nell'irrealtà", dal momento che, come abbiamo visto, vivere nella realtà non è né possibile né utile.

Insomma, raccontando, - e io, beninteso, non voglio togliere nulla alla forza autonoma ed esemplare di questo peculiare esperimento narrativo, - Magris giudica, valuta, in una certa misura sistema il mondo. Impossibile non richiamare in conclusione il costante richiamo che in questi racconti, - come in altri luoghi, s'intende, - Magris fa ai numi tutelari della sua formazione e della sua fede letteraria: Goethe, Mann, il Doktor Faustus, Kafka... e, naturalmente, Svevo: "Ero dunque Il vecchione di Svevo, che raggiunge solo tanti anni dopo una ragazza intravista una sera...": a specificazione di uno dei principi più importanti dei suoi racconti: "Forse il Danubio nei pressi di Krems era l'Oceano che stringe in cerchio il mondo...". Siccome sono anch'io modestamente un cultore del vecchione e della bella fanciulla, osserverò che il fatto che Magris richiami la "coppia" anche in altri luoghi della sua opera (per esempio, nella prima pagina per intero del suo Itaca e oltre, un altro dei suoi libri fondamentali), ci aiuta a renderci conto di quale sia lo sterminato universo di relazioni che regge e stringe insieme la ricerca che io qui ho cercato d'illustrare e sintetizzare.