Gipi, confessioni di un insoddisfatto geniale
Gianluca Monastra , di GIANLUCA MONASTRAAlla vigilia di una grande mostra nella “sua” Pisa, incontro con il maestro del graphic novel, che si racconta tra arte e ricordi. Anche dolorosi
ROMA. Gipi ha la febbre e le medicine sono finite. Ha mobilitato gli amici tra Roma e Parigi, lanciato appelli social, sollecitato spedizionieri bramando una dose dell'unica cosa che conta per lui, adesso: la carta.
"Ne avevo una scorta massiccia, ma negli ultimi giorni l'ho fulminata tutta" dice passando da una stanza all'altra della sua casa romana. Si tocca la tempia con un dito. "In testa mi è esplosa una storia e non avrò pace finché non sarà conclusa. Inizio alle sei di mattina e smetto alle nove di sera. Come posso andare avanti senza carta? Soffro come un cane".
Non è un momento qualsiasi per Gipi. Anche se, a pensarci bene, nella sua vita non ha mai avuto un momento qualsiasi. Poche settimane fa è morta sua madre e assisterla in ospedale, oltre a consumarlo emotivamente, gli ha spalancato una prospettiva narrativa dalla quale non vorrebbe uscire più. Come se non bastasse, a metà giugno t…
"Ne avevo una scorta massiccia, ma negli ultimi giorni l'ho fulminata tutta" dice passando da una stanza all'altra della sua casa romana. Si tocca la tempia con un dito. "In testa mi è esplosa una storia e non avrò pace finché non sarà conclusa. Inizio alle sei di mattina e smetto alle nove di sera. Come posso andare avanti senza carta? Soffro come un cane".
Non è un momento qualsiasi per Gipi. Anche se, a pensarci bene, nella sua vita non ha mai avuto un momento qualsiasi. Poche settimane fa è morta sua madre e assisterla in ospedale, oltre a consumarlo emotivamente, gli ha spalancato una prospettiva narrativa dalla quale non vorrebbe uscire più. Come se non bastasse, a metà giugno t…
ROMA. Gipi ha la febbre e le medicine sono finite. Ha mobilitato gli amici tra Roma e Parigi, lanciato appelli social, sollecitato spedizionieri bramando una dose dell'unica cosa che conta per lui, adesso: la carta.
"Ne avevo una scorta massiccia, ma negli ultimi giorni l'ho fulminata tutta" dice passando da una stanza all'altra della sua casa romana. Si tocca la tempia con un dito. "In testa mi è esplosa una storia e non avrò pace finché non sarà conclusa. Inizio alle sei di mattina e smetto alle nove di sera. Come posso andare avanti senza carta? Soffro come un cane".
Non è un momento qualsiasi per Gipi. Anche se, a pensarci bene, nella sua vita non ha mai avuto un momento qualsiasi. Poche settimane fa è morta sua madre e assisterla in ospedale, oltre a consumarlo emotivamente, gli ha spalancato una prospettiva narrativa dalla quale non vorrebbe uscire più. Come se non bastasse, a metà giugno tornerà a casa: una casa lasciata centinaia e centinaia di disegni fa per inseguire una passione, pace e tormento allo stesso tempo. L'arte, il racconto per figure, colori, forme e sentimenti.
Pisa lo aspetta. Il posto dove è nato e cresciuto gli dedica una prima grande mostra nello spazio espositivo più rappresentativo della città: Palazzo Blu, orgoglio pisano affacciato sui lungarni, che nei secoli ha ospitato dogi e nobili russi e, negli ultimi dieci anni, ha lanciato mostre di pittori di gran richiamo e artisti prestati alla letteratura. Warhol e Picasso, Mattotti e Paladino e dal 15 giugno (sino al 13 ottobre) lui: Gipi, il primo autore che sia mai stato in corsa al Premio Strega con un romanzo a fumetti (Unastoria, candidato nel 2014).
Un personaggio di un suo libro a un certo punto si dice: se un diciottenne si svegliasse di colpo una notte, si alzasse, e allo specchio si vedesse, per magia o maledizione, con la faccia dei suoi futuri cinquant'anni, morirebbe. Chissà cosa vedrà Gipi nei riflessi della memoria, lui che i cinquanta li ha già passati e i diciotto li ricorda esattamente lì, a ciondolare sui lungarni tra sigarette, noia e disgrazie di provincia, dentro locali dove i baristi bucavano i cucchiaini per non lasciarseli rubare dai tossici. "Sarà bello passeggiare nelle mie strade, anche se ho perso molti amici e mi porto addosso un'epatite cronica a ricordare le fragilità di quel tempo". In fondo, la nostalgia non gli piace. Preferisce la malinconia, lo aiuta a immaginare, dice.
Filtra il sole dalle finestre della casa sull'Ardeatina, a distanza di sicurezza dal Raccordo anulare. Nel giardino i suoi due cani si contendono una palla sgonfia. Il tavolo è un campo di battaglia di acquerelli, spugne, pennelli e matite disseminate come bastoncini lanciati per una partita a Shangai. Nella stanza accanto dominano due computer dallo schermo gigante e una chitarra per le tregue necessarie a non smarrirsi. "Che poi" dice, "uno studio vero e proprio non l'ho mai avuto. Qualche tempo fa è venuta la troupe per girare il mio film Il ragazzo più felice del mondo. Ho chiesto alla scenografa di allestirmi uno studio vero. Mi è piaciuto e l'ho lasciato così. Bello no?".
Lo sguardo indugia sulla parete accanto alla finestra, lì dove tra le vecchie Polaroid è appeso un articolo di giornale. Racconta di tre giovani arrestati tanto tempo fa nella campagna toscana, in mezzo a piante di canapa indiana sul greto dell'Arno. Sotto il titolo, le foto segnaletiche e i nomi nella didascalia. Quello in mezzo, Gian Alfonso Pacinotti, è un ragazzo che già sognava di vivere disegnando storie.
"Ero un ventenne, avevo appena mollato la famiglia borghese e un futuro nel negozio di ottica di mio padre, sul corso principale di Pisa. Vivevo per strada, in un mondo che non capivo, e passavo il tempo a fare tutto quello che non dovevo fare". In carcere rimase dieci giorni, in strada di più. "Alla fine, mi ha salvato l'amore per il racconto. Sin da piccolo ho sempre disegnato, come tutti i bambini, solo che io non ho mai smesso. Ma non rinnego niente, anzi, devo tutto ai vecchi errori. Quando descrivi un cazzotto sul viso, se l'hai preso è meglio. Conosci il dolore, il sapore del sangue tra i denti. L'esperienza ti allontana dalle emozioni standard. Succede per un cazzotto come per la solitudine, la disperazione, l'angoscia".
Oggi però molte cose sono cambiate, a cominciare da Pisa, a lungo feudo rosso inespugnabile, palestra di universitari comunisti come Mussi e D'Alema, dove la sinistra governava viziata dalle debolezze degli avversari. E invece, un anno fa, la Lega ha conquistato il Comune passando in un lustro dalle briciole dello 0,35 per cento al trionfo di un voto su quattro. La fine di un'epoca. L'inizio di un'altra storia con un sindaco leghista, Michele Conti, che vieta per ordinanza di sedersi in terra o sdraiarsi su una panchina, e un attore del Medico in famiglia - Andrea Buscemi, processato per stalking - nominato assessore alla cultura. "Quando mi ha chiamato Giorgio Bacci, il curatore della mostra, ho posto condizioni che credevo inaccettabili: non volevo il patrocinio del Comune, né interventi dell'assessore o altre comparsate di certa gente all'inaugurazione". E invece le condizioni sono state accettate, e la mostra è quasi pronta.
Gipi però ha altro a cui pensare. C'è una storia in sospeso da completare. Scambia messaggi al telefono con la moglie, chiede aggiornamenti agli amici sui blocchi di carta per gli acquerelli. Nell'attesa, dal computer controlla la scaletta della trama. Mancano pochi capitoli, come se dal mare scorgesse la costa senza avere il vento per raggiungerla. Rilegge a voce alta i testi delle tavole già finite, li recita animando volti e sentimenti riconoscibili. Si vede un uomo su una macchina nera diretto in clinica dalla madre morente, poi dei cosmonauti in trappola, i colori si alternano alle ombre. Il tipico modo di Gipi di confessarsi, passando da un pirata a uno psicologo, da una trincea di guerra a un orizzonte di cipressi.
Racconta: "Da due anni e mezzo stavo lavorando a un progetto di fantascienza. Ma non riuscivo a sentirlo mio fino in fondo. Mentre ero in ospedale, accanto a mia madre, mi è venuto in mente qualcosa di diverso, più intimo. Così sono ripartito da zero, senza fermarmi più... Credo sia un rifugio, la protezione da un dolore che non capisco perché con mia madre ho sempre avuto un rapporto complicato. La verità è che disegnare resta il mio metodo di riflessione. E poi avere una storia avviata mi dà equilibrio; la vita è talmente insensata che solo disegnare ciò che ho in testa mi concede l'illusione che non sia così".
Su Facebook qualcuno suggerisce nomi di negozi dove rifornirsi. Piste inutili, già battute. "Se penso ai social" sorride "mi viene in mente che nella vita ho smesso con le droghe senza alcun aiuto, ma non riesco a chiudere l'account Twitter. Sarà che, stando solo dalla mattina alla sera, ho bisogno di un canale esterno".
Finalmente arriva una telefonata. Hanno trovato la carta, grana fine, il blocco giusto. Sembra il ragazzo più felice del mondo, Gipi. "No, la felicità è un'altra cosa" confessa. "Legare il benessere al mondo immaginario è una dannazione per me e per chi mi sta accanto. Potessi cambiare tutto questo con la possibilità di star bene giocando a tennis... Credetemi, sono condannato all'insoddisfazione. Uno come me in punto di morte finirà per dire: non ho mai fatto un disegno come si deve".
Sul Venerdì del 31 maggio 2019
"Ne avevo una scorta massiccia, ma negli ultimi giorni l'ho fulminata tutta" dice passando da una stanza all'altra della sua casa romana. Si tocca la tempia con un dito. "In testa mi è esplosa una storia e non avrò pace finché non sarà conclusa. Inizio alle sei di mattina e smetto alle nove di sera. Come posso andare avanti senza carta? Soffro come un cane".
Non è un momento qualsiasi per Gipi. Anche se, a pensarci bene, nella sua vita non ha mai avuto un momento qualsiasi. Poche settimane fa è morta sua madre e assisterla in ospedale, oltre a consumarlo emotivamente, gli ha spalancato una prospettiva narrativa dalla quale non vorrebbe uscire più. Come se non bastasse, a metà giugno tornerà a casa: una casa lasciata centinaia e centinaia di disegni fa per inseguire una passione, pace e tormento allo stesso tempo. L'arte, il racconto per figure, colori, forme e sentimenti.
Pisa lo aspetta. Il posto dove è nato e cresciuto gli dedica una prima grande mostra nello spazio espositivo più rappresentativo della città: Palazzo Blu, orgoglio pisano affacciato sui lungarni, che nei secoli ha ospitato dogi e nobili russi e, negli ultimi dieci anni, ha lanciato mostre di pittori di gran richiamo e artisti prestati alla letteratura. Warhol e Picasso, Mattotti e Paladino e dal 15 giugno (sino al 13 ottobre) lui: Gipi, il primo autore che sia mai stato in corsa al Premio Strega con un romanzo a fumetti (Unastoria, candidato nel 2014).
Un personaggio di un suo libro a un certo punto si dice: se un diciottenne si svegliasse di colpo una notte, si alzasse, e allo specchio si vedesse, per magia o maledizione, con la faccia dei suoi futuri cinquant'anni, morirebbe. Chissà cosa vedrà Gipi nei riflessi della memoria, lui che i cinquanta li ha già passati e i diciotto li ricorda esattamente lì, a ciondolare sui lungarni tra sigarette, noia e disgrazie di provincia, dentro locali dove i baristi bucavano i cucchiaini per non lasciarseli rubare dai tossici. "Sarà bello passeggiare nelle mie strade, anche se ho perso molti amici e mi porto addosso un'epatite cronica a ricordare le fragilità di quel tempo". In fondo, la nostalgia non gli piace. Preferisce la malinconia, lo aiuta a immaginare, dice.
Filtra il sole dalle finestre della casa sull'Ardeatina, a distanza di sicurezza dal Raccordo anulare. Nel giardino i suoi due cani si contendono una palla sgonfia. Il tavolo è un campo di battaglia di acquerelli, spugne, pennelli e matite disseminate come bastoncini lanciati per una partita a Shangai. Nella stanza accanto dominano due computer dallo schermo gigante e una chitarra per le tregue necessarie a non smarrirsi. "Che poi" dice, "uno studio vero e proprio non l'ho mai avuto. Qualche tempo fa è venuta la troupe per girare il mio film Il ragazzo più felice del mondo. Ho chiesto alla scenografa di allestirmi uno studio vero. Mi è piaciuto e l'ho lasciato così. Bello no?".
Lo sguardo indugia sulla parete accanto alla finestra, lì dove tra le vecchie Polaroid è appeso un articolo di giornale. Racconta di tre giovani arrestati tanto tempo fa nella campagna toscana, in mezzo a piante di canapa indiana sul greto dell'Arno. Sotto il titolo, le foto segnaletiche e i nomi nella didascalia. Quello in mezzo, Gian Alfonso Pacinotti, è un ragazzo che già sognava di vivere disegnando storie.
"Ero un ventenne, avevo appena mollato la famiglia borghese e un futuro nel negozio di ottica di mio padre, sul corso principale di Pisa. Vivevo per strada, in un mondo che non capivo, e passavo il tempo a fare tutto quello che non dovevo fare". In carcere rimase dieci giorni, in strada di più. "Alla fine, mi ha salvato l'amore per il racconto. Sin da piccolo ho sempre disegnato, come tutti i bambini, solo che io non ho mai smesso. Ma non rinnego niente, anzi, devo tutto ai vecchi errori. Quando descrivi un cazzotto sul viso, se l'hai preso è meglio. Conosci il dolore, il sapore del sangue tra i denti. L'esperienza ti allontana dalle emozioni standard. Succede per un cazzotto come per la solitudine, la disperazione, l'angoscia".
Oggi però molte cose sono cambiate, a cominciare da Pisa, a lungo feudo rosso inespugnabile, palestra di universitari comunisti come Mussi e D'Alema, dove la sinistra governava viziata dalle debolezze degli avversari. E invece, un anno fa, la Lega ha conquistato il Comune passando in un lustro dalle briciole dello 0,35 per cento al trionfo di un voto su quattro. La fine di un'epoca. L'inizio di un'altra storia con un sindaco leghista, Michele Conti, che vieta per ordinanza di sedersi in terra o sdraiarsi su una panchina, e un attore del Medico in famiglia - Andrea Buscemi, processato per stalking - nominato assessore alla cultura. "Quando mi ha chiamato Giorgio Bacci, il curatore della mostra, ho posto condizioni che credevo inaccettabili: non volevo il patrocinio del Comune, né interventi dell'assessore o altre comparsate di certa gente all'inaugurazione". E invece le condizioni sono state accettate, e la mostra è quasi pronta.
Gipi però ha altro a cui pensare. C'è una storia in sospeso da completare. Scambia messaggi al telefono con la moglie, chiede aggiornamenti agli amici sui blocchi di carta per gli acquerelli. Nell'attesa, dal computer controlla la scaletta della trama. Mancano pochi capitoli, come se dal mare scorgesse la costa senza avere il vento per raggiungerla. Rilegge a voce alta i testi delle tavole già finite, li recita animando volti e sentimenti riconoscibili. Si vede un uomo su una macchina nera diretto in clinica dalla madre morente, poi dei cosmonauti in trappola, i colori si alternano alle ombre. Il tipico modo di Gipi di confessarsi, passando da un pirata a uno psicologo, da una trincea di guerra a un orizzonte di cipressi.
Racconta: "Da due anni e mezzo stavo lavorando a un progetto di fantascienza. Ma non riuscivo a sentirlo mio fino in fondo. Mentre ero in ospedale, accanto a mia madre, mi è venuto in mente qualcosa di diverso, più intimo. Così sono ripartito da zero, senza fermarmi più... Credo sia un rifugio, la protezione da un dolore che non capisco perché con mia madre ho sempre avuto un rapporto complicato. La verità è che disegnare resta il mio metodo di riflessione. E poi avere una storia avviata mi dà equilibrio; la vita è talmente insensata che solo disegnare ciò che ho in testa mi concede l'illusione che non sia così".
Su Facebook qualcuno suggerisce nomi di negozi dove rifornirsi. Piste inutili, già battute. "Se penso ai social" sorride "mi viene in mente che nella vita ho smesso con le droghe senza alcun aiuto, ma non riesco a chiudere l'account Twitter. Sarà che, stando solo dalla mattina alla sera, ho bisogno di un canale esterno".
Finalmente arriva una telefonata. Hanno trovato la carta, grana fine, il blocco giusto. Sembra il ragazzo più felice del mondo, Gipi. "No, la felicità è un'altra cosa" confessa. "Legare il benessere al mondo immaginario è una dannazione per me e per chi mi sta accanto. Potessi cambiare tutto questo con la possibilità di star bene giocando a tennis... Credetemi, sono condannato all'insoddisfazione. Uno come me in punto di morte finirà per dire: non ho mai fatto un disegno come si deve".
Sul Venerdì del 31 maggio 2019