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Lo scrittore e sceneggiatore Mario Puzo (1920-1999) nel febbraio 1979 in un supermercato a Malibu, California (Ron Galella/ Getty Images) 

I 50 anni del Padrino, la Mafia formato bestseller

Nel 1969 Mario Puzo creò don Vito Corleone. Un criminale spietato che però nel libro, e poi nei film, dispensa regole di vita, genera soprannomi, un gergo. Diventando un'icona
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New York, cinquanta anni fa. Mario Puzo aveva bisogno di soldi, subito. Modesto giornalista, aspirante scrittore, aveva grossi debiti di gioco con le bische di Cosa Nostra e non aveva voglia di finire con le gambe spezzate. Bob Evans, l'astro nascente della Paramount, lo ricevette per fare un piacere a un amico. Puzo gli allungò un manoscritto di cinquanta cartelle, l'inizio di un soggetto cinematografico, titolo provvisorio Mafia. Chiese un anticipo. Evans disse: "Diecimila dollari". Puzo, sconsolato: "Non si potrebbe fare 15 mila?". Si accordarono su 12.500. Evans buttò il manoscritto nel cassetto, ma qualche mese dopo Puzo si ripresentò con il progetto completo. Non si sarebbe chiamato Mafia perché il titolo creava un po' troppi problemi, ma The Godfather, Il Padrino. Questa volta Evans lo prese sul serio. Il libro lo pubblicò Putnam's con la straordinaria copertina di una mano che regge i fili di un burattino e…
New York, cinquanta anni fa. Mario Puzo aveva bisogno di soldi, subito. Modesto giornalista, aspirante scrittore, aveva grossi debiti di gioco con le bische di Cosa Nostra e non aveva voglia di finire con le gambe spezzate. Bob Evans, l'astro nascente della Paramount, lo ricevette per fare un piacere a un amico. Puzo gli allungò un manoscritto di cinquanta cartelle, l'inizio di un soggetto cinematografico, titolo provvisorio Mafia. Chiese un anticipo. Evans disse: "Diecimila dollari". Puzo, sconsolato: "Non si potrebbe fare 15 mila?". Si accordarono su 12.500. Evans buttò il manoscritto nel cassetto, ma qualche mese dopo Puzo si ripresentò con il progetto completo. Non si sarebbe chiamato Mafia perché il titolo creava un po' troppi problemi, ma The Godfather, Il Padrino. Questa volta Evans lo prese sul serio. Il libro lo pubblicò Putnam's con la straordinaria copertina di una mano che regge i fili di un burattino e divenne il bestseller dell'anno 1969. Paramount firmò a Puzo un assegno di centomila dollari. Centomila verdoni era più o meno di quanto era sotto.

Il più grande successo editoriale-cinematografico del Novecento, o perlomeno della sua seconda metà, nacque così, in un misto di sigari, debiti, sgarristi e biscazzieri. Oggi le esegesi del Padrino occupano migliaia di pagine online; Il Padrino ha generato cattedre universitarie, sociologia, mode, videogiochi, catene di pizzerie; il gergo dei gangster - it's not personal, it's business -   è diventato linguaggio istituzionale; il figlio non sveglissimo del presidente Donald Trump viene chiamato senza scandalo  "Fredo", dal nome del secondogenito debole e pasticcione di don Vito Corleone.

La storia raccontata da Puzo era reale e nello stesso tempo incredibile. Un immigrato arriva bambino poverissimo a New York da una Sicilia misteriosa e, nella sola prima generazione, diventa il re di una potentissima famiglia criminale. Armato di solidi valori arcaici, di molto coraggio e di buon senso - spara solo se non c'è  alternativa - si fa strada nella giungla del capitalismo americano di cui capisce subito il funzionamento, senza lasciarsi vincere dalla sua ipocrisia e immoralità; riuscirà suo figlio a continuare la dinastia che ha fondato? Il libro fu una bomba inaspettata: l'America di allora era un Paese in cui i padri mandavano i figli a morire in Vietnam e i valori patriarcali cominciavano a tremare. Puzo andò in libreria a competere con Philip Roth, che con il suo Lamento di Portnoy raccontava i turbamenti sessuali di un ragazzo ebreo oppresso dal padre. Il critico del New York Times paragonò i due protagonisti in lotta con la figura paterna: "Alexander Portnoy reagisce masturbandosi; Michael Corleone pianifica omicidi" e trovò più realistico il secondo. I Corleone affascinavano: protettivi, solidi, non ti lasciavano solo, senza contare il profumo delle salsicce cucinate da Clemenza. Era la famiglia che tutti avrebbero voluto avere, in una società in cui la famiglia si stava sfasciando.

Il Padrino - concorda anche l'autore: "Se avessi previsto questo successo, l'avrei scritto meglio" - non è letteratura; è storytelling, un genere cominciato con Omero, che raccontava le avventure di antichi re nelle taverne greche, poi cresciuto attraverso i fogli dei giornali, il cinema e ora le serie televisive. Le invenzioni di Puzo sono tante, ma due in particolare sono alla base del suo successo. Si descrive, nei particolari minimi, l'antropologia di un mondo sconosciuto; si costruisce una liturgia, un linguaggio, che si impone su quello ufficiale. All'epoca, in America, il "crimine organizzato" era ancora avvolto nel mistero;  arriva Puzo e spiega come funziona: i "consigliori", i "caporegime", "Cosa Nostra", i riti della vita famigliare, la catena di comando, il "territorio", che cos'è "l'offerta che non si può rifiutare", che cosa significa "siamo ai materassi", quanto costa un senatore, come fa Amerigo Bonasera a far sparire i cadaveri;  ma anche l'onore, l'amicizia, il coraggio.

La seconda grande invenzione di Mario Puzo è stata la nobilitazione del crimine. Vito Corleone, sia detto senza offesa, visto con gli occhi della legge è un ladro, un estorsore e un assassino. Ma nel libro, e poi nella saga cinematografica, diventa un principe nella città. Dispensa regole di vita - la fedeltà coniugale, i favori che si devono rendere, il tenersi stretti i nemici per poterli uccidere meglio - come se fossero le tavole della legge; è un po' padre, un po' Dio, Godfather appunto, per una massa di persone abituata a essere trattata e umiliata e chiamata terrona. Don Vito fornisce un'educazione, un galateo a un mondo che non ne aveva. E poi gli dà una storia, una genealogia, un album di famiglia. Trent'anni dopo Tony Soprano e i suoi amici cercheranno di essere all'altezza dei gangster di Puzo; i nostri Michele Greco ("il papa") e Stefano Bontate ("il principe") erano imitazioni di don Vito Corleone. Tommaso Buscetta ne è stato addirittura la reincarnazione; e secondo l'ex capo del Fbi, quel mondo sopravvive nella Trump Tower.

Già, ma come faceva Mario Puzo a saperla così lunga? Perché è così credibile don Vito Corleone, e con lui Marlon Brando? L'autore ha sempre detto di essersi ispirato alla figura di sua madre, che allevò, da sola, lui e i suoi fratelli nella New York più povera e malfamata; ma certo Mamma Puzo non conosceva i vizi del cantante Johnny Fontane (ispirato a Frank Sinatra), né le astuzie di Hyman Roth (Meyer Lansky, il capo del gangsterismo ebraico), o le debolezze di Frank Pentangeli (il primo pentito di Cosa Nostra, Joe Valachi). Più che alla mamma, Puzo, che descrive il decennio tra il 1945 e il 1955, doveva le sue informazioni al mondo che ruotava intorno a Il progresso italo-americano, giornale quotidiano in lingua italiana di New York, di proprietà dell'industriale Generoso Pope e del gangster Frank Costello, un'accoppiata che ebbe una notevole influenza ai tempi della guerra, dello sbarco in Sicilia e della successiva distribuzione dei fondi del piano Marshall.

Don Vito, secondo gli storici, è un misto dei personaggi che giravano intorno a quel mondo. Un po' Vito Genovese (che divenne l'assistente di campo del governatore dell'Italia liberata, Charles Poletti); un po' il famoso Lucky Luciano, che diresse dal carcere lo sbarco alleato. Ma Puzo fu anche preveggente: Corleone, allora una cittadina sconosciuta, sarebbe diventata la capitale della mafia e del grande traffico di eroina. Nel libro, don Vito Corleone si oppone a questo business, perché immorale; nella realtà questo non avvenne. Mario Puzo riscrisse un po' la storia, la rese un po' troppo romantica, ma lo fece senza malizia. Con la sua saga di immigrati contadini nella giungla d'asfalto si avvicinò al suo ideale: essere il Balzac del nuovo mondo. E quando incontrò il cinema, su richiesta del regista Francis Ford Coppola, accettò di buon grado di ingentilirla.

Dal film scompare un buon quarto del romanzo, fatto di lunghissime scene di sesso, stupri e perversioni, francamente troppo lunghe e intollerabili; Puzo, poi, non lasciò che Coppola si avventurasse nel rapporto che lega il Male assoluto - Luca Brasi, quello che "dorme coi pesci" - al Padrino. Accettò invece a malincuore che Michael ordinasse l'uccisione di suo fratello Fredo, voluta da Coppola. Ma in generale, la collaborazione tra i due fu fruttuosa, con tratti di genialità: le luci cupe, la colonna sonora, la recitazione migliorarono il libro e gli diedero una marcia in più. Secondo Coppola, Il Padrino non era un libro di mafia, ma "la vera storia del capitalismo americano".

La sceneggiatura  fu semplice: il libro era la più incredibile miniera di battute e dialoghi  che il cinema abbia mai avuto a disposizione.
La migliore battuta, quella dei cannoli, nel libro però non c'è. Come sapete, il caporegime Peter Clemenza uccide il traditore Paulie Gatto attirandolo in un tranello. Sono in macchina a Long Island, Clemenza si è fermato in pasticceria per comprare i cannoli che gli ha richiesto la moglie, e gli ordina di fermarsi perché deve pisciare. È il segnale convenuto. Il passeggero sul sedile posteriore (killer alla sua prima uscita) uccide Paulie, tre colpi. Clemenza torna abbottonandosi la bottega e borbotta: "Lascia la pistola, prendi i cannoli". La battuta non è farina di Mario Puzo; se la inventò lì per lì Richard Castellano, l'attore che interpretava Clemenza. Il quale, per altro, era il nipote di Big Paul Castellano, capo della famiglia Gambino e massimo importatore di eroina siciliana. In un eccesso di realismo, Big Paul venne ucciso, dieci anni dopo, in uno spettacolare omicidio davanti al ristorante Spark Steaks sulla 46ª, con modalità che ricordano l'attentato che subì Vito Corleone da parte di Virgil Sollozzo.

Gran libro davvero, Il Padrino. Ha cinquant'anni, ma invecchia bene. Ha raccontato la mafia, e la ragione vera del suo successo: mai dimenticare i cannoli da portare a casa, in famiglia.

Sul Venerdì del 7 giugno 2019