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Notte stellata di Vincent van Gogh (1889), al MoMA di New York 

Vincent che inseguiva le stelle

Nessuno è stato come Van Gogh. Nessuno ha dipinto tanto quanto lui. Il rapporto con il fratello Theo, con le donne e gli impressionisti. La schizofrenia, i colori. E una ricerca mai soddisfatta di assoluto
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Vincent van Gogh nacque il 30 marzo 1853 nel presbiterio di Zundert, un paesino di seimila abitanti, da Theodorus van Gogh, pastore calvinista. Non è stato soltanto uno dei massimi pittori dei tempi moderni, esaltato anche da Monet, ma uno scrittore, che possedeva una gamma verbale complicata e coloratissima. Scrisse (o ci rimangono) 821 lettere, per la maggior parte indirizzate al fratello Theodorus, detto Theo, di quattro anni minore di lui (l’edizione completa e illustrata di tutte le lettere fu curata per il Van Gogh Museum di Amsterdam da Leo Jansen, Hans Luijten e Nienke Bakker nel 2009, e messa in linea; una selezione italiana di tale edizione uscì da Donzelli nel 2013, con il titolo Scrivere la vita; ma diverse e parziali scelte sono uscite in Italia per Guanda, Silvana, Einaudi). Vincent e Theo avevano gli stessi capelli rossi, e gli stessi occhi azzurro pallido. Per tutta la vita Theo aiutò, consigliò, soccorse Vincent: forse ci fu un eccess…
Vincent van Gogh nacque il 30 marzo 1853 nel presbiterio di Zundert, un paesino di seimila abitanti, da Theodorus van Gogh, pastore calvinista. Non è stato soltanto uno dei massimi pittori dei tempi moderni, esaltato anche da Monet, ma uno scrittore, che possedeva una gamma verbale complicata e coloratissima. Scrisse (o ci rimangono) 821 lettere, per la maggior parte indirizzate al fratello Theodorus, detto Theo, di quattro anni minore di lui (l’edizione completa e illustrata di tutte le lettere fu curata per il Van Gogh Museum di Amsterdam da Leo Jansen, Hans Luijten e Nienke Bakker nel 2009, e messa in linea; una selezione italiana di tale edizione uscì da Donzelli nel 2013, con il titolo Scrivere la vita; ma diverse e parziali scelte sono uscite in Italia per Guanda, Silvana, Einaudi). Vincent e Theo avevano gli stessi capelli rossi, e gli stessi occhi azzurro pallido. Per tutta la vita Theo aiutò, consigliò, soccorse Vincent: forse ci fu un eccesso di protezione, che a volte offese l’umbratile, suscettibile, delicatissimo animo di Vincent. Era malato, anzi malatissimo. Probabilmente aveva una malattia terribile: la schizofrenia.

Van Gogh era ossessivamente religioso: divorato da tutto ciò che è trascendente e fiammeggiante: dal Vangelo, dall’Imitazione di Cristo, da Bossuet — da una religione insieme coltissima e plebea. Come un vero sacerdote predicò tra i minatori del Borinage. Lo slancio religioso si mescolò con un egualmente intenso desiderio erotico. Si fidanzò più volte: coltivò prostitute, sia per motivi erotici, sia per redimerle ed esserne redento. Forse gli uomini non esistevano; egli cercava di liberarsi dalla terra e dagli uomini, camminando la notte sulla spiaggia sotto la luna e fissando tutte le possibili stelle, le stelle reali e le stelle immaginarie, che gli sembravano zaffiri e diamanti.

Falliva sempre: perché in certo modo la pittura era qualcosa di ineffabile e di incomprensibile, che stava migliaia di miglia sopra il suo capo. Disprezzava la misura e l’equilibrio. Aveva bisogno di esagerazione e di eccesso: trovava insufficienti persino Monet e i grandi impressionisti; e si rivolgeva sempre più indietro, verso Rembrandt, Ruysdael, Michelangelo.

Il fratello Theo credeva nel suo genio: «se riuscirà nel suo lavoro, sarà un grand’uomo». Theo avrebbe continuato sempre a soccorrerlo: lo amava con una intensità dolorosa; ma nessuna forma d’amore riusciva a saziare il cuore lacerato di Vincent. Né religione, né pittura, né amore gli bastavano. Non sapeva cosa desiderare: solo le stelle in cielo calmavano la sua anima lacerata. Desiderava soltanto le stelle in cielo.

Nell’ottobre 1880 Vincent andò a Bruxelles — in una delle filiali della casa d’arte Goupil, dove uno zio mercante aveva tentato di inserirlo dal 1869 — prendendo alloggio in un alberghetto, come poi avrebbero fatto Joseph Roth e Emil Cioran. Faceva la fame. Nel 1881 si recò a Etten, dove si era trasferito il padre. Lesse Charlotte Brontë e si identificò con la sua famiglia. Cime tempestose di Emily Brontë stava sempre sullo sfondo della sua mente. Davanti a una donna amata e ai genitori di lei, espose la propria mano sulla fiamma di una lampada, e si bruciò — desiderando il fuoco sopra ogni cosa: il fuoco, sostanza dell’universo. Nel novembre 1881 cominciò a disegnare e a dipingere «moltissimo»: «devo potere esprimere attraverso il disegno e la pittura quello che ho dentro la mente e il cuore».

In quel tempo — spostandosi continuamente fra L’Aia, Nuenen, dove si erano trasferiti ora i genitori, Amsterdam, Anversa — vide e lesse Rembrandt, Shakespeare, Michelangelo, Delacroix, Victor Hugo, Ruysdael, e molto Balzac. Ammirò la Malinconia di Dürer. Rifiutava la vecchia teologia calvinista; e si innamorò di Shakespeare, in cui vedeva riflessa la propria enorme ricchezza spirituale. Avrebbe voluto sposare Cristina, la sua «povera, debole e maltrattata mogliettina». Ma la famiglia si oppose. Vincent era malinconico e irritabile, e il fratello non riusciva a placarlo.

Dopo la morte del padre, nel 1885, dipinse il suo primo cosiddetto capolavoro: I mangiatori di patate, che io non amo. Venne accusato di aver generato un figlio da una contadina (ma l’accusa era falsa). Ad Amsterdam ne visitò i musei, e il Rijksmuseum, dove ammirò specialmente i quadri di Rembrandt e di Frans Hals. Ad Anversa, dove non apprezzò Rubens, scoprì le stampe giapponesi.

Come pittore, cercò presto la più grandiosa esagerazione. Nulla gli bastava mai. Progettava continuamente quadri: «mescolo al rosso un verde, per avere un verde rossastro e un rosa verdino, ma fondendolo col bianco, ottengo rosa verdastro o verde rosato. Se vuoi — scrisse a Theo nel 1885 — aggiungendo del nero, otterrai un rosa verdastro o un verde rosato. Aggiungendo ancora del marrone, ottengo un verde marrone, o un marrone verdastro». Cercò l’influsso reciproco di due colori gemelli, del carminio sul vermiglio, di un viola rosato su un viola azzurro. Delacroix — notò — diceva che Veronese sapeva dipingere un nudo di donna bionda con un colore di fango, in modo tale, che la donna appariva bionda, bella e luminosa. «Dipingo il muschio bianco e grigio con un colore che è letteralmente fango, mentre nel quadro sembra luminoso». Sapeva che ci sono soltanto tre colori fondamentali: rosso, giallo e blu. E partendo da quelli, avrebbe cominciato a dipingere con colori complementari, mettendo a contrasto l’azzurro e l’arancio, il rosso e il verde, il giallo e il viola, il nero e il bianco, come faceva Delacroix.

Il 28 febbraio 1886 arrivò a Parigi, e si fermò a casa del fratello, restandovi per due anni. Theo gli fece conoscere Monet, Sisley, Pissarro, Degas, Renoir, Seurat, Signac, e Gauguin — questo pittore mediocre — con cui finirà per litigare violentemente. Dopo Manet e Whistler, Vincent si era innamorato delle stampe giapponesi, di cui adornò le pareti della sua stanza. Toulouse-Lautrec lo ritrasse in un bellissimo pastello. A casa di Theo, soffrì di insonnia e di allucinazioni. Theo scrisse: «La presenza di Vincent è quasi insopportabile... È come se in lui ci fossero due persone distinte: la prima tenera, sensibile, straordinariamente dotata: la seconda egoista, e dal cuore durissimo». Presto rifiutò la figura paterna di Theo, che gli forniva i colori.

Michelangelo gli sembrava ora un pittore di terz’ordine. Anche lui sognava un Lorenzo il Magnifico, come protettore. Ma nell’Europa di quel tempo non c’era nessun Lorenzo il Magnifico. Così, stanco della vita e del clima parigino, nel febbraio 1888 decise di partire per il Sud — alla ricerca dei colori accesi.

Si stabilì ad Arles, in Provenza — un luogo caro anche a Cézanne. Dormiva in un caffè. Cominciò a dipingere all’aria aperta sotto l’intenso, insopportabile calore del mezzogiorno. Dipingeva moltissimo, perché l’eccesso era la sua patria: frutteti, frutteti, frutteti, frutteti, sebbene amasse anche la sobrietà di Degas. Continuava a leggere Zola, e Germinal, che tuttavia gli assomiglia pochissimo. Gauguin — pittore tanto inferiore a lui — lo raggiunse nella “casa gialla” che Vincent aveva affittato, ma presto litigarono furiosamente. La notte del 23 dicembre 1888 Vincent si tagliò un orecchio (o il lobo di un orecchio) e lo regalò, fasciato nella carta di un giornale, a una prostituta. Per mesi sarebbe stato internato al manicomio di Saint-Rémy. Continuò a dipingere: decine di tele che sfioravano il nero-rosso; il terribile colore simbolico di cui parlavano i malati, come sapeva benissimo. Nelle lettere si accentuarono le tendenze suicide. Immaginò che il caldo del mezzogiorno lo sconvolgesse e lo distruggesse.

Il 16 maggio 1890 lasciò Saint-Rémy. Tornò a Parigi, e il 20 maggio raggiunse Auvers-sur-Oise, un luogo nel Nord non lontano, raccomandatogli da Pissarro, che lo giudicava «di una bellezza severa». Vi conobbe e amò il dottor Paul-Ferdinand Gachet, che lo ospitava a pranzo una volta alla settimana. Pensava continuamente alla natura. «C’è molto di cui essere grati alla natura; ma mi stanno venendo meno le forze: Sono alla fine». «Prima che gli occhi mi si chiudano per sempre, vedrò il raggio supremo, il rayon blanc». Scriveva a Theo: «La malinconia mi riprende spesso con grande violenza». Scriveva alla madre: «Coloro ai quali mi sono più affezionato, mai li ho visti altrimenti che come attraverso un fondo oscuro, come ombre». Cercava qualcosa che non conosceva, e che nessuno aveva ancora cercato di rappresentare. Cos’era, dunque il rayon blanc, di cui parlava tanto? Dove stava? Nell’estremo culmine dei cieli? Oppure nel Rodano, o nelle profondità del Mediterraneo, o al di sopra di tutte le cose, persino di Dio? Era la base e il fondamento del mondo? Il suo culmine? La sua vetta?

Come riconobbe Pissarro, Van Gogh diventava un pittore sempre più grande. Gli impressionisti erano quasi dimenticati; e molto da lontano si annunciava Picasso. Dipingeva per dodici ore di seguito, senza fermarsi mai. «Il mio pennello suona tra le mie dita come un archetto di violino». Diceva di percepire «le infinite varianti di una stessa famiglia di colori».

Tutto finì presto. Non aveva soldi. Si sentiva «paralizzato» o «super-paralizzato», sebbene continuasse a dipingere furiosamente quadri sempre più grandi. Restava la luce radiosa del Vangelo, del suo Vangelo. Per lui gli altri — anche la madre e Theo — erano soltanto ombre. Cercava di diventare povero nel Regno di Dio — come san Francesco o una mistica fiamminga. Sperava che il suo lavoro entrasse nel cuore del popolo. Ogni tanto veniva assalito da una atroce depressione.

Theo esaltava gli ultimi quadri del fratello: «Vi è in tutti una potenza di colore che non aveva ancora raggiunto». Pissarro pensava: «Van Gogh sarebbe impazzito o avrebbe superato tutti gli altri pittori: ma non immaginavo che avrebbe fatto entrambe le cose». Van Gogh ripeteva: «Nel mio lavoro rischio la vita, e la mia ragione si è per metà consumata». Era alla fine: alla fine della fine. Il 27 luglio 1890 cominciò a preparare il suicidio. Lo stesso giorno, uscito nel pomeriggio per lavorare all’aperto, rincasò alla sera, dicendo di essersi sparato una revolverata. Il dottor Gachet, che lo medicò, venne accolto da Vincent con queste parole: «L’ho fatto per il bene di tutti. Ho mancato il colpo ancora una volta». Il 29 luglio 1890, poco dopo l’una di notte, Vincent morì. Le rane gracidavano. Il 30 luglio, sotto un sole implacabile, il corpo di Vincent van Gogh venne sepolto nel fango. Theo, che l’aveva tanto amato, morì in una clinica a Utrecht il 25 gennaio 1891, dopo avere trascorso le ultime settimane in una condizione di assoluta apatia.