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Colson Whitehead: è nato a New York nel 1969 (Simone Padovani/ Awakening/ Getty Images) 

Colson Whitehead: anch'io ho un sogno

"La fine del razzismo? Forse la vedranno i miei figli. A me basterebbe una persona perbene alla Casa Bianca". Intervista allo scrittore (nero) più premiato d'America  
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MILANO. Sulla sua copertina Time magazine lo ha proclamato "il narratore dell'America" con una fotografia che lo rende vagamente simile a Bob Marley. E Time è avara in riconoscimenti: un'altra copertina la ebbe Jonathan Franzen, per Le correzioni, ma era dieci anni fa. È il primo scrittore nero - dopo una donna, la premio Nobel Toni Morrison - a ricevere questo trattamento, segno che ormai è diventato una star. Lo incontriamo mentre è in giro per il mondo - Europa, Cina, Australia, America Latina - a leggere brani dei suoi libri, a raccontare come sono nati, che cosa vogliono comunicare, a folle di persone affascinate dai suoi adolescenti che fuggono verso la libertà.

Si chiama Colson Whitehead, ha cinquant'anni, ma per come entra in una stanza sembra che ne abbia la metà. Molto alto, molto snello, con i dreadlocks che gli scendono ordinati fino sulle spalle, jeans, stivaletti di pelle e una maglietta a righe sottili bia…
MILANO. Sulla sua copertina Time magazine lo ha proclamato "il narratore dell'America" con una fotografia che lo rende vagamente simile a Bob Marley. E Time è avara in riconoscimenti: un'altra copertina la ebbe Jonathan Franzen, per Le correzioni, ma era dieci anni fa. È il primo scrittore nero - dopo una donna, la premio Nobel Toni Morrison - a ricevere questo trattamento, segno che ormai è diventato una star. Lo incontriamo mentre è in giro per il mondo - Europa, Cina, Australia, America Latina - a leggere brani dei suoi libri, a raccontare come sono nati, che cosa vogliono comunicare, a folle di persone affascinate dai suoi adolescenti che fuggono verso la libertà.

Si chiama Colson Whitehead, ha cinquant'anni, ma per come entra in una stanza sembra che ne abbia la metà. Molto alto, molto snello, con i dreadlocks che gli scendono ordinati fino sulle spalle, jeans, stivaletti di pelle e una maglietta a righe sottili bianche e blu da studente; occhi allegri sotto occhiali dalla montatura chiara, un bel sorriso e una sperimentata professionalità nelle interviste. Per cui quando gli si chiede se pensa che i suoi libri cambieranno il mondo e aiuteranno a vincere il razzismo - perché è un po' questo il senso dei premi che continua a ricevere - subito risponde: "Non credo che vedrò la fine del razzismo nel corso della mia vita, forse i miei figli. Ma è anche vero che i libri aiutano, qualche volta, ad accelerare le cose. La capanna dello zio Tom sicuramente aprì gli occhi di molti, al Nord, sulla condizione degli schiavi del Sud. La giungla di Upton Sinclair fece conoscere come funzionano il capitalismo e i monopoli, La fattoria degli animali di Orwell ha formato generazioni di giovani contro le dittature...".

E La ferrovia sotterranea, il romanzo che a Whitehead ha dato la fama e il Pulitzer del 2017, qualche relazione con lo Zio Tom ce l'ha. Quel libro fu scritto da Harriet Beecher Stowe, una signora bianca figlia di un pastore calvinista, e divenne un bestseller: spingeva le persone di buoni sentimenti a "fare qualcosa" per alleviare le sofferenze degli schiavi. La leggenda vuole che l'autrice venne presentata a Abraham Lincoln e questi le disse, tra l'allegro e il pensieroso: "Dunque, lei è la piccola signora che ha iniziato questa grande guerra...". Era il 1862, la Guerra civile americana era appena cominciata e nessuno, di sicuro non Lincoln, sapeva come sarebbe andata a finire. Barack Obama, invece, ha dichiarato che La ferrovia sotterranea è il suo libro preferito, aggiungendo: "dà speranza".

Paralleli? Più di quanto si possa immaginare: il libro di Whitehead - un milione di copie - ha reso moderna una storia della schiavitù in America, rivelando universi sconosciuti e mitologici, un Game of Thrones dalla parte degli umili. È la storia dell'evasione da una piantagione in Florida di un'adolescente di nome Cora. L'impresa è difficilissima: raggiungere il Nord libero, ma ad aiutare Cora c'è appunto la Underground Railway, un sistema di reti, di contatti "sotterranei" che la guida verso la libertà.

La trovata di Whitehead è di giocare sul mito, su una tradizione orale fatta di storie raccontate di notte, secondo cui questa ferrovia sottoterra sarebbe davvero esistita, con i suoi binari, le sue stazioni, i suoi carri merci. Il romanzo la rende "vera" costruendo un viaggio pieno di insidie, di cacciatori di taglie, di delatori, di passeurs, di poliziotti, ognuno dei quali parla una lingua terribilmente moderna. "Credo" dice Whitehead, "che sia un tema universale: la speranza di riuscire a fuggire dalla propria condizione e che ci sia qualcosa, per esempio un ritrovato tecnologico, che possa aiutare. Forse un giorno in Europa si diffonderà il mito di una grande nave che viaggiava di notte e che salvava gli immigrati che tentavano di fuggire dall'Africa".

Al contrario del sogno che sempre animerà le notti degli schiavi, una sinistra costruzione sulla collina è l'incubo di Elwood Curtis, il protagonista del nuovo romanzo di Whitehead, I ragazzi della Nickel, appena uscito in Italia per Mondadori. L'edificio è il simbolo della violenza intima, silenziosa, accettata come naturale dal mondo dei bianchi.

I ragazzi della Nickel ha per ideale esergo i versi di Langston Hughes (1901-1967), il grande poeta afroamericano che è un punto di riferimento per Whitehead: "Che cosa succede a un sogno che non si realizza? Rinsecchisce, come un acino al sole? Puzza, come la carne marcia?...". Siamo nel 1963 in Florida, due ragazzi neri finiscono, per futili motivi, in un riformatorio dalla fama sinistra. Il sogno che non si realizzerà è quello di Martin Luther King, i diritti civili. Uno dei due ragazzi ci crede; l'altro è più cinico. La scuola-prigione dove andranno a finire è esistita veramente: funzionò per 117 anni e fu chiusa solo nel 2011 ("Si rende conto? Appena otto anni fa"), quando vennero scoperti, nelle sue terre, i resti di decine di cadaveri di ospiti del riformatorio uccisi.

"È una storia vera" dice Whitehead, "tutti sapevano che cosa succedeva in quella "scuola", eppure ha continuato a esistere per decenni. Il mio romanzo evoca un'epoca strana, quella in cui si ottennero i diritti civili, in cui c'era idealismo, c'erano persone che rischiavano la vita per la libertà degli altri, ma c'era anche una cappa di razzismo antico, quasi naturale, che impregnava tutto il paesaggio di una violenza e di un sadismo silenziosi". È il paesaggio eterno del Sud, la cui verità "è sotto la terra, nelle ossa piccole, di ragazzi neri, uccisi nel corso di un secolo, quelle ossa che solo adesso dei volenterosi medici legali hanno trovato sulla collina e stanno componendo per dare almeno degna sepoltura simbolica alle vittime. Insieme a quei ragazzi si ricompongono le migliaia di linciati, di bruciati, di fustigati... la storia degli afroamericani".

E ora? Lo scrittore non prevede una nuova guerra civile, in America, "forse perché c'è già". E mi cita, a riprova, tutti d'un fiato, i nomi delle vittime nere uccise dalla polizia ai posti di blocco, l'aumento degli omicidi a sfondo razziale, gli attacchi armati alle chiese e alle sinagoghe, le sfilate dei nazisti in Virginia. Gli chiedo un commento su quello che disse Toni Morrison all'epoca dell'elezione di Obama: "I miei fratelli neri non sanno quanto sarà terribile la vendetta dell'uomo bianco". Whitehead annuisce. "Sì, penso proprio che l'elezione di Obama abbia portato alla pazzia una parte della popolazione bianca, come se fosse diventata vera una paura sempre covata, mai passata. Trump ha colto quello stato d'animo, che peraltro lui condivide. C'era una parte d'America che, senza saperlo, inconsciamente lo aspettava. È un'America anziana, che ricorda i bei tempi in cui i neri non votavano, le donne stavano in casa e non parlavano, gli immigrati tenevano gli occhi bassi. È un'America eterna, che trova sempre il demagogo di turno. Per fortuna, questi demagoghi passano: e succederà anche con Trump".

Come si diventa "il narratore d'America"? Whitehead, naturalmente, non lo sa. "Forse bisogna essere stato un nerd" ride. Nato a Manhattan da genitori molto agiati (gli antenati erano schiavi in Virginia, riscattati, liberati e portati al Nord), Colson era un ragazzino che leggeva fumetti, fantascienza e Stephen King ("volevo diventare lo Stephen King nero"). Fu ammesso a Harvard e si laureò in letteratura ("ero uno studente diligente"), fece il giornalista al Village Voice e poi si dedicò seriamente a imparare il mestiere di scrittore. La sua prima prova letteraria non passò inosservata ai critici. Si chiamava L'intuizionista, un giallo ambientato tra i collaudatori di ascensori.

"A New York i certificati di collaudo sono visibili nelle cabine: cartoncini con date, firme, sigle di cui un profano non capisce niente. Ho cominciato a immaginarmi quel mondo: i collaudatori di ascensori, la loro gerarchia, il loro sindacato, le loro discussioni interne. Ho immaginato che avessero concezioni diverse sul perché, ogni tanto, gli ascensori precipitano. Ho collocato l'azione a New York negli anni Quaranta, quando a capo del sindacato viene nominata, per la prima volta una donna afroamericana, una "intuizionista" (lei è convinta che gli ascensori abbiano una propria vita), in aperto dissidio con gli "empiricisti", gente capace solo di mettere insieme dei numeri. Mi piaceva questo mondo, l'ascensore sociale, il simbolo della metropoli - io sono molto ispirato dalla vita delle città, e da New York in particolare - il passaggio rapido dal buio alla luce. Beh, poi la mia intuizionista si trova invischiata in brutto affare; se la caverà? Fu un critico a farmi il complimento più bello: 'Dopo aver letto questo libro, cambierà il vostro modo di prendere l'ascensore'. Dunque, è vero che i libri possono cambiare la realtà!".

Whitehead ride. Poi continua: "Però, davvero scrivere quel libro mi è servito molto. Una trama, un paesaggio, un ritmo, fantasie. Il mio  modello resta Cent'anni di solitudine. García Márquez è il re della fantasia, costruisce un ambiente e ci mette dentro dei personaggi eroici e fragili in cui ognuno può riconoscersi, gioca col tempo, affronta i grandi temi, l'ingiustizia sociale, la voglia di libertà. Ma poi" ride di nuovo "prima della Ferrovia mi sono anche fatto le ossa scrivendo gialli ambientati tra i giocatori di poker o gli zombie!".

Ora dovrei chiedergli se i premi e i riconoscimenti lo hanno cambiato, ma evito la risposta ovvia. Whitehead si dice contento perché nel modo di raccontare la storia degli afroamericani circola una "nuova energia", e molti luoghi comuni vengono superati: è il caso, dice, del numero speciale del New York Times dedicato alla rilettura della schiavitù in America. "Si chiama 1619, come l'anno nel quale i primi schiavi arrivarono in America, quindi ben prima della dichiarazione di indipendenza. È un vero e proprio libro di storia, è stato diffuso in tutte le scuole, un fatto eccezionale! È il segno che qualcosa sta cambiando, ai miei tempi non sarebbe mai successo".

Da dove trae ispirazione? "Dal passato, dall'archeologia urbana, dai ricordi del mondo industriale. Il mio prossimo libro sarà un giallo ambientato nella Harlem degli anni 60". Che cosa immagina per il futuro dell'America? "Getto la spugna, manco di immaginazione. Non avevo previsto né un presidente nero, né un presidente suprematista bianco". Che cosa le fa più paura? "Una volta le avrei detto: vedere una macchina della polizia che mi affianca mentre cammino su un marciapede; oggi le dico: vedermi rifugiato su un cocuzzolo del Colorado mentre tutto sotto è allegato dagli oceani che si sono mangiati l'America. Ma siccome sono fondamentalmente un devoto della speranza, ho due obiettivi che vorrei vedere realizzati: la fine delle emissioni di anidride carbonica e una persona per bene alla Casa Bianca".

Resta l'eterna domanda: che fine fanno i sogni che non si realizzano?

Sul Venerdì del 25 ottobre 2019