✕
 Liliana Segre ragazza con la famiglia 

Accuse in Parlamento e insulti, l’amarezza di Liliana Segre nell’Italia che perde la memoria

Ascolta l'audio

È sopravvissuta ad Auschwitz, dove ha visto uccidere padre e nonni. Adesso si sveglia in un mondo alla rovescia
2 minuti di lettura
Silenzio, per favore. Per un giorno, forse due, si stacca la spina. Al telefono risponde il maresciallo Palmieri, con l'accento sincero di chi vuole proteggere: mi dispiace, ma oggi la senatrice Segre non parla. Si conoscono da tempo con il maresciallo, insieme hanno lavorato sulle carte d'archivio, e ora sarà il militare napoletano a tutelarne l'incolumità nelle occasioni pubbliche. La proposta di protezione era stata avanzata dalla Prefettura già nel periodo scorso, ma solo ora Segre s'è decisa ad accettare. Appare superfluo chiedersi perché. Non bastano i duecento insulti al giorno, gli attacchi degli odiatori seriali? E ora ci si mette anche la beffa inscenata da una destra irresponsabile contro l'ignara nonnetta che si lascia strumentalizzare dalla sinistra. Ce n'è abbastanza per sentirsi più esposti. 

L'ex bambina di Auschwitz vuole fermare il mondo, almeno per qualche secondo. Talmente delusa e s…
Silenzio, per favore. Per un giorno, forse due, si stacca la spina. Al telefono risponde il maresciallo Palmieri, con l'accento sincero di chi vuole proteggere: mi dispiace, ma oggi la senatrice Segre non parla. Si conoscono da tempo con il maresciallo, insieme hanno lavorato sulle carte d'archivio, e ora sarà il militare napoletano a tutelarne l'incolumità nelle occasioni pubbliche. La proposta di protezione era stata avanzata dalla Prefettura già nel periodo scorso, ma solo ora Segre s'è decisa ad accettare. Appare superfluo chiedersi perché. Non bastano i duecento insulti al giorno, gli attacchi degli odiatori seriali? E ora ci si mette anche la beffa inscenata da una destra irresponsabile contro l'ignara nonnetta che si lascia strumentalizzare dalla sinistra. Ce n'è abbastanza per sentirsi più esposti. 

L'ex bambina di Auschwitz vuole fermare il mondo, almeno per qualche secondo. Talmente delusa e stupefatta da fare un passo indietro anche rispetto alla presidenza della commissione contro l'odio e il razzismo. La decisione ancora non è stata presa, ma la tentazione è forte. I suoi collaboratori cercano di dissuaderla perché è in gioco l'istituzione dell'organismo parlamentare, totalmente identificato nella sua persona. Lei si è presa qualche giorno per rifletterci sopra. Ma questa volta Liliana è davvero provata, come di chi all'improvviso si sveglia in un mondo alla rovescia, dove le vittime diventano carnefici e i leader preferiti dai neofascisti possono dare lezione di morale. Sopravvissuta a tutto - alla cacciata da scuola, all'inferno di Auschwitz, alla marcia della morte, allo spettacolo indecente di padre e nonni inceneriti - sopravvissuta al peggiore dei totalitarismi, le è toccato in sorte di venire accusata in Parlamento di essere a capo di un organismo poliziesco degno di un incubo orwelliano. Sì, Orwell, il suo autore prediletto, lo scrittore che porta nelle scuole per far capire ai ragazzi cos'è il mostro totalitario. Salvini l'ha citato, ma contro di lei. Possibile? Per lei la commissione era dettata solo da un'urgenza civile ed etica contro l'ondata crescente di razzismo. Inimmaginabile l'astensione dell'intera destra parlamentare. Come è inimmaginabile astenersi da un dovere di coscienza. 

Non si capacita, Liliana Segre. Stenta a trovare un senso nella deriva di un paese che anche nel voto del consiglio regionale della Lombardia ha ribadito il no a una commissione contro l'intolleranza. Poi lo striscione di Forza Nuova, e i ripetuti sfregi antisemiti: sapeva di qualche messaggio, ma che fossero oltre duecento al giorno l'ha appreso leggendo Repubblica. Lei reagisce con la sapienza antica di chi è cresciuta sul Talmud, talvolta con lo scudo arguto dell'ironia, ma le ferite restano, anche se ben dissimulate. 

Ora basta, cinque minuti di pausa. La solitudine è una cicatrice che non passa. E Liliana Segre ha raccontato tante volte che dal lager non si guarisce mai del tutto. Si rimane soli intimamente, sempre. Chissà quanta solitudine proverà oggi l'ex deportata in un paese che la costringe a festeggiare i novant'anni sotto scorta. Ma c'è un'altra Italia che riconosce in lei un simbolo di forza civile e dignità. Speriamo che almeno questa le sia di conforto.