Emanuele Severino, il maestro della Gioia
Antonio Gnoli , di ANTONIO GNOLIPensatore radicale, estremo, ha centrato la sua visione su un mondo di verità in cui, oltre gli errori dell’Occidente e della religione, tutte le contraddizioni si sciolgono. Dandogli un nome che in noi evoca allegria, ma che per lui è sinonimo di eternità
Emanuele Severino è morto il 17 gennaio, dopo sei mesi di malattia, anche se la sua scomparsa è stata comunicata solo ieri, a funerali avvenuti, come era nelle volontà del filosofo, in forma strettamente privata.
Ora che non c'è più e che ci mancherà per tutte le cose che ha saputo trasmettere, credo si possa dire che non ha avuto eredi, ma solo imitatori. Lo sostengo senza polemiche. Ma le persone che gli sono state vicine, quasi tutte solerti, credo fossero ormai dei ripetitori. I migliori - Umberto Galimberti, Salvatore Natoli, Massimo Donà (per citare qualche nome) - si sono allontanati in tempo. Sapevano perfettamente che quel pensiero così duro, massiccio e inscalfibile, si poteva solo adottare non interpretare o far crescere.
Dal 1958 - l'anno in cui comparve La struttura originaria - fino ai suoi lavori filosofici più recenti (Dike, Gioia, Testimoniando il destino, tutti editi da Adelphi) Severino ha perco…
Ora che non c'è più e che ci mancherà per tutte le cose che ha saputo trasmettere, credo si possa dire che non ha avuto eredi, ma solo imitatori. Lo sostengo senza polemiche. Ma le persone che gli sono state vicine, quasi tutte solerti, credo fossero ormai dei ripetitori. I migliori - Umberto Galimberti, Salvatore Natoli, Massimo Donà (per citare qualche nome) - si sono allontanati in tempo. Sapevano perfettamente che quel pensiero così duro, massiccio e inscalfibile, si poteva solo adottare non interpretare o far crescere.
Dal 1958 - l'anno in cui comparve La struttura originaria - fino ai suoi lavori filosofici più recenti (Dike, Gioia, Testimoniando il destino, tutti editi da Adelphi) Severino ha perco…
Emanuele Severino è morto il 17 gennaio, dopo sei mesi di malattia, anche se la sua scomparsa è stata comunicata solo ieri, a funerali avvenuti, come era nelle volontà del filosofo, in forma strettamente privata.
Ora che non c'è più e che ci mancherà per tutte le cose che ha saputo trasmettere, credo si possa dire che non ha avuto eredi, ma solo imitatori. Lo sostengo senza polemiche. Ma le persone che gli sono state vicine, quasi tutte solerti, credo fossero ormai dei ripetitori. I migliori - Umberto Galimberti, Salvatore Natoli, Massimo Donà (per citare qualche nome) - si sono allontanati in tempo. Sapevano perfettamente che quel pensiero così duro, massiccio e inscalfibile, si poteva solo adottare non interpretare o far crescere.
Dal 1958 - l'anno in cui comparve La struttura originaria - fino ai suoi lavori filosofici più recenti (Dike, Gioia, Testimoniando il destino, tutti editi da Adelphi) Severino ha percorso con grandissima autorevolezza alcuni temi che ricorrono nella sua filosofia. Dire "sua filosofia" non è esatto dal momento che la filosofia non poteva essere per lui una questione personale, un punto di vista sul mondo. Per questo esistono le conoscenze specialistiche. E allora come definire il sapere filosofico di cui ha mostrato l'affresco, il quadro d'insieme o, per dirla con una punta di enfasi, il destino stesso dell'Occidente?
Ai suoi occhi l'"Occidente" non andava ridotto a un precisa parte geografica del mondo cui contrapporne un'altra. L'Occidente è il luogo stesso in cui la verità è stata travisata: il luogo dell'errore ma altresì dell'errare.
Quella maniera di esprimersi non andava, tuttavia, ricondotta al pensare metafisico, responsabile di quel nichilismo che pure dice di combattere. Dai greci in poi il nichilismo ha attraversato l'intero pensiero occidentale. E nel dirlo, Severino radicalizzava un'analisi già presente in Nietzsche e in Heidegger. Il nichilismo, in altre parole, non è un'esperienza della modernità, non è una forma storica - o meglio lo è anche ma senza esaurirsi in essa - e non è neppure uno stile di vita (come credevano gli esistenzialisti). È qualcosa di più profondo che abita in ciò che Severino ha chiamato il "sottosuolo".
Si tratta di una efficace e inquietante metafora. I filosofi hanno spesso fatto uso di metafore. Si pensi al "mito della caverna" escogitato da Platone. Ma le metafore non sono ciò che si aggiunge alla spiegazione per meglio chiarire e comprendere il problema che si ha di fronte. La metafora è essa stessa parte del discorso. In quel sottosuolo severiniano sono riusciti a scendere in pochi. Sono coloro che - come Nietzsche, Leopardi, Dostoevskij, Heidegger e lo stesso Gentile - hanno guardato alla morte di Dio consapevoli che non fosse un episodio contingente, legato alla modernità, ossia alla presenza di quel relativismo di valori da cui ci sentiamo condizionati. Non si capirebbe la portata di quella morte se non la si vedesse già iscritta nelle premesse stesse della filosofia, del suo modo ostinato di pensare fin dall'inizio che le cose, gli essenti, escono dal nulla e ne rientrano. Questa era e continuava ad essere per Severino la follia dell'Occidente che ha investito tanto il pensiero greco quanto quello cristiano. Di qui le accese polemiche in seno all'università Cattolica di Milano, dove aveva insegnato e da cui fu allontanato per evidente incompatibilità con la dottrina della Chiesa.
Ma questa straordinaria riflessione sulla tecnica e la volontà di potenza, sull'apparire e sulla morte dove lo condusse? Se si fosse limitato a descrivere quanto abbiamo schematicamente riassunto sarebbe stato lui stesso un abitatore del sottosuolo. Come riemergerne allora? Si trattava di capire se all'uomo (espressione che a Severino avrebbe suscitato qualche raccapriccio) fosse riservato un diverso destino dalla follia cui l'Occidente lo aveva costretto. Ma quel destino non poteva dipendere dal fatto che l'umanità è buona o cattiva, non dipende da un'etica, né dunque dalla volontà o dalla decisione. Quell'approdo, quell'"oltre" particolarissimo (niente a che vedere con le promesse di un al di là) si configurò in Severino col nome di Gioia.
Non si tratta di una tonalità emotiva. La gioia, insomma, non è ciò che si prova di fronte a qualcosa di piacevole. Perché se così fosse quella stessa gioia sarebbe minacciata dal suo esatto contrario, l'angoscia. Gioia è per Severino il luogo in cui tutte le contraddizioni si sciolgono. Quel luogo è semplicemente ciò che noi siamo. Ossia la finitezza umana che non può non interpellare la morte. La quale - diversamente dal pensiero di Heidegger che vedeva nell'essere per la morte lo scuotimento dell'esserci e la sua angoscia, diversamente dal pensiero cristiano che attraverso la morte coglie l'occasione della rinascita, diversamente da coloro che riducono quell'evento al nulla - per Severino è il sopraggiungere degli eterni.
Ma ancora una volta occorre precisare: l'eterno qui non è quello del cristianesimo, non è la vita eterna cui aspira il religioso o il credente, non concepisce l'eterno come l'immobile bensì come immutabile. Qualcosa che non è fuori dal tempo ma lo attraversa. Il passato non è una stazione che ci lasciamo alle spalle ma ciò che nonostante tutto continua a essere presente.
Il suo pensiero, spogliato di ogni velleità personalistica, è stato di una radicalità estrema. Come se in lui convivessero due persone: il filosofo (lucidamente estraneo a ogni passione) e l'uomo (l'abitatore dell'occidente) che lotta contro il proprio demone ed è costretto a scegliere da quale parte stare. Difficile poter tenere insieme queste opposte tensioni.
Solo la musica, che pure ha composto e suonato, forse avrebbe potuto indicare una possibile conciliazione. Non è un caso che le sue ultime elaborazioni filosofiche sono sembrate molto musicali. Quando in uno dei nostri ultimi incontri gli feci notare che era un uomo diviso in due mi rispose: come Goethe ho due anime nel mio petto.
Ora che non c'è più e che ci mancherà per tutte le cose che ha saputo trasmettere, credo si possa dire che non ha avuto eredi, ma solo imitatori. Lo sostengo senza polemiche. Ma le persone che gli sono state vicine, quasi tutte solerti, credo fossero ormai dei ripetitori. I migliori - Umberto Galimberti, Salvatore Natoli, Massimo Donà (per citare qualche nome) - si sono allontanati in tempo. Sapevano perfettamente che quel pensiero così duro, massiccio e inscalfibile, si poteva solo adottare non interpretare o far crescere.
Dal 1958 - l'anno in cui comparve La struttura originaria - fino ai suoi lavori filosofici più recenti (Dike, Gioia, Testimoniando il destino, tutti editi da Adelphi) Severino ha percorso con grandissima autorevolezza alcuni temi che ricorrono nella sua filosofia. Dire "sua filosofia" non è esatto dal momento che la filosofia non poteva essere per lui una questione personale, un punto di vista sul mondo. Per questo esistono le conoscenze specialistiche. E allora come definire il sapere filosofico di cui ha mostrato l'affresco, il quadro d'insieme o, per dirla con una punta di enfasi, il destino stesso dell'Occidente?
Ai suoi occhi l'"Occidente" non andava ridotto a un precisa parte geografica del mondo cui contrapporne un'altra. L'Occidente è il luogo stesso in cui la verità è stata travisata: il luogo dell'errore ma altresì dell'errare.
Quella maniera di esprimersi non andava, tuttavia, ricondotta al pensare metafisico, responsabile di quel nichilismo che pure dice di combattere. Dai greci in poi il nichilismo ha attraversato l'intero pensiero occidentale. E nel dirlo, Severino radicalizzava un'analisi già presente in Nietzsche e in Heidegger. Il nichilismo, in altre parole, non è un'esperienza della modernità, non è una forma storica - o meglio lo è anche ma senza esaurirsi in essa - e non è neppure uno stile di vita (come credevano gli esistenzialisti). È qualcosa di più profondo che abita in ciò che Severino ha chiamato il "sottosuolo".
Si tratta di una efficace e inquietante metafora. I filosofi hanno spesso fatto uso di metafore. Si pensi al "mito della caverna" escogitato da Platone. Ma le metafore non sono ciò che si aggiunge alla spiegazione per meglio chiarire e comprendere il problema che si ha di fronte. La metafora è essa stessa parte del discorso. In quel sottosuolo severiniano sono riusciti a scendere in pochi. Sono coloro che - come Nietzsche, Leopardi, Dostoevskij, Heidegger e lo stesso Gentile - hanno guardato alla morte di Dio consapevoli che non fosse un episodio contingente, legato alla modernità, ossia alla presenza di quel relativismo di valori da cui ci sentiamo condizionati. Non si capirebbe la portata di quella morte se non la si vedesse già iscritta nelle premesse stesse della filosofia, del suo modo ostinato di pensare fin dall'inizio che le cose, gli essenti, escono dal nulla e ne rientrano. Questa era e continuava ad essere per Severino la follia dell'Occidente che ha investito tanto il pensiero greco quanto quello cristiano. Di qui le accese polemiche in seno all'università Cattolica di Milano, dove aveva insegnato e da cui fu allontanato per evidente incompatibilità con la dottrina della Chiesa.
Ma questa straordinaria riflessione sulla tecnica e la volontà di potenza, sull'apparire e sulla morte dove lo condusse? Se si fosse limitato a descrivere quanto abbiamo schematicamente riassunto sarebbe stato lui stesso un abitatore del sottosuolo. Come riemergerne allora? Si trattava di capire se all'uomo (espressione che a Severino avrebbe suscitato qualche raccapriccio) fosse riservato un diverso destino dalla follia cui l'Occidente lo aveva costretto. Ma quel destino non poteva dipendere dal fatto che l'umanità è buona o cattiva, non dipende da un'etica, né dunque dalla volontà o dalla decisione. Quell'approdo, quell'"oltre" particolarissimo (niente a che vedere con le promesse di un al di là) si configurò in Severino col nome di Gioia.
Non si tratta di una tonalità emotiva. La gioia, insomma, non è ciò che si prova di fronte a qualcosa di piacevole. Perché se così fosse quella stessa gioia sarebbe minacciata dal suo esatto contrario, l'angoscia. Gioia è per Severino il luogo in cui tutte le contraddizioni si sciolgono. Quel luogo è semplicemente ciò che noi siamo. Ossia la finitezza umana che non può non interpellare la morte. La quale - diversamente dal pensiero di Heidegger che vedeva nell'essere per la morte lo scuotimento dell'esserci e la sua angoscia, diversamente dal pensiero cristiano che attraverso la morte coglie l'occasione della rinascita, diversamente da coloro che riducono quell'evento al nulla - per Severino è il sopraggiungere degli eterni.
Ma ancora una volta occorre precisare: l'eterno qui non è quello del cristianesimo, non è la vita eterna cui aspira il religioso o il credente, non concepisce l'eterno come l'immobile bensì come immutabile. Qualcosa che non è fuori dal tempo ma lo attraversa. Il passato non è una stazione che ci lasciamo alle spalle ma ciò che nonostante tutto continua a essere presente.
Il suo pensiero, spogliato di ogni velleità personalistica, è stato di una radicalità estrema. Come se in lui convivessero due persone: il filosofo (lucidamente estraneo a ogni passione) e l'uomo (l'abitatore dell'occidente) che lotta contro il proprio demone ed è costretto a scegliere da quale parte stare. Difficile poter tenere insieme queste opposte tensioni.
Solo la musica, che pure ha composto e suonato, forse avrebbe potuto indicare una possibile conciliazione. Non è un caso che le sue ultime elaborazioni filosofiche sono sembrate molto musicali. Quando in uno dei nostri ultimi incontri gli feci notare che era un uomo diviso in due mi rispose: come Goethe ho due anime nel mio petto.