Mentre leggo Grand'Hotel Scalfari di Antonio Gnoli e Francesco Merlo, un libro che rivela in modo straordinario l'intelligenza, la passione e il divertimento di Scalfari - e con grande precisione ed eleganza la sua stessa voce - penso ancora alla ragione per cui Scalfari mi volle con sé nella sua grande impresa di Repubblica.
Sebbene me ne vergogni, devo confessare che, per tutta la mia lunga esistenza, ottant'anni che stanno pericolosamente diventando novanta, mi sono occupato di giornali: veri o finti giornali. Quando avevo dieci anni, ne componevo meticolosamente a mano uno, che portava il titolo di Il Piccolo Cervese, dove scrivevo e disegnavo le ultime due pagine del giornale, con avvenimenti pittoreschi e drammatici nei Mari del Sud, e imitazioni di Salgari. C'era la guerra, abitavo sulla costa ligure, tra Oneglia ed Alassio, in un paese che porta il nome (che amo) di Cervo, in una casa del diciassettesimo secolo, con affreschi liguri del Seicento, in una…
Sebbene me ne vergogni, devo confessare che, per tutta la mia lunga esistenza, ottant'anni che stanno pericolosamente diventando novanta, mi sono occupato di giornali: veri o finti giornali. Quando avevo dieci anni, ne componevo meticolosamente a mano uno, che portava il titolo di Il Piccolo Cervese, dove scrivevo e disegnavo le ultime due pagine del giornale, con avvenimenti pittoreschi e drammatici nei Mari del Sud, e imitazioni di Salgari. C'era la guerra, abitavo sulla costa ligure, tra Oneglia ed Alassio, in un paese che porta il nome (che amo) di Cervo, in una casa del diciassettesimo secolo, con affreschi liguri del Seicento, in una…
Mentre leggo Grand'Hotel Scalfari di Antonio Gnoli e Francesco Merlo, un libro che rivela in modo straordinario l'intelligenza, la passione e il divertimento di Scalfari - e con grande precisione ed eleganza la sua stessa voce - penso ancora alla ragione per cui Scalfari mi volle con sé nella sua grande impresa di Repubblica.
Sebbene me ne vergogni, devo confessare che, per tutta la mia lunga esistenza, ottant'anni che stanno pericolosamente diventando novanta, mi sono occupato di giornali: veri o finti giornali. Quando avevo dieci anni, ne componevo meticolosamente a mano uno, che portava il titolo di Il Piccolo Cervese, dove scrivevo e disegnavo le ultime due pagine del giornale, con avvenimenti pittoreschi e drammatici nei Mari del Sud, e imitazioni di Salgari. C'era la guerra, abitavo sulla costa ligure, tra Oneglia ed Alassio, in un paese che porta il nome (che amo) di Cervo, in una casa del diciassettesimo secolo, con affreschi liguri del Seicento, in una soffitta piena di libri: qualcuno vi aveva nascosto i quarantaquattro volumi della Storia naturale di Buffon e la Nouvelle Eloïse e le Fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau, così care a Giacomo Leopardi, e tutti i fascicoli della rivista Emporium, pubblicati verso l'inizio del secolo scorso. Ma anche letture e pitture pornografiche del diciottesimo secolo (tranne Sade) amatissime da mia nonna, che aveva una profonda e onesta passione per tutto ciò che era o sembrava osceno od oscenissimo.
La mia storia di giornalista continuò. A Roma, nel dopoguerra, uno strano personaggio, che si chiamava Vittorio Calef e si faceva chiamare Vito Falce, inaugurò un settimanale. Era Il Punto. Pasolini vi esaminava i poeti del tempo: in quegli anni scrisse un capolavoro, forse il suo libro migliore, L'usignolo della Chiesa cattolica, molto più tenero e fantastico delle noiosissime e moralissime Ceneri di Gramsci. Quanto a me, discorrevo piattamente di romanzi, tra i quali amavo due capolavori: Primavera di bellezza e Il partigiano Johnny, composti da quel grande scrittore che fu Beppe Fenoglio, il quale viveva ad Alba, dove mi invitava a pranzo con funghi incomparabili; e mandava nel suo inglese bizzarro e fantastico lettere commerciali in Inghilterra.
Abbandonai Il Punto. Quelle due persone incantevoli, che furono Italo Pietra e soprattutto il dolcissimo Paolo Murialdi, mi invitarono a scrivere su Il Giorno: un mercoledì, Alberto Arbasino discorreva di teatro, di spettacoli, di cinema, e di deliziose futilità: mentre io, il mercoledì successivo, discorrevo, con grazia molto minore, di romanzi, spesso con atroce ferocia. Uccisi, almeno a parole, Mario Tobino, Vasco Pratolini, il presuntuosissimo Cesare Garboli, e molti altri. Scrissi per qualche tempo per Il Corriere della Sera, sotto l'egida di Ugo Stille e di Piero Ottone, e soprattutto, di Giulia Maria Mozzoni Crespi.
Raccontai in alcune puntate la vita di Alessandro Manzoni, di padre incerto e di madre certissima: essa suscitò uno scandalo, perché insistevo sui rapporti quasi incestuosi tra l'autore dei Promessi sposi e la madre. Giulia Beccaria, la madre, aveva avuto un amante famoso, Imbonati, e poi, in preda a un assalto di bigottismo cattolico, aveva gettato fuori dalla tomba la sua salma, appena vestita, sui prati incontaminati della Brianza.
La mia irriverenza dovette piacere a Eugenio Scalfari, che aveva fondato prima l'Espresso, poi la Repubblica. Il successo del quotidiano fu immenso. Credo che il giornale sia arrivato a vendere un milione di copie al giorno, tra l'entusiasmo, lo stupore e la gioia dei giornalisti. Scalfari trovò eccellenti collaboratori. Su Repubblica scriveva testi deliziosi Italo Calvino, che a volte parlava anche di politica, sebbene con riluttanza e rancore. Quando Calvino morì all'improvviso, folgorato su un prato della Maremma, Scalfari mi invitò a prenderne il posto, sebbene il mio talento fosse infinitamente minore. Eravamo tutti liguri, di nascita o di adozione: Calvino e Scalfari di Sanremo, io di Alassio e Cervo, con padre e madre di Genova. Ma avevo anche un po' di sangue toscano e piemontese: per caso ero nato a Firenze, avevo vissuto a Torino, dove studiai molti anni in un istituto gesuitico, il Sociale; e Federico Fellini mi rimproverò sempre di essere un gesuita.
Gli anni passati accanto a Scalfari furono straordinari. Scrivevo molti articoli: su tutto, il possibile e l'impossibile, il vero ed il falso, e il press'a poco, che allora celebrava i suoi ultimi splendori. Accanto a me c'era Giuliano Briganti, che studiava il Manierismo, e frequentava Balthus, sebbene continuasse ad occuparsi di arte contemporanea, giorno per giorno, con grande passione e precisione. La sua morte fu, per me, un grandissimo dolore.
Il rapporto con Scalfari fu incomparabile: non avevo mai incontrato un direttore simile. Parlavamo di tutto. Io scrivevo articoli, e lui li commentava: lui scriveva articoli, e io li commentavo, con uno scambio piacevolissimo. Mi faceva obiezioni, e io gli facevo obiezioni. Era un rapporto pieno di fiducia, di confidenza, di dubbi e di discussioni e di inquietudini. Scalfari non fu mai scettico né paternalistico né aggressivo: era preciso, grave, scrupoloso.
Ora che sono passati tanti anni, comprendo sempre di più questo direttore così unico: la sua immaginazione, apertura, autenticità in ogni espressione, la varietà dei sentimenti, il senso delle grandezze, il loro riconoscimento, il coraggio di affrontare tutti i temi e tutte le persone, in alto come in basso, umilmente. Ma tenendo sempre lo sguardo al firmamento, come oggi nella sua amicizia con papa Francesco, con quel desiderio di rispecchiarsi in chi serve la verità, la bellezza: ciò che sembra religioso: e Scalfari si professa non credente.
Se è stato attratto dalla contemplazione, dalla filosofia, dalla poesia - vi si cimenta, come ha fatto nell'Ora del blu, e qui scrive: "ho sempre più bisogno di poesia" - vi pone lo stesso slancio con cui ha adottato l'azione, affrontando le sfide pratiche, e temibili, del giornale. La sua curiositas sembra non avere confini, ma è sempre attenzione, rispetto. Anche di recente, quando ha riproposto il "suo" Voltaire in Alla ricerca della morale perduta, ci ha ricordato la tolleranza, virtù che oggi sembra difficile e altrettanto squisita come la "discrezione" - suprema qualità del distinguere ragionando, secondo il buon ordine del pensiero. Ma ha voluto indicarci anche come Pascal procedesse con più radicale affondo.
Grand'Hotel Scalfari contiene la vera voce del mio direttore, ed è una voce piacevole, che ci conforta: anche perché, proprio in epigrafe, confessa ironicamente di essere un "libertino complessivo", con tutto quel che la parola può esprimere di sensi.
Capiamo perché ci siamo trovati sempre tanto sicuri con lui, e a nostro agio: per un direttore - scrive - imbruttire il giornale per venderlo "è il peccato peggiore, insieme a quello di servire il padrone che meglio ti paga". Ma il primo peccato "è più diabolico, perché è quasi istintivo abbandonarsi al successo ben oltre il punto in cui la libertà di stampa diminuisce se le copie aumentano".
Il senso degli affetti è tenacissimo. "Mi commuovono gli amici morti - scrive oggi - e tremo quando qualcuno pronuncia il nome di Italo", il suo compagno di studi a Sanremo. "Io non conosco l'angoscia - aggiunge - perché non conosco la noia": "Tra le cose che la vecchiaia ha spento, c'è la malinconia. Da molto tempo non ne soffro più, o ne soffro ancor meno adesso che la mia vita è dolcissima". Se penso a quegli anni, che furono molti e lunghi, non posso fare a meno di essere lieto, allegro, felice, fantastico. Fu il più bel periodo della mia vita di giornalista.
Sebbene me ne vergogni, devo confessare che, per tutta la mia lunga esistenza, ottant'anni che stanno pericolosamente diventando novanta, mi sono occupato di giornali: veri o finti giornali. Quando avevo dieci anni, ne componevo meticolosamente a mano uno, che portava il titolo di Il Piccolo Cervese, dove scrivevo e disegnavo le ultime due pagine del giornale, con avvenimenti pittoreschi e drammatici nei Mari del Sud, e imitazioni di Salgari. C'era la guerra, abitavo sulla costa ligure, tra Oneglia ed Alassio, in un paese che porta il nome (che amo) di Cervo, in una casa del diciassettesimo secolo, con affreschi liguri del Seicento, in una soffitta piena di libri: qualcuno vi aveva nascosto i quarantaquattro volumi della Storia naturale di Buffon e la Nouvelle Eloïse e le Fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau, così care a Giacomo Leopardi, e tutti i fascicoli della rivista Emporium, pubblicati verso l'inizio del secolo scorso. Ma anche letture e pitture pornografiche del diciottesimo secolo (tranne Sade) amatissime da mia nonna, che aveva una profonda e onesta passione per tutto ciò che era o sembrava osceno od oscenissimo.
La mia storia di giornalista continuò. A Roma, nel dopoguerra, uno strano personaggio, che si chiamava Vittorio Calef e si faceva chiamare Vito Falce, inaugurò un settimanale. Era Il Punto. Pasolini vi esaminava i poeti del tempo: in quegli anni scrisse un capolavoro, forse il suo libro migliore, L'usignolo della Chiesa cattolica, molto più tenero e fantastico delle noiosissime e moralissime Ceneri di Gramsci. Quanto a me, discorrevo piattamente di romanzi, tra i quali amavo due capolavori: Primavera di bellezza e Il partigiano Johnny, composti da quel grande scrittore che fu Beppe Fenoglio, il quale viveva ad Alba, dove mi invitava a pranzo con funghi incomparabili; e mandava nel suo inglese bizzarro e fantastico lettere commerciali in Inghilterra.
Abbandonai Il Punto. Quelle due persone incantevoli, che furono Italo Pietra e soprattutto il dolcissimo Paolo Murialdi, mi invitarono a scrivere su Il Giorno: un mercoledì, Alberto Arbasino discorreva di teatro, di spettacoli, di cinema, e di deliziose futilità: mentre io, il mercoledì successivo, discorrevo, con grazia molto minore, di romanzi, spesso con atroce ferocia. Uccisi, almeno a parole, Mario Tobino, Vasco Pratolini, il presuntuosissimo Cesare Garboli, e molti altri. Scrissi per qualche tempo per Il Corriere della Sera, sotto l'egida di Ugo Stille e di Piero Ottone, e soprattutto, di Giulia Maria Mozzoni Crespi.
Raccontai in alcune puntate la vita di Alessandro Manzoni, di padre incerto e di madre certissima: essa suscitò uno scandalo, perché insistevo sui rapporti quasi incestuosi tra l'autore dei Promessi sposi e la madre. Giulia Beccaria, la madre, aveva avuto un amante famoso, Imbonati, e poi, in preda a un assalto di bigottismo cattolico, aveva gettato fuori dalla tomba la sua salma, appena vestita, sui prati incontaminati della Brianza.
La mia irriverenza dovette piacere a Eugenio Scalfari, che aveva fondato prima l'Espresso, poi la Repubblica. Il successo del quotidiano fu immenso. Credo che il giornale sia arrivato a vendere un milione di copie al giorno, tra l'entusiasmo, lo stupore e la gioia dei giornalisti. Scalfari trovò eccellenti collaboratori. Su Repubblica scriveva testi deliziosi Italo Calvino, che a volte parlava anche di politica, sebbene con riluttanza e rancore. Quando Calvino morì all'improvviso, folgorato su un prato della Maremma, Scalfari mi invitò a prenderne il posto, sebbene il mio talento fosse infinitamente minore. Eravamo tutti liguri, di nascita o di adozione: Calvino e Scalfari di Sanremo, io di Alassio e Cervo, con padre e madre di Genova. Ma avevo anche un po' di sangue toscano e piemontese: per caso ero nato a Firenze, avevo vissuto a Torino, dove studiai molti anni in un istituto gesuitico, il Sociale; e Federico Fellini mi rimproverò sempre di essere un gesuita.
Gli anni passati accanto a Scalfari furono straordinari. Scrivevo molti articoli: su tutto, il possibile e l'impossibile, il vero ed il falso, e il press'a poco, che allora celebrava i suoi ultimi splendori. Accanto a me c'era Giuliano Briganti, che studiava il Manierismo, e frequentava Balthus, sebbene continuasse ad occuparsi di arte contemporanea, giorno per giorno, con grande passione e precisione. La sua morte fu, per me, un grandissimo dolore.
Il rapporto con Scalfari fu incomparabile: non avevo mai incontrato un direttore simile. Parlavamo di tutto. Io scrivevo articoli, e lui li commentava: lui scriveva articoli, e io li commentavo, con uno scambio piacevolissimo. Mi faceva obiezioni, e io gli facevo obiezioni. Era un rapporto pieno di fiducia, di confidenza, di dubbi e di discussioni e di inquietudini. Scalfari non fu mai scettico né paternalistico né aggressivo: era preciso, grave, scrupoloso.
Ora che sono passati tanti anni, comprendo sempre di più questo direttore così unico: la sua immaginazione, apertura, autenticità in ogni espressione, la varietà dei sentimenti, il senso delle grandezze, il loro riconoscimento, il coraggio di affrontare tutti i temi e tutte le persone, in alto come in basso, umilmente. Ma tenendo sempre lo sguardo al firmamento, come oggi nella sua amicizia con papa Francesco, con quel desiderio di rispecchiarsi in chi serve la verità, la bellezza: ciò che sembra religioso: e Scalfari si professa non credente.
Se è stato attratto dalla contemplazione, dalla filosofia, dalla poesia - vi si cimenta, come ha fatto nell'Ora del blu, e qui scrive: "ho sempre più bisogno di poesia" - vi pone lo stesso slancio con cui ha adottato l'azione, affrontando le sfide pratiche, e temibili, del giornale. La sua curiositas sembra non avere confini, ma è sempre attenzione, rispetto. Anche di recente, quando ha riproposto il "suo" Voltaire in Alla ricerca della morale perduta, ci ha ricordato la tolleranza, virtù che oggi sembra difficile e altrettanto squisita come la "discrezione" - suprema qualità del distinguere ragionando, secondo il buon ordine del pensiero. Ma ha voluto indicarci anche come Pascal procedesse con più radicale affondo.
Grand'Hotel Scalfari contiene la vera voce del mio direttore, ed è una voce piacevole, che ci conforta: anche perché, proprio in epigrafe, confessa ironicamente di essere un "libertino complessivo", con tutto quel che la parola può esprimere di sensi.
Capiamo perché ci siamo trovati sempre tanto sicuri con lui, e a nostro agio: per un direttore - scrive - imbruttire il giornale per venderlo "è il peccato peggiore, insieme a quello di servire il padrone che meglio ti paga". Ma il primo peccato "è più diabolico, perché è quasi istintivo abbandonarsi al successo ben oltre il punto in cui la libertà di stampa diminuisce se le copie aumentano".
Il senso degli affetti è tenacissimo. "Mi commuovono gli amici morti - scrive oggi - e tremo quando qualcuno pronuncia il nome di Italo", il suo compagno di studi a Sanremo. "Io non conosco l'angoscia - aggiunge - perché non conosco la noia": "Tra le cose che la vecchiaia ha spento, c'è la malinconia. Da molto tempo non ne soffro più, o ne soffro ancor meno adesso che la mia vita è dolcissima". Se penso a quegli anni, che furono molti e lunghi, non posso fare a meno di essere lieto, allegro, felice, fantastico. Fu il più bel periodo della mia vita di giornalista.