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(afp)

Godiamoci Klopp

Ha fatto vincere il campionato al Liverpool dopo 30 anni. L'ultima impresa straordinaria di un uomo "normale"
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Auguratevi di incontrare qualcuno che vi abbracci come fa Klopp quando stringe un suo giocatore. Sotto il suo berretto ufficiale, la sua tuta, il suo paio d’occhiali - cambiati spesso come unica civetteria agonistica - c’è tanta vita e c’è la storia dell’allenatore che ha portato lo scudetto al Liverpool trent’anni dopo. Non ha lo stile universale di Guardiola né il fascino da ex spietato di Mourinho: si è sbiancato i denti, si è fatto un trapianto di capelli, ha confessato tutto, compreso le birre e le sbronze (d’altra parte ha conosciuto la moglie Ulla all’Oktoberfest), autoproclamandosi “the normal one”.

Niente di speciale e quindi, finalmente, un sollievo straordinario per tutti. Si può essere stropicciati, esultare con tutte le facce possibili, disperarsi, appassionarsi. E vincere. Come avevano già capito le mamme di Magonza, quando nel 2004 Klopp riuscì ad essere promos…
Auguratevi di incontrare qualcuno che vi abbracci come fa Klopp quando stringe un suo giocatore. Sotto il suo berretto ufficiale, la sua tuta, il suo paio d’occhiali - cambiati spesso come unica civetteria agonistica - c’è tanta vita e c’è la storia dell’allenatore che ha portato lo scudetto al Liverpool trent’anni dopo. Non ha lo stile universale di Guardiola né il fascino da ex spietato di Mourinho: si è sbiancato i denti, si è fatto un trapianto di capelli, ha confessato tutto, compreso le birre e le sbronze (d’altra parte ha conosciuto la moglie Ulla all’Oktoberfest), autoproclamandosi “the normal one”.

Niente di speciale e quindi, finalmente, un sollievo straordinario per tutti. Si può essere stropicciati, esultare con tutte le facce possibili, disperarsi, appassionarsi. E vincere. Come avevano già capito le mamme di Magonza, quando nel 2004 Klopp riuscì ad essere promosso in Bundesliga, il massimo campionato tedesco, e nella festa di piazza tutte gli giurarono fedeltà eterna promettendo di ribattezzare i loro figli con il suo nome. Klopp ha la capacità di sembrare quello che è: un ottimista, uno che diventa le squadre che allena, innamorato del calcio e del gegenpressing ma anche, cosa più rara, dei calciatori. Una semplicità che pochi possono permettersi.

 Nato nel 1967 nella Foresta Nera, Jurgen Klopp, tedesco di mondo, ha fatto quello che suo padre Norbert, morto all’inizio degli anni duemila senza vederlo passare dal campo alla panchina, avrebbe voluto per se’ e per lui. Norbert desiderava fare il calciatore e prima della nascita di Jurgen aveva deciso che la sorella maggiore Isolde doveva dedicarsi al pallone: “ma è nato mio fratello - ha spiegato lei - così ha potuto sfogarsi con lui. Che per fortuna ha avuto in dote il temperamento paterno ma la calma di nostra madre”.

Jurgen diventato difensore del Magonza e poi allenatore nel 2001, per una intuizione del manager della squadra, vent’anni dopo è quello che ha vinto due scudetti con il Borussia Dortmund, una Champions, una Supercoppa europea, un mondiale per club e uno scudetto con il Liverpool: “vivo la vita che lui ha sognato”, ha raccontato pensando sempre al padre.

Un modello di gioco rock, alcolico, feroce, perfettamente in linea con la mitologia del Liverpool di oggi e del Borussia di ieri. Tanto metodo - trenta per cento tattica e il resto dedicato alla costruzione della squadra - con l’idea di un calcio a cui devono partecipare anche i tifosi, con la capacità di coinvolgere i giocatori convincendoli che non ci sia niente di meglio di questo: stare insieme, allenarsi insieme, giocare insieme. Aiutarli ad essere felici, come ha spiegato al Guardian. “Credo che la vita dovrebbe essere così: ti fai la tua esperienza e bella o brutta che sia la condividi, in modo che altri possano evitare di fare i tuoi errori. Penso che anche nel calcio dovrebbe funzionare così”. Essere umani, che benedizione.