I falsari di Dio
di JULIO NUNEZA Parigi, tra il 1940 e il 1944, quattro sacerdoti clarettiani spagnoli contribuirono a salvare dalla persecuzione nazista almeno centocinquanta ebrei. Un falso battesimo rappresentava la possibilità di scampare all’orrore e di fuggire. Una storia di solidarietà finora custodita nel più assoluto segreto (El País)
Il sigillo alle labbra della piccola comunità spagnola dei padri missionari clarettiani di Parigi è rimasto intatto per 80 anni, custodendo così un segreto che contribuì a salvare la vita di 155 persone durante l’occupazione nazista della Francia, tra il 1940 e il 1944. Al numero 51 bis di rue de la Pompe, una viuzza a mezz’ora di cammino dalla Torre Eiffel, la chiesa della Missione Cattolica Spagnola conserva in un armadio minuscolo centinaia di certificati di battesimo falsi, che quattro sacerdoti della congregazione – fondata a Vich, in Catalogna, nel 1849– compilarono e firmarono per evitare che il Governo di Vichy arrestasse decine di famiglie ebree. Permeati dall’odore intenso della polvere e dell’abbandono, quei registri sono la prova di come Gilberto Valtierra, Joaquín Aller, Emilio Martín e Ignacio Turrillas rischiarono le loro vite accogliendo quelle persone e agevolandone, grazie ai nuovi document…
Il sigillo alle labbra della piccola comunità spagnola dei padri missionari clarettiani di Parigi è rimasto intatto per 80 anni, custodendo così un segreto che contribuì a salvare la vita di 155 persone durante l’occupazione nazista della Francia, tra il 1940 e il 1944. Al numero 51 bis di rue de la Pompe, una viuzza a mezz’ora di cammino dalla Torre Eiffel, la chiesa della Missione Cattolica Spagnola conserva in un armadio minuscolo centinaia di certificati di battesimo falsi, che quattro sacerdoti della congregazione – fondata a Vich, in Catalogna, nel 1849– compilarono e firmarono per evitare che il Governo di Vichy arrestasse decine di famiglie ebree. Permeati dall’odore intenso della polvere e dell’abbandono, quei registri sono la prova di come Gilberto Valtierra, Joaquín Aller, Emilio Martín e Ignacio Turrillas rischiarono le loro vite accogliendo quelle persone e agevolandone, grazie ai nuovi documenti, la fuga dal paese, o consentendo loro almeno una maggiore protezione contro le frequenti deportazioni nei campi di concentramento e sterminio. Ottant’anni dopo, il segreto dei falsari di Dio spezza le catene del silenzio e riaffiora.
I muri di pietra della parrocchia e il reticolo di corridoi che ancora la collegano al convento sono oggi gli unici testimoni dei fatti di allora. Se si visita quel luogo, si attraversa la spaziosa navata della chiesa, si osserva la statua di san Giovanni della Croce o si scartabella tra i libri della biblioteca, è impossibile non immaginare i passi di quelle famiglie ebree, al seguito dei sacerdoti, per ottenere un documento che facesse loro da scudo contro le persecuzioni. Entravano dalla porticina verde, di fianco alla facciata, che si apre direttamente sul convento? Lo facevano di notte? Firmavano i certificati sopra il grande tavolo di legno che c’è nella sacrestia? O magari si nascondevano nella cappella della cripta, per farlo? Se lo chiediamo a chi vive oggi nella missione, la risposta è sempre la stessa: "Non lo sappiamo. Sono morti tutti, ormai". Allora perché questa storia si è risvegliata dal profondo sonno dell’oblio?
Merito di una piccola rivelazione in un caffè del centro di Parigi, nel 2018; poche parole che spinsero uno studioso di storia di 26 anni, Santiago López Rodríguez, a seguire il filo sottilissimo di una trama e a rovistare nel passato, per sapere cosa fosse davvero successo in quella chiesa di sacerdoti spagnoli. "Per la mia tesi di dottorato stavo svolgendo delle ricerche sul ruolo della diplomazia spagnola durante l’Olocausto nell’archivio del Consolato, e intervistavo sopravvissuti e vittime dello sterminio nazista. Un giorno, mentre prendevo un caffè con Alain de Toledo, figlio di un deportato del campo di Royallieu-Compiègne, fu lui a raccontarmi che in una chiesetta di Parigi dei missionari falsificarono i certificati di battesimo dei suoi genitori, per aiutarli a scappare in Spagna", spiega López, professore all’Università dell’Extremadura. De Toledo non aggiunse nient’altro, e così lo studioso, divorato dalla curiosità, corse a rue de la Pompe.
Bussò alla porta della missione, e un clarettiano dall’accento castigliano, Carlos Tobes Arrabal, fece strada a López lungo il corridoio che fiancheggia il cortile interno, rigoglioso di gerani, fino all’armadietto che custodisce i certificati in questione. Nello studio della porta accanto, alla luce di una lampada e tenuto d’occhio da una scultura della Madonna di Fatima, López esaminò uno a uno i certificati di battesimo registrati tra il 1940 e il 1944. Ed eccoli lì, scritti a inchiostro blu o nero, i nomi di decine di persone dal cognome ebreo, adulti e nati fuori dalla Francia, la maggior parte a Salonicco, in Grecia, e a Istanbul, in Turchia. "Risulta subito evidente che in quell’arco di tempo i battesimi, nella parrocchia, aumentarono del 200%. Vennero registrate le conversioni di intere famiglie, tutte lo stesso giorno e, in 22 casi, la falsificazione riguardò, al tempo stesso, anche l’atto di matrimonio", ricalca López e, con il dito indice, accarezza sulla carta le prove dell’accaduto.
L’emissione di falsi certificati è spalmata sui cinque anni che intercorrono tra il 3 ottobre del 1940 e il 12 luglio del 1944. Suddivise per settimane, risulta che 4 conversioni avvennero nel 1940, 68 nel 1941, 30 nel 1942, 45 nel 1943 e, ormai alla fine dell’occupazione nazista, 8 nel 1944.
Dopo aver soffiato via la polvere dai volumi e decifrato la calligrafia di chi aveva firmato, López incrociò i dati della missione con quelli ricavati da altri archivi francesi, e stabilì che almeno 60 di quei certificati di nascita appartenevano a ebrei che vennero iscritti come spagnoli, e a 19 "protetti", vale a dire persone che potevano contare sulla protezione del Consolato. La scoperta è entrata a far parte della sua tesi di dottorato, intitolata "La diplomazia spagnola durante l’Olocausto, nella Francia occupata (1940-1944)", che spera di pubblicare nei prossimi mesi.
La famiglia Modiano fu la prima a essere battezzata. Mauricio Modiano, di 65 anni; sua moglie, Eda María, di 51; il loro figlio, René, di 21, e una nipotina di 9 anni, María Francisca Hasson, vivevano al civico 134 di Avenue de Malakoff. Eccetto María Francisca, erano tutti nati a Salonicco. Non sappiamo se padre Valtierra, che firmò i certificati, bagnò il capo di quella famiglia con l’acqua battesimale, oppure se si limitò ad accompagnarli a firmare i documenti in uno studio. Il dato che invece spicca nelle loro schede è quel 3 ottobre del 1940, lo stesso giorno in cui entrò in vigore lo Statuto degli ebrei di Francia, le leggi antisemite firmate dal maresciallo Pétain, che sfociarono nella creazione di un censo degli ebrei per poi concludersi con le deportazioni nei campi di concentramento e di sterminio. Morirono più di 75.000 persone. «I falsi certificati servivano a dimostrare la conversione alla religione cattolica, almeno in apparenza; tentavano così di aggirare i persecutori», spiega López.
Usando sempre una calligrafia molto chiara, i sacerdoti si avvicendavano nella falsificazione dei documenti. Nei registri annotarono dati di rilievo che, analizzati oggi, ci permettono di immaginare come fossero i battezzati. In gran parte sefarditi, con un’età media di 33 anni; il più piccolo era un neonato di pochi mesi; il più anziano di anni ne aveva 75. A quasi tutti venne adattato il nome in castigliano, in modo che non si potesse facilmente rapportare alle liste del censo degli ebrei, quando poi avessero presentato alle autorità francesi la documentazione necessaria per poter fuggire in Spagna. Lévy divenne dunque Luis, Jacopo cedette il passo a Jaime e Mosè a Maurizio.
È importante osservare che alcuni di loro, settimane dopo essere stati inseriti nei registri della parrocchia come battezzati, compaiono nelle schede di altri battezzati ebrei, come padrini. I Modiano, marito e moglie, risultano essere anche padrino e madrina di battesimo di Víctor Gomerzano, 20 anni, nato a Costantinopoli, cioè a Istanbul. È piuttosto logico pensare che, in molti casi, gli iscritti al registro avessero tra loro legami di parentela o di amicizia, e che li usassero come passaparola dell’aiuto che i missionari spagnoli stavano prestando agli ebrei.
In quegli anni collaborare con gli ebrei veniva considerato un grave delitto, soprattutto se si falsificavano documenti importanti come permessi, passaporti e certificati di nascita. "I sacerdoti stavano violando non solo le leggi della Chiesa, certificando false conversioni, ma anche quelle dello Stato francese. Se fossero stati scoperti, di sicuro la Francia li avrebbe espulsi e ciò avrebbe causato alla diplomazia spagnola un danno molto grave", commenta López, mentre continua a esaminare l’archivio clarettiano, alla ricerca di altri incartamenti che gettino più luce sulla vicenda. Chi erano, insomma, quei quattro sacerdoti e come riuscirono a tessere la loro rete di salvataggio?
Una decina di foto conservate in una scatola di cartone nella parrocchia di rue de la Pompe è l’unica traccia che rimane dei quattro missionari. Una manciata di persone ricorda per sentito dire cosa fu di loro. In quegli anni vivevano nella missione, insieme a una decina di altri padri clarettiani, e tutto indica che avessero un ruolo di notevole importanza. Nell’affresco della pala che orna l’altare della chiesa, appare il ritratto di un sacerdote che - dopo aver confrontato il suo volto con altri dipinti dell’epoca e aver discusso di questa ipotesi con padre Tobes - secondo López raffigura padre Joaquín Aller. Nato nel 1897 a Campo de Villavidel, nella regione spagnola di Castilla y León, all’epoca Aller era padre superiore dei clarettiani. Secondo la stampa delle Asturie, aveva collaborato con un comunista asturiano in esilio, per propiziare la restituzione alla Spagna della statua della Madonna di Covadonga (secondo la tradizione, la Madonna asturiana di Covadonga aiutò il re Pelagio a intraprendere la riconquista della penisola iberica contro gli arabi, ed è una delle effigi più venerate del culto mariano in Spagna, N.d.T.), che durante buona parte della Guerra Civile rimase in deposito all’Ambasciata spagnola a Parigi. Aller morì a Bilbao nel 1964.
Nemmeno degli altri si sa granché. Gilberto Valtierra nacque nel 1889 a San Martín de Humada, un villaggio di 22 abitanti, nella provincia di Burgos, Castilla y León; erano cinque fratelli, in casa, e tre diventarono clarettiani. A San Martín vive ancora un suo pronipote, Luis Porras Valtierra: "Non mi dica! Fece veramente tutto questo? Beh, era proprio una brava persona. Ricordo che è tornato qui in paese, qualche volta, a trovare mia madre. Ma, per quanto ne so io, nessuno ha mai detto niente di questa cosa che lei mi sta raccontando", dice Peñas al telefono, dopo aver saputo dell’attività segreta di suo zio. Aggiunge però che il giorno in cui il missionario morì gli è rimasto fissato in modo indelebile nella memoria. "Era il 1º novembre del 1953. Pochi giorni dopo ricevemmo dalla Francia una lettera che diceva: ‘I poveri di Parigi piangono sulla tomba di padre Valtierra’. È una cosa che non dimenticherò", racconta commosso.
Emilio Martín fu uno dei padri fondatori della missione clarettiana. Arrivò intorno al 1913 con l’intenzione di aiutare gli emigrati spagnoli che faticavano a tirare avanti. Nato a Segovia nel 1869, Martín fu maestro e direttore dei clarettiani che passarono dalla missione di rue de la Pompe fino al giorno della sua morte, nel 1951. Accanto all’entrata della sacrestia, sulla sinistra, è ancora appeso un suo ritratto a carboncino.
Tobes, padre superiore e attuale direttore della missione, conobbe solamente Ignacio Turrillas, nato a Monreal, in Navarra, nel 1897, del quale si prese cura durante gli ultimi anni di vita del missionario. "Era l’unico dei quattro ancora vivo, e morì tra le mie braccia nel 1979. Non mi ha mai raccontato nulla di tutto ciò. Un giorno, però, vari anni dopo la sua morte –credo sia stato nel 2008- si presentò una donna dicendo: ‘Sono venuta a ringraziarvi. Un tempo avete salvato la vita ai miei genitori’. Nessuno sapeva a cosa si riferisse, e così la portammo nello studio di padre Miguel Ángel Chueca, che allora era il nostro superiore", racconta Tobes, seduto sull’uscio del convento. "Quando la donna andò via, Chueca raccontò tutta la storia al resto dei missionari, senza entrare troppo nei dettagli, e chiese loro che mantenessero il segreto", aggiunge.
"Credo che il nostro ordine abbia voluto vivere questa storia nell’intimità. Adesso però, conoscere meglio ciò che riuscirono a fare i nostri fratelli ci riempie di orgoglio e di felicità", afferma con trasporto l’attuale padre superiore. Più di un secolo dopo essere stata fondata, la missione continua ad aiutare chi più ne ha bisogno: fanno lezione di francese agli immigranti di lingua spagnola e offrono gratuitamente la consulenza di un’educatrice sociale, tra altre opere di carità. Però sono rimasti in pochi. Erano una ventina i clarettiani degli anni quaranta del secolo scorso; ora sono soltanto in tre: oltre al superiore, ci sono padre Tomás Tobes Agraz e padre Arturo Pinacho. "La vocazione non scompare mai. Bisogna prestare servizio al prossimo, perché sono in tanti ad averne bisogno", spiega sorridendo padre Tomás, che ha 81 anni, seduto a tavola. Mentre mangiano uno stufato alla buona e bevono acqua con un goccio di vino in cartone, conversano "delle gravi carenze di cui continua a soffrire molta gente".
Nessuno sa perché padre Chueca fosse restio a rendere pubblica la scoperta dell’attività dei missionari. Perfino a De Toledo raccomandò di non far trapelare la notizia, quando andò a cercare i documenti che provavano che i suoi genitori erano stati battezzati lì. "Non mi disse il perché. A me sarebbe piaciuto rendere onore alla missione, ma lui non voleva", racconta De Toledo. Il segreto dei clarettiani fu mantenuto dalla maggior parte degli iscritti ai registri della parrocchia. A De Toledo, per esempio, i genitori non avevano mai raccontato nulla. L’aveva saputo mentre stava svolgendo delle ricerche sul console generale di Spagna a Parigi a quell’epoca, Bernardo Rolland, noto per aver salvato in segreto più di 80 ebrei. Rolland aveva liberato il padre di De Toledo dal campo di concentramento di Royallieu-Compiègne nel 1942, e poi aveva aiutato i suoi genitori a fuggire in Spagna nel 1943. "Un cugino di mia madre, Enrique Saporta y Beja, conosceva molto bene il console, che gli aveva prestato un ufficio del consolato per aiutare i sefarditi. È stato Saporta a raccontarmi che Rolland consigliava agli ebrei di andare dai missionari a farsi falsificare i documenti", scrive via mail De Toledo.
Della figura di Rolland come trait d’union tra i perseguitati e i missionari, finora non si era saputo nulla; è chiaro dunque che contribuì a salvare almeno un altro centinaio di persone, e che forse coinvolse nell’operazione alcuni impiegati della Camera di Commercio di Parigi, che apparivano come padrini di battesimo nei documenti falsi. "Senza il suo intervento, i miei genitori non sarebbero sopravvissuti e io non ci sarei. Per questo motivo sto tentando da 15 anni che venga insignito della medaglia di Giusto tra le Nazioni. In ogni caso, con o senza medaglia, lui per me è un Giusto", scrive sempre via mail De Toledo; è anche presidente dell’associazione Muestros Dezaparecidos (I Nostri Scomparsi, in ladino), che lavora per il recupero della memoria dei sefarditi spagnoli deportati in Francia.
Ripassando la storia dei falsari di Dio, sorge spontanea una domanda: le autorità francesi non nutrirono mai alcun sospetto, leggendo in quei documenti cognomi ebrei e vedendo così tante conversioni tardive? Davvero quei battesimi contribuirono a salvare la vita di gran parte di quelle famiglie? López non ne dubita affatto. "Questi documenti erano lo strumento perfetto per celare la propria fede religiosa e rendere più credibili i certificati di nazionalità spagnola o altri documenti emessi da Rolland al Consolato", spiega il ricercatore. Da un lato, questi documenti, garantiti dalla Chiesa, scongiuravano il rischio di finire nelle liste del censo degli ebrei; censo che in seguito le autorità avrebbero utilizzato per localizzare e arrestare migliaia di persone, e deportarle nei campi di concentramento e di sterminio. Dall’altro, indica lo studioso, per chi era in possesso di questi documenti aumentavano le possibilità di ottenere un lasciapassare e fuggire così dalla Francia. Inoltre, sebbene la falsificazione di documenti per salvare ebrei non fosse un modo di procedere molto comune, esistono prove di episodi simili che salvarono migliaia di persone dalla morte per mano dei nazisti; lo fu, per esempio, l’Operazione Battesimo che il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, condusse da Istanbul, quando durante la Seconda guerra mondiale falsificò certificati di battesimo per salvare 24.000 ebrei.
Ciononostante, non si può dimostrare che la salvezza di quelle famiglie fosse dovuta esclusivamente all’opera dei clarettiani. È provato invece il fatto che i sacerdoti abbiano continuato a firmare certificati durante tutto il periodo di occupazione nazista. Il falso battesimo non bastò, purtroppo, a salvare dalla morte nei campi di concentramento il piccolo Rogelio Samuel Benarrosch, di otto anni e, con lui, altri 16 iscritti al registro dei missionari. Ma tutti gli altri, 138 persone, riuscirono a beffare i nazisti.
In certi momenti l’operato dei falsari di Dio destò inquietudine tra le alte sfere ecclesiastiche francesi. In seguito a questo reportage è stata rintracciata la corrispondenza tra l’arcivescovo di Parigi, Emmanuel Suhard, e il padre superiore dei clarettiani; Suhard invitava il direttore a presentarsi all’arcidiocesi, perché voleva essere informato sui suddetti battesimi. In una lettera datata 12 febbraio 1942, l’arcivescovo tornava alla carica: "Le ho già detto, l’ultima volta che ci siamo visti, che il Consiglio dell’Arcivescovado necessita di una spiegazione in merito a un ulteriore ebreo converso, del quale non sono pervenuti i documenti. Si tratta di Madame Saporta y Beja che, a quanto pare, sarebbe stata battezzata e poi sposata in un lampo nella cappella spagnola. Le sarei grato se venisse da me sabato mattina, 14 febbraio, alle dieci in punto, e mi consegnasse qualsiasi tipo di documentazione si trovi in suo possesso".
È nota l’opposizione dell’arcivescovado di Parigi al Governo di Vichy e alle deportazioni, ragion per cui non è un azzardo suppore che queste missive avessero come obiettivo chiedere prudenza alla missione e consegnare qualche documento che giustificasse l’urgenza delle conversioni in oggetto, per non destare i sospetti della Chiesa francese che appoggiava Hitler. Tuttavia non esistono prove di quale fosse la posizione dell’arcivescovo riguardo alle falsificazioni. Gli attuali padri superiori dell’ordine, in Spagna, che non sapevano nulla di questa storia nemmeno loro, dicono che quasi di sicuro le falsificazioni furono fatte prendendo ogni genere di precauzione. "Sono passati gli anni ed è probabile che se altri confratelli, oppure i padri superiori della congregazione, erano al corrente di quei fatti, siano morti senza farne parola", racconta a Madrid un portavoce dell’Ordine.
Tra le carte di color paglierino che la missione ancora conserva di quel periodo, spunta la copia di un’altra lettera che padre Valtierra scrisse per giustificare il battesimo della famiglia Sevi, composta da Alberto, Matilde e dai loro figli, Jacqueline e Claudio. "Non ho motivo di dubitare della buonafede del signor Sevi sulla propria conversione. Ora si comporta da vero cristiano, viene a messa tutte le domeniche (...)", scrisse il sacerdote.
È chiaro che Valtierra mentì per proteggere quelle persone. La prova di ciò è conservata negli archivi dello Yad Vashem, l’istituzione ufficiale isreliana in memoria delle vittime dell’Olocausto. Lì si può leggere che, anni dopo quel falso battesimo, i Sevi affidarono la figlia ai loro vicini di casa, i Saulnier, una coppia cattolica, affinché la proteggessero. "Non temevano i bombardamenti, ma di essere arrestati e deportati, perché erano ebrei", dice il testo. Sappiamo che per fortuna la piccola si riunì con i genitori finita la guerra.
Ritrovare e riuscire a parlare con i protagonisti di questa storia è molto complicato, soprattutto perché è trascorso molto tempo ed è difficile che ci sia qualcuno ancora vivo. Dopo un’intensa ricerca attraverso i blogs delle famiglie e gli alberi genealogici, oltre ad almeno cinquecento telefonate, siamo riusciti a localizzare una ventina di discendenti. Nessuno di loro, curiosamente, sapeva nulla di questa vicenda.
"Mi sta venendo la pelle d’oca. Non posso crederci. È come se mi stessero parlando di sconosciuti. Non capisco perché non mi abbiano mai detto niente", dice in preda all’emozione Karine Saporta, figlia e nipote di battezzati. L’ha saputo da chi scrive, dopo aver trovato una mia chiamata non risposta sul suo cellulare e avermi richiamato. "Ho pensato che si trattasse di uno scherzo", racconta. Il caso della famiglia Saporta spicca su tutti gli altri. Il più piccolo della famiglia si chiamava Raimundo, aveva 16 anni e qualche decina di anni dopo divenne vicepresidente del Real Madrid, braccio destro di Santiago Bernabéu e artefice, tra molte altre cose, dell’arrivo di Alfredo di Stéfano al Madrid, e di farlo vestire i colori dei blancos per tutta la vita. Una figura di rilievo in Spagna, legato anche alla giunta direttiva della Federazione Internazionale di Pallacanestro.
Suo fratello, il padre di Karine, si chiamava Marcelo, aveva 19 anni quando il certificato di battesimo lo aiutò a raggiungere l’esilio di Madrid, insieme a tutta la sua famiglia. Dopo la guerra, si cambiò il nome, divenne Marc e fece ritorno a Parigi. Anche lui raggiunse la notorietà, come traduttore, editore e amico intimo di Jean-Paul Sartre. Tutti loro, però, come fecero d’altra parte molti battezzati, tennero nascosto l’accaduto ai loro familiari e si portarono alla tomba il segreto dei padri clarettiani.
Un anno dopo quella telefonata, Karine fa visita alla missione parigina per vedere i famosi registri. Tremante e incredula, guidata da padre Tobes sale le scale di legno che conducono alla biblioteca, ai piani superiori del convento. Tra due pareti completamente ricoperte di libri e più di qualche trappola per topi, un tavolo l’attende, con un libro aperto. Quando legge i nomi dei suoi genitori deve prendere fiato. "Eccoli, sono loro", dice.
In quel momento scopre che i suoi genitori, nel 1949, si erano anche sposati. Padre Valtierra, che aveva firmato il loro falso certificato, fu anche il sacerdote che celebrò il matrimonio. "Non riesco neppure a immaginare a quanta sofferenza fu costretta la mia famiglia. Questa storia deve essere divulgata, la gente deve conoscerla", racconta commossa la figlia di Marc, mentre posa lo sguardo su padre Tobes.
Per Eliazer Carasso, sua moglie Matilde Amarigio e la loro figlia Allegra, la fuga dai nazisti non finì dopo aver valicato i
confini della Francia. Il viaggio fino alla loro nuova vita, a Casablanca, in Marocco, avvenne con quasi un anno di ritardo. Come succedeva a tanti rimpatriati ebrei, le autorità franchiste li distribuivano in varie città spagnole - nel loro caso fu Toledo - in attesa di consegnare alla famiglia i lasciapassare. Insieme a loro si stabilirono a Toledo altri sei ebrei, tra i quali Edith María Esther Nahamías, anche lei battezzata. Le successive fasi della loro odissea sono documentate in un dossier della polizia, nell’Archivio Storico Provinciale di Toledo.
I documenti, scritti a macchina e chiosati a penna dal Governatore della provincia di Toledo, forniscono informazioni sulle case che i rimpatriati avrebbero occupato da agosto del 1943 fino alla loro partenza, nel dicembre dello stesso anno. I Carasso abitarono in calle de la Escalerilla de la Magdalena, al numero 2, ed ebbero rapporti di vicinato con vari toledani. Justa Córdoba, che all’epoca aveva 13 anni, li ricorda ancora come "gente educata, benvestita; parlavano solo tra di loro, però". Sono trascorsi molti anni, la signora Córdoba ne ha novanta ed è difficile, per lei, scavare nella memoria. "Ero molto piccola. Nel quartiere si diceva che erano ebrei che Franco aveva accolto come rifugiati", racconta al telefono.
Ciò che accadde dopo che abbandonarono la Spagna non è chiaro. I Carasso riuscirono a imbarcarsi a dicembre da Malaga per Casablanca. Un mese prima, Nahamías ottenne un salvacondotto per Barcellona, dove avrebbe incontrato suo marito, Jacob Faraggi. Poco dopo si trasferirono a Madrid, dove aprirono una boutique vicino a Plaza de la Independencia. Anne-Marie Rychner Faraggi, parente di entrambi, racconta che nel 1945 fecero ritorno in Francia. "Tornarono dopo la Seconda guerra mondiale. In famiglia non sappiamo molto altro di loro", spiega Rychner.
La ricerca di ognuno di quei nomi porta a scoprire molteplici storie che fanno luce su una delle pagine più buie del XX secolo: la guerra e l’Olocausto. Salvata dall’oblio, la storia dei falsari di Dio è composta da frammenti che non riusciamo a decifrare del tutto. Fu una loro iniziativa salvare quelle persone, o fu il console a bussare alla loro porta in cerca di aiuto? L’arcivescovado appoggiava le loro attività oppure ne era semplicemente all’oscuro? E, soprattutto, furono le falsificazioni dei clarettiani l’elemento chiave che impedì alla maggior parte dei battezzati di essere uccisi dai nazisti?
Dopo aver analizzato un’infinità di volte i certificati, le lettere e ogni altro documento, è impossibile dubitare del fatto che, sotto i nazisti, i missionari spagnoli di rue de la Pompe misero a repentaglio la vita. Ma la calligrafia nitida dei registri dimostra che non tremarono loro le vene né i polsi nell’apporre la firma a quelle centocinquanta false conversioni, per tentare di salvare la vita ad altrettante persone.
(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Monica Rita Bedana)
I muri di pietra della parrocchia e il reticolo di corridoi che ancora la collegano al convento sono oggi gli unici testimoni dei fatti di allora. Se si visita quel luogo, si attraversa la spaziosa navata della chiesa, si osserva la statua di san Giovanni della Croce o si scartabella tra i libri della biblioteca, è impossibile non immaginare i passi di quelle famiglie ebree, al seguito dei sacerdoti, per ottenere un documento che facesse loro da scudo contro le persecuzioni. Entravano dalla porticina verde, di fianco alla facciata, che si apre direttamente sul convento? Lo facevano di notte? Firmavano i certificati sopra il grande tavolo di legno che c’è nella sacrestia? O magari si nascondevano nella cappella della cripta, per farlo? Se lo chiediamo a chi vive oggi nella missione, la risposta è sempre la stessa: "Non lo sappiamo. Sono morti tutti, ormai". Allora perché questa storia si è risvegliata dal profondo sonno dell’oblio?
Merito di una piccola rivelazione in un caffè del centro di Parigi, nel 2018; poche parole che spinsero uno studioso di storia di 26 anni, Santiago López Rodríguez, a seguire il filo sottilissimo di una trama e a rovistare nel passato, per sapere cosa fosse davvero successo in quella chiesa di sacerdoti spagnoli. "Per la mia tesi di dottorato stavo svolgendo delle ricerche sul ruolo della diplomazia spagnola durante l’Olocausto nell’archivio del Consolato, e intervistavo sopravvissuti e vittime dello sterminio nazista. Un giorno, mentre prendevo un caffè con Alain de Toledo, figlio di un deportato del campo di Royallieu-Compiègne, fu lui a raccontarmi che in una chiesetta di Parigi dei missionari falsificarono i certificati di battesimo dei suoi genitori, per aiutarli a scappare in Spagna", spiega López, professore all’Università dell’Extremadura. De Toledo non aggiunse nient’altro, e così lo studioso, divorato dalla curiosità, corse a rue de la Pompe.
Bussò alla porta della missione, e un clarettiano dall’accento castigliano, Carlos Tobes Arrabal, fece strada a López lungo il corridoio che fiancheggia il cortile interno, rigoglioso di gerani, fino all’armadietto che custodisce i certificati in questione. Nello studio della porta accanto, alla luce di una lampada e tenuto d’occhio da una scultura della Madonna di Fatima, López esaminò uno a uno i certificati di battesimo registrati tra il 1940 e il 1944. Ed eccoli lì, scritti a inchiostro blu o nero, i nomi di decine di persone dal cognome ebreo, adulti e nati fuori dalla Francia, la maggior parte a Salonicco, in Grecia, e a Istanbul, in Turchia. "Risulta subito evidente che in quell’arco di tempo i battesimi, nella parrocchia, aumentarono del 200%. Vennero registrate le conversioni di intere famiglie, tutte lo stesso giorno e, in 22 casi, la falsificazione riguardò, al tempo stesso, anche l’atto di matrimonio", ricalca López e, con il dito indice, accarezza sulla carta le prove dell’accaduto.
L’emissione di falsi certificati è spalmata sui cinque anni che intercorrono tra il 3 ottobre del 1940 e il 12 luglio del 1944. Suddivise per settimane, risulta che 4 conversioni avvennero nel 1940, 68 nel 1941, 30 nel 1942, 45 nel 1943 e, ormai alla fine dell’occupazione nazista, 8 nel 1944.
Dopo aver soffiato via la polvere dai volumi e decifrato la calligrafia di chi aveva firmato, López incrociò i dati della missione con quelli ricavati da altri archivi francesi, e stabilì che almeno 60 di quei certificati di nascita appartenevano a ebrei che vennero iscritti come spagnoli, e a 19 "protetti", vale a dire persone che potevano contare sulla protezione del Consolato. La scoperta è entrata a far parte della sua tesi di dottorato, intitolata "La diplomazia spagnola durante l’Olocausto, nella Francia occupata (1940-1944)", che spera di pubblicare nei prossimi mesi.
La famiglia Modiano fu la prima a essere battezzata. Mauricio Modiano, di 65 anni; sua moglie, Eda María, di 51; il loro figlio, René, di 21, e una nipotina di 9 anni, María Francisca Hasson, vivevano al civico 134 di Avenue de Malakoff. Eccetto María Francisca, erano tutti nati a Salonicco. Non sappiamo se padre Valtierra, che firmò i certificati, bagnò il capo di quella famiglia con l’acqua battesimale, oppure se si limitò ad accompagnarli a firmare i documenti in uno studio. Il dato che invece spicca nelle loro schede è quel 3 ottobre del 1940, lo stesso giorno in cui entrò in vigore lo Statuto degli ebrei di Francia, le leggi antisemite firmate dal maresciallo Pétain, che sfociarono nella creazione di un censo degli ebrei per poi concludersi con le deportazioni nei campi di concentramento e di sterminio. Morirono più di 75.000 persone. «I falsi certificati servivano a dimostrare la conversione alla religione cattolica, almeno in apparenza; tentavano così di aggirare i persecutori», spiega López.
Usando sempre una calligrafia molto chiara, i sacerdoti si avvicendavano nella falsificazione dei documenti. Nei registri annotarono dati di rilievo che, analizzati oggi, ci permettono di immaginare come fossero i battezzati. In gran parte sefarditi, con un’età media di 33 anni; il più piccolo era un neonato di pochi mesi; il più anziano di anni ne aveva 75. A quasi tutti venne adattato il nome in castigliano, in modo che non si potesse facilmente rapportare alle liste del censo degli ebrei, quando poi avessero presentato alle autorità francesi la documentazione necessaria per poter fuggire in Spagna. Lévy divenne dunque Luis, Jacopo cedette il passo a Jaime e Mosè a Maurizio.
È importante osservare che alcuni di loro, settimane dopo essere stati inseriti nei registri della parrocchia come battezzati, compaiono nelle schede di altri battezzati ebrei, come padrini. I Modiano, marito e moglie, risultano essere anche padrino e madrina di battesimo di Víctor Gomerzano, 20 anni, nato a Costantinopoli, cioè a Istanbul. È piuttosto logico pensare che, in molti casi, gli iscritti al registro avessero tra loro legami di parentela o di amicizia, e che li usassero come passaparola dell’aiuto che i missionari spagnoli stavano prestando agli ebrei.
In quegli anni collaborare con gli ebrei veniva considerato un grave delitto, soprattutto se si falsificavano documenti importanti come permessi, passaporti e certificati di nascita. "I sacerdoti stavano violando non solo le leggi della Chiesa, certificando false conversioni, ma anche quelle dello Stato francese. Se fossero stati scoperti, di sicuro la Francia li avrebbe espulsi e ciò avrebbe causato alla diplomazia spagnola un danno molto grave", commenta López, mentre continua a esaminare l’archivio clarettiano, alla ricerca di altri incartamenti che gettino più luce sulla vicenda. Chi erano, insomma, quei quattro sacerdoti e come riuscirono a tessere la loro rete di salvataggio?
Una decina di foto conservate in una scatola di cartone nella parrocchia di rue de la Pompe è l’unica traccia che rimane dei quattro missionari. Una manciata di persone ricorda per sentito dire cosa fu di loro. In quegli anni vivevano nella missione, insieme a una decina di altri padri clarettiani, e tutto indica che avessero un ruolo di notevole importanza. Nell’affresco della pala che orna l’altare della chiesa, appare il ritratto di un sacerdote che - dopo aver confrontato il suo volto con altri dipinti dell’epoca e aver discusso di questa ipotesi con padre Tobes - secondo López raffigura padre Joaquín Aller. Nato nel 1897 a Campo de Villavidel, nella regione spagnola di Castilla y León, all’epoca Aller era padre superiore dei clarettiani. Secondo la stampa delle Asturie, aveva collaborato con un comunista asturiano in esilio, per propiziare la restituzione alla Spagna della statua della Madonna di Covadonga (secondo la tradizione, la Madonna asturiana di Covadonga aiutò il re Pelagio a intraprendere la riconquista della penisola iberica contro gli arabi, ed è una delle effigi più venerate del culto mariano in Spagna, N.d.T.), che durante buona parte della Guerra Civile rimase in deposito all’Ambasciata spagnola a Parigi. Aller morì a Bilbao nel 1964.
Nemmeno degli altri si sa granché. Gilberto Valtierra nacque nel 1889 a San Martín de Humada, un villaggio di 22 abitanti, nella provincia di Burgos, Castilla y León; erano cinque fratelli, in casa, e tre diventarono clarettiani. A San Martín vive ancora un suo pronipote, Luis Porras Valtierra: "Non mi dica! Fece veramente tutto questo? Beh, era proprio una brava persona. Ricordo che è tornato qui in paese, qualche volta, a trovare mia madre. Ma, per quanto ne so io, nessuno ha mai detto niente di questa cosa che lei mi sta raccontando", dice Peñas al telefono, dopo aver saputo dell’attività segreta di suo zio. Aggiunge però che il giorno in cui il missionario morì gli è rimasto fissato in modo indelebile nella memoria. "Era il 1º novembre del 1953. Pochi giorni dopo ricevemmo dalla Francia una lettera che diceva: ‘I poveri di Parigi piangono sulla tomba di padre Valtierra’. È una cosa che non dimenticherò", racconta commosso.
Emilio Martín fu uno dei padri fondatori della missione clarettiana. Arrivò intorno al 1913 con l’intenzione di aiutare gli emigrati spagnoli che faticavano a tirare avanti. Nato a Segovia nel 1869, Martín fu maestro e direttore dei clarettiani che passarono dalla missione di rue de la Pompe fino al giorno della sua morte, nel 1951. Accanto all’entrata della sacrestia, sulla sinistra, è ancora appeso un suo ritratto a carboncino.
Tobes, padre superiore e attuale direttore della missione, conobbe solamente Ignacio Turrillas, nato a Monreal, in Navarra, nel 1897, del quale si prese cura durante gli ultimi anni di vita del missionario. "Era l’unico dei quattro ancora vivo, e morì tra le mie braccia nel 1979. Non mi ha mai raccontato nulla di tutto ciò. Un giorno, però, vari anni dopo la sua morte –credo sia stato nel 2008- si presentò una donna dicendo: ‘Sono venuta a ringraziarvi. Un tempo avete salvato la vita ai miei genitori’. Nessuno sapeva a cosa si riferisse, e così la portammo nello studio di padre Miguel Ángel Chueca, che allora era il nostro superiore", racconta Tobes, seduto sull’uscio del convento. "Quando la donna andò via, Chueca raccontò tutta la storia al resto dei missionari, senza entrare troppo nei dettagli, e chiese loro che mantenessero il segreto", aggiunge.
"Credo che il nostro ordine abbia voluto vivere questa storia nell’intimità. Adesso però, conoscere meglio ciò che riuscirono a fare i nostri fratelli ci riempie di orgoglio e di felicità", afferma con trasporto l’attuale padre superiore. Più di un secolo dopo essere stata fondata, la missione continua ad aiutare chi più ne ha bisogno: fanno lezione di francese agli immigranti di lingua spagnola e offrono gratuitamente la consulenza di un’educatrice sociale, tra altre opere di carità. Però sono rimasti in pochi. Erano una ventina i clarettiani degli anni quaranta del secolo scorso; ora sono soltanto in tre: oltre al superiore, ci sono padre Tomás Tobes Agraz e padre Arturo Pinacho. "La vocazione non scompare mai. Bisogna prestare servizio al prossimo, perché sono in tanti ad averne bisogno", spiega sorridendo padre Tomás, che ha 81 anni, seduto a tavola. Mentre mangiano uno stufato alla buona e bevono acqua con un goccio di vino in cartone, conversano "delle gravi carenze di cui continua a soffrire molta gente".
Nessuno sa perché padre Chueca fosse restio a rendere pubblica la scoperta dell’attività dei missionari. Perfino a De Toledo raccomandò di non far trapelare la notizia, quando andò a cercare i documenti che provavano che i suoi genitori erano stati battezzati lì. "Non mi disse il perché. A me sarebbe piaciuto rendere onore alla missione, ma lui non voleva", racconta De Toledo. Il segreto dei clarettiani fu mantenuto dalla maggior parte degli iscritti ai registri della parrocchia. A De Toledo, per esempio, i genitori non avevano mai raccontato nulla. L’aveva saputo mentre stava svolgendo delle ricerche sul console generale di Spagna a Parigi a quell’epoca, Bernardo Rolland, noto per aver salvato in segreto più di 80 ebrei. Rolland aveva liberato il padre di De Toledo dal campo di concentramento di Royallieu-Compiègne nel 1942, e poi aveva aiutato i suoi genitori a fuggire in Spagna nel 1943. "Un cugino di mia madre, Enrique Saporta y Beja, conosceva molto bene il console, che gli aveva prestato un ufficio del consolato per aiutare i sefarditi. È stato Saporta a raccontarmi che Rolland consigliava agli ebrei di andare dai missionari a farsi falsificare i documenti", scrive via mail De Toledo.
Della figura di Rolland come trait d’union tra i perseguitati e i missionari, finora non si era saputo nulla; è chiaro dunque che contribuì a salvare almeno un altro centinaio di persone, e che forse coinvolse nell’operazione alcuni impiegati della Camera di Commercio di Parigi, che apparivano come padrini di battesimo nei documenti falsi. "Senza il suo intervento, i miei genitori non sarebbero sopravvissuti e io non ci sarei. Per questo motivo sto tentando da 15 anni che venga insignito della medaglia di Giusto tra le Nazioni. In ogni caso, con o senza medaglia, lui per me è un Giusto", scrive sempre via mail De Toledo; è anche presidente dell’associazione Muestros Dezaparecidos (I Nostri Scomparsi, in ladino), che lavora per il recupero della memoria dei sefarditi spagnoli deportati in Francia.
Ripassando la storia dei falsari di Dio, sorge spontanea una domanda: le autorità francesi non nutrirono mai alcun sospetto, leggendo in quei documenti cognomi ebrei e vedendo così tante conversioni tardive? Davvero quei battesimi contribuirono a salvare la vita di gran parte di quelle famiglie? López non ne dubita affatto. "Questi documenti erano lo strumento perfetto per celare la propria fede religiosa e rendere più credibili i certificati di nazionalità spagnola o altri documenti emessi da Rolland al Consolato", spiega il ricercatore. Da un lato, questi documenti, garantiti dalla Chiesa, scongiuravano il rischio di finire nelle liste del censo degli ebrei; censo che in seguito le autorità avrebbero utilizzato per localizzare e arrestare migliaia di persone, e deportarle nei campi di concentramento e di sterminio. Dall’altro, indica lo studioso, per chi era in possesso di questi documenti aumentavano le possibilità di ottenere un lasciapassare e fuggire così dalla Francia. Inoltre, sebbene la falsificazione di documenti per salvare ebrei non fosse un modo di procedere molto comune, esistono prove di episodi simili che salvarono migliaia di persone dalla morte per mano dei nazisti; lo fu, per esempio, l’Operazione Battesimo che il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, condusse da Istanbul, quando durante la Seconda guerra mondiale falsificò certificati di battesimo per salvare 24.000 ebrei.
Ciononostante, non si può dimostrare che la salvezza di quelle famiglie fosse dovuta esclusivamente all’opera dei clarettiani. È provato invece il fatto che i sacerdoti abbiano continuato a firmare certificati durante tutto il periodo di occupazione nazista. Il falso battesimo non bastò, purtroppo, a salvare dalla morte nei campi di concentramento il piccolo Rogelio Samuel Benarrosch, di otto anni e, con lui, altri 16 iscritti al registro dei missionari. Ma tutti gli altri, 138 persone, riuscirono a beffare i nazisti.
In certi momenti l’operato dei falsari di Dio destò inquietudine tra le alte sfere ecclesiastiche francesi. In seguito a questo reportage è stata rintracciata la corrispondenza tra l’arcivescovo di Parigi, Emmanuel Suhard, e il padre superiore dei clarettiani; Suhard invitava il direttore a presentarsi all’arcidiocesi, perché voleva essere informato sui suddetti battesimi. In una lettera datata 12 febbraio 1942, l’arcivescovo tornava alla carica: "Le ho già detto, l’ultima volta che ci siamo visti, che il Consiglio dell’Arcivescovado necessita di una spiegazione in merito a un ulteriore ebreo converso, del quale non sono pervenuti i documenti. Si tratta di Madame Saporta y Beja che, a quanto pare, sarebbe stata battezzata e poi sposata in un lampo nella cappella spagnola. Le sarei grato se venisse da me sabato mattina, 14 febbraio, alle dieci in punto, e mi consegnasse qualsiasi tipo di documentazione si trovi in suo possesso".
È nota l’opposizione dell’arcivescovado di Parigi al Governo di Vichy e alle deportazioni, ragion per cui non è un azzardo suppore che queste missive avessero come obiettivo chiedere prudenza alla missione e consegnare qualche documento che giustificasse l’urgenza delle conversioni in oggetto, per non destare i sospetti della Chiesa francese che appoggiava Hitler. Tuttavia non esistono prove di quale fosse la posizione dell’arcivescovo riguardo alle falsificazioni. Gli attuali padri superiori dell’ordine, in Spagna, che non sapevano nulla di questa storia nemmeno loro, dicono che quasi di sicuro le falsificazioni furono fatte prendendo ogni genere di precauzione. "Sono passati gli anni ed è probabile che se altri confratelli, oppure i padri superiori della congregazione, erano al corrente di quei fatti, siano morti senza farne parola", racconta a Madrid un portavoce dell’Ordine.
Tra le carte di color paglierino che la missione ancora conserva di quel periodo, spunta la copia di un’altra lettera che padre Valtierra scrisse per giustificare il battesimo della famiglia Sevi, composta da Alberto, Matilde e dai loro figli, Jacqueline e Claudio. "Non ho motivo di dubitare della buonafede del signor Sevi sulla propria conversione. Ora si comporta da vero cristiano, viene a messa tutte le domeniche (...)", scrisse il sacerdote.
È chiaro che Valtierra mentì per proteggere quelle persone. La prova di ciò è conservata negli archivi dello Yad Vashem, l’istituzione ufficiale isreliana in memoria delle vittime dell’Olocausto. Lì si può leggere che, anni dopo quel falso battesimo, i Sevi affidarono la figlia ai loro vicini di casa, i Saulnier, una coppia cattolica, affinché la proteggessero. "Non temevano i bombardamenti, ma di essere arrestati e deportati, perché erano ebrei", dice il testo. Sappiamo che per fortuna la piccola si riunì con i genitori finita la guerra.
Ritrovare e riuscire a parlare con i protagonisti di questa storia è molto complicato, soprattutto perché è trascorso molto tempo ed è difficile che ci sia qualcuno ancora vivo. Dopo un’intensa ricerca attraverso i blogs delle famiglie e gli alberi genealogici, oltre ad almeno cinquecento telefonate, siamo riusciti a localizzare una ventina di discendenti. Nessuno di loro, curiosamente, sapeva nulla di questa vicenda.
"Mi sta venendo la pelle d’oca. Non posso crederci. È come se mi stessero parlando di sconosciuti. Non capisco perché non mi abbiano mai detto niente", dice in preda all’emozione Karine Saporta, figlia e nipote di battezzati. L’ha saputo da chi scrive, dopo aver trovato una mia chiamata non risposta sul suo cellulare e avermi richiamato. "Ho pensato che si trattasse di uno scherzo", racconta. Il caso della famiglia Saporta spicca su tutti gli altri. Il più piccolo della famiglia si chiamava Raimundo, aveva 16 anni e qualche decina di anni dopo divenne vicepresidente del Real Madrid, braccio destro di Santiago Bernabéu e artefice, tra molte altre cose, dell’arrivo di Alfredo di Stéfano al Madrid, e di farlo vestire i colori dei blancos per tutta la vita. Una figura di rilievo in Spagna, legato anche alla giunta direttiva della Federazione Internazionale di Pallacanestro.
Suo fratello, il padre di Karine, si chiamava Marcelo, aveva 19 anni quando il certificato di battesimo lo aiutò a raggiungere l’esilio di Madrid, insieme a tutta la sua famiglia. Dopo la guerra, si cambiò il nome, divenne Marc e fece ritorno a Parigi. Anche lui raggiunse la notorietà, come traduttore, editore e amico intimo di Jean-Paul Sartre. Tutti loro, però, come fecero d’altra parte molti battezzati, tennero nascosto l’accaduto ai loro familiari e si portarono alla tomba il segreto dei padri clarettiani.
Un anno dopo quella telefonata, Karine fa visita alla missione parigina per vedere i famosi registri. Tremante e incredula, guidata da padre Tobes sale le scale di legno che conducono alla biblioteca, ai piani superiori del convento. Tra due pareti completamente ricoperte di libri e più di qualche trappola per topi, un tavolo l’attende, con un libro aperto. Quando legge i nomi dei suoi genitori deve prendere fiato. "Eccoli, sono loro", dice.
In quel momento scopre che i suoi genitori, nel 1949, si erano anche sposati. Padre Valtierra, che aveva firmato il loro falso certificato, fu anche il sacerdote che celebrò il matrimonio. "Non riesco neppure a immaginare a quanta sofferenza fu costretta la mia famiglia. Questa storia deve essere divulgata, la gente deve conoscerla", racconta commossa la figlia di Marc, mentre posa lo sguardo su padre Tobes.
Per Eliazer Carasso, sua moglie Matilde Amarigio e la loro figlia Allegra, la fuga dai nazisti non finì dopo aver valicato i
confini della Francia. Il viaggio fino alla loro nuova vita, a Casablanca, in Marocco, avvenne con quasi un anno di ritardo. Come succedeva a tanti rimpatriati ebrei, le autorità franchiste li distribuivano in varie città spagnole - nel loro caso fu Toledo - in attesa di consegnare alla famiglia i lasciapassare. Insieme a loro si stabilirono a Toledo altri sei ebrei, tra i quali Edith María Esther Nahamías, anche lei battezzata. Le successive fasi della loro odissea sono documentate in un dossier della polizia, nell’Archivio Storico Provinciale di Toledo.
I documenti, scritti a macchina e chiosati a penna dal Governatore della provincia di Toledo, forniscono informazioni sulle case che i rimpatriati avrebbero occupato da agosto del 1943 fino alla loro partenza, nel dicembre dello stesso anno. I Carasso abitarono in calle de la Escalerilla de la Magdalena, al numero 2, ed ebbero rapporti di vicinato con vari toledani. Justa Córdoba, che all’epoca aveva 13 anni, li ricorda ancora come "gente educata, benvestita; parlavano solo tra di loro, però". Sono trascorsi molti anni, la signora Córdoba ne ha novanta ed è difficile, per lei, scavare nella memoria. "Ero molto piccola. Nel quartiere si diceva che erano ebrei che Franco aveva accolto come rifugiati", racconta al telefono.
Ciò che accadde dopo che abbandonarono la Spagna non è chiaro. I Carasso riuscirono a imbarcarsi a dicembre da Malaga per Casablanca. Un mese prima, Nahamías ottenne un salvacondotto per Barcellona, dove avrebbe incontrato suo marito, Jacob Faraggi. Poco dopo si trasferirono a Madrid, dove aprirono una boutique vicino a Plaza de la Independencia. Anne-Marie Rychner Faraggi, parente di entrambi, racconta che nel 1945 fecero ritorno in Francia. "Tornarono dopo la Seconda guerra mondiale. In famiglia non sappiamo molto altro di loro", spiega Rychner.
La ricerca di ognuno di quei nomi porta a scoprire molteplici storie che fanno luce su una delle pagine più buie del XX secolo: la guerra e l’Olocausto. Salvata dall’oblio, la storia dei falsari di Dio è composta da frammenti che non riusciamo a decifrare del tutto. Fu una loro iniziativa salvare quelle persone, o fu il console a bussare alla loro porta in cerca di aiuto? L’arcivescovado appoggiava le loro attività oppure ne era semplicemente all’oscuro? E, soprattutto, furono le falsificazioni dei clarettiani l’elemento chiave che impedì alla maggior parte dei battezzati di essere uccisi dai nazisti?
Dopo aver analizzato un’infinità di volte i certificati, le lettere e ogni altro documento, è impossibile dubitare del fatto che, sotto i nazisti, i missionari spagnoli di rue de la Pompe misero a repentaglio la vita. Ma la calligrafia nitida dei registri dimostra che non tremarono loro le vene né i polsi nell’apporre la firma a quelle centocinquanta false conversioni, per tentare di salvare la vita ad altrettante persone.
(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Monica Rita Bedana)