Spoleto, con 'Callas' Monica Bellucci diventa una protagonista del teatro
di RODOLFO DI GIAMMARCO
La recensione / Rigore, passione e minimalismo espressivo: l'attrice convince nello spettacolo di Tom Volf in cui legge/interpreta le memorie della Divina
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Abbiamo atteso 55 anni per affrontare, dopo decenni di suo cinema internazionale clamoroso e perturbante, l’affacciarsi alla scena di Monica Bellucci, e ieri sera al Teatro Romano, nel 63mo Spoleto Festival, il suo debutto assoluto italiano come attrice teatrale ci ha profondamente ripagati, forse anche sorpresi per le modalità, per la tenuta frugale e garbata della voce, per il raziocinio nel padroneggiare a memoria una partitura monologante di un’ora e un quarto, per la compostezza fisica priva dell’appeal che ne ha sinora diffuso un mitico culto in tanti film, e per l’appuntamento con un’ulteriore, altra, diversa Monica Bellucci che si rivela accuratissima, consapevolissima performer al servizio della vita privata e professionale d’una strepitosa artista del belcanto del Novecento, in Maria Callas. Lettere e memoriecon testi che Tom Volf, anche regista, ha scelto tra le pagine dell’epistolario spedito/ricevuto dal grande soprano, e …
Abbiamo atteso 55 anni per affrontare, dopo decenni di suo cinema internazionale clamoroso e perturbante, l’affacciarsi alla scena di Monica Bellucci, e ieri sera al Teatro Romano, nel 63mo Spoleto Festival, il suo debutto assoluto italiano come attrice teatrale ci ha profondamente ripagati, forse anche sorpresi per le modalità, per la tenuta frugale e garbata della voce, per il raziocinio nel padroneggiare a memoria una partitura monologante di un’ora e un quarto, per la compostezza fisica priva dell’appeal che ne ha sinora diffuso un mitico culto in tanti film, e per l’appuntamento con un’ulteriore, altra, diversa Monica Bellucci che si rivela accuratissima, consapevolissima performer al servizio della vita privata e professionale d’una strepitosa artista del belcanto del Novecento, in Maria Callas. Lettere e memoriecon testi che Tom Volf, anche regista, ha scelto tra le pagine dell’epistolario spedito/ricevuto dal grande soprano, e tra suoi scritti.
Sarà dura scalfire la pubblica e lecita opinione che fa di lei l’icona di una cinematografia romanzesca ed epidermica, ma quest’impresa dal vivo, che a dispetto delle apparenze non ha nulla di divistico, ci convince di un’altra sua natura finalmente valorizzata, che attiene a una dimensione del rigore, del ritegno, del minimalismo espressivo. Come se a guidarla nel suo lento incedere sulla scena indossando un abito nero appartenente al guardaroba della soprano, nelle sue posture sopra e attorno a un divano giallo che è la copia di quello originale parigino della Callas, e nel suo controllare la scansione calma dei fraseggi biografici, sentimentali e angosciati, ci fosse stata, oltre alla studiata e sobria messinscena di un conoscitore della materia come Tom Volf, anche la supervisione lucida e scultorea di un Robert Wilson.
Monica Bellucci in 'Callas. Lettere e memorie'. In alto, in un momento dello spettacolo (agf)
Ci sta tutto, dopo un’introduzione-manifesto sul senso delle parole e della musica, l’ironico riferimento all’inesattezza della data di nascita, un 2 dicembre per il passaporto, un 4 per la memoria di una madre sempre irreale. Poi la Anna Maria Sofia Cecilia Kalos che risalta dalle carte riferite in modo impassibile e sempre pensante da Monica Bellucci è una donna dignitosa nella Grecia invasa dai tedeschi, assistita da un amico medico che rimarrà un corrispondente sodale, finché s’aprono le porte italiane con l’Arena di Verona, e con l’attaccamento per il maturo Giovanni Battista Meneghini suo futuro marito e manager. Bellucci dice/interpreta l’innamorabilità di Callas, e riflessioni serie e grate vanno pure alla sua guida Elvira de Hidalgo, mentre la madre le genera delusioni che deve "ingoiare".
L’attrice snoda intimità e immensi progressi di lavoro tenendo appena giunte le mani, ora seduta, ora in silenziosi e composti passaggi in piedi, lasciando spazio a citazioni liriche struggenti. Commenta il linciaggio cui andò incontro per l’afonia e per l’interruzione della serata romana davanti a Gronchi, e c’è di mezzo Elsa Maxwell nel suo invaghirsi per Onassis con aura di mondanità in aumento, allorché scambia messaggi con Grace Kelly, mentre il “Vissi d’arte vissi d’amore” la consegna corpo e anima all’armatore cui scrive più in là una lettera strepitosa e presaga, con umiliazione infertale dal matrimonio tra Aristotele e Jacqueline. Qui c’è una umanissima parentesi dedicata a Pasolini, compagno di disincanto per l’abbandono di Ninetto Davoli.
Bellucci dà formidabile peso alla “fede” che Callas teorizza, e alla bellezza dei rapporti in una missiva a Umberto Tirelli, e infine all’addio a un Onassis morente. Ricordando che per lei la memoria, se c’è, è nel canto. Sì, ma anche in questo non comune spettacolo che mette in luce, nella sua radiosa maturità, una protagonista del teatro.