30 gennaio - 22 febbraio 1854, Omsk
Ti ricordi quando ci siamo separati, mio dolce, caro, adorato fratello? Mi avevi appena lasciato che ci hanno portato via in tre: Durov, Jastržembskij e me, per metterci i ferri (lo scrittore era stato condannato per partecipazione a società segreta con scopi eversivi, ndr). A mezzanotte in punto, ovvero allo scoccare del Natale, ho messo per la prima volta le catene. Saranno pesate una decina di libbre e camminare era incredibilmente scomodo. Poi ci hanno caricato sulle slitte scoperte, ciascuno sulla propria, con un gendarme, e su 4 slitte, con il corriere militare in testa, abbiamo lasciato Pietroburgo. Avevo un peso sul cuore ed era tutto confuso, incerto, per via delle varie e molteplici sensazioni. Il cuore era in affanno e perciò si doleva e struggeva cupamente. Ma l’aria fresca mi rinfrancava e siccome solitamente davanti a un nuovo passo della vita senti un certo fremito e vigore, io a conti fatti ero molto tranquillo e fissavo Pietroburgo, passando accanto alle case illuminate a festa e congedandomi volta per volta da ciascuna di esse.
Siamo sfilati davanti al tuo appartamento e da Kraevskij era tutto illuminato. Mi avevi detto che avevano fatto l’albero di Natale da lui, che i bambini ed Emilija Fëdorovna erano andati a trovarlo, ed ecco che davanti a quella casa mi ha assalito una crudele tristezza. È come se avessi detto addio ai bimbi. Mi dispiaceva per loro e in seguito, molti anni più tardi, quante volte li ho ricordati, con gli occhi lucidi. Ci hanno portato a Jaroslavl’, e quindi, verso il mattino, dopo tre o 4 stazioni, alle prime luci ci siamo fermati in una trattoria di Šlissel’burg. Ci siamo buttati sul tè come se non mangiassimo da una settimana. \[…\]
Ho conosciuto la popolazione dei forzati già a Tobol’sk e qui a Omsk mi preparavo a conviverci per quattro anni. È gente rozza, esasperata e incattivita. Il loro odio per i nobili va oltre ogni immaginazione, e perciò hanno accolto noi nobili con ostilità e un sottile piacere per la nostra disgrazia. Se ci avessero dato in pasto a loro ci avrebbero mangiati vivi. D’altronde, giudica tu quanto potesse essere efficace qualsiasi difesa quando per vari anni avremmo dovuto vivere, mangiare-bere-dormire con questi uomini, senza che ci fosse nemmeno il tempo di lamentarsi per il numero infinito di soprusi di ogni genere. «Voi, becchi di ferro, ci avete ammazzati a colpi di becco! Prima fai il padrone e schiavizzi la gente, e ora è peggio di prima, sei diventato come noialtri»: ecco la solfa che ci siamo sorbiti per 4 anni. 150 nemici che non si stancavano di perseguitarci, anzi per loro era un godimento, un divertimento, un’occupazione e se c’era un modo per salvarsi dal dolore, era l’indifferenza, la superiorità morale che non potevano non capire e che rispettavano, e il rifiuto di piegarsi al loro volere. Erano sempre consapevoli che noi eravamo superiori a loro. Non avevano idea del nostro crimine. Noi stessi tacevamo, e perciò non ci capivamo a vicenda, motivo per cui abbiamo dovuto sopportare la vendetta e la persecuzione verso il ceto nobiliare, di cui loro vivevano e si nutrivano. La nostra vita era davvero dura.
La galera militare è più pesante di quella civile. Ho passato tutti e quattro gli anni rinchiuso in carcere, tra quattro mura, uscendo soltanto per andare al lavoro. Il lavoro era faticoso, non sempre, certo, e io, capitava, mi sfinivo, per via del maltempo, dell’umidità, del fango o del freddo glaciale d’inverno. Una volta ho passato quattro ore per un lavoro urgente con il mercurio che si era congelato, ci saranno stati 40 gradi sottozero. Mi si era congelato un piede. Vivevamo ammucchiati, tutti insieme, in una sola caserma. Immaginati un edificio vecchio, cadente, di legno, che da un pezzo si doveva abbattere e che non poteva più restare in funzione. D’estate un’afa irrespirabile, d’inverno un freddo intollerabile. I pavimenti erano tutti marciti. Per terra c’erano quattro dita di sporco, si poteva scivolare e cadere. Le finestrelle si coprivano di due dita di ghiaccio e quindi per tutto il giorno non si riusciva quasi a leggere. \[…\]
Devo vivere, fratello. Questi anni non passeranno invano. Mi servono soldi e libri. Quello che spendi per me non andrà perduto. Non stai derubando i tuoi figli dandoli a me. Se sarò in vita glieli restituirò con sopravanzo. Tra sei anni mi permetteranno di stampare, forse anche prima. In fondo possono cambiare tante cose, e ora non scrivo sciocchezze. Sentirai parlare di me.
Ci vedremo, fratello, molto presto. Ci credo come due più due fa quattro. Ho fatto chiarezza dentro. Tutto il mio avvenire e tutto ciò che farò, ce l’ho davanti agli occhi. Sono soddisfatto della mia vita. C’è soltanto una cosa da temere: le persone e la prepotenza.
Se mi capita un superiore che mi prende per il verso sbagliato (ce ne sono), si mette a farmi le pulci e mi distrugge o mi seppellisce di lavoro, e io sono così debole che, ovviamente, non sarei in grado di sopportare tutta la fatica del servizio militare. «È tutta gente semplice là» mi dicono a mo’ di incoraggiamento. Ma io temo più l’uomo semplice di quello complesso. \[...\]
Quanti tipi e caratteri del popolo ho ricavato dai lavori forzati! Ci ho convissuto e, perciò, mi pare di conoscerli per benino. Quante storie di vagabondi e criminali, e di tutto quel mondo oscuro e miserabile! Ce n’è abbastanza per volumi interi. Che gente incredibile. Per me non è stato tempo perso. Magari non ho conosciuto la Russia, ma almeno il popolo russo l’ho conosciuto bene, ma così bene come pochi direi lo conoscono. Ma questo è il mio piccolo amor proprio! È scusabile, spero.
Ti ricordi quando ci siamo separati, mio dolce, caro, adorato fratello? Mi avevi appena lasciato che ci hanno portato via in tre: Durov, Jastržembskij e me, per metterci i ferri (lo scrittore era stato condannato per partecipazione a società segreta con scopi eversivi, ndr). A mezzanotte in punto, ovvero allo scoccare del Natale, ho messo per la prima volta le catene. Saranno pesate una decina di libbre e camminare era incredibilmente scomodo. Poi ci hanno caricato sulle slitte scoperte, ciascuno sulla propria, con un gendarme, e su 4 slitte, con il corriere militare in testa, abbiamo lasciato Pietroburgo. Avevo un peso sul cuore ed era tutto confuso, incerto, per via delle varie e molteplici sensazioni. Il cuore era in affanno e perciò si doleva e struggeva cupamente. Ma l’aria fresca mi rinfrancava e siccome solitamente davanti a un nuovo passo della vita senti un certo fremito e vigore, io a conti fatti ero molto tranquillo e fissavo Pietroburgo, passando accanto alle case illuminate a festa e congedandomi volta per volta da ciascuna di esse.
Siamo sfilati davanti al tuo appartamento e da Kraevskij era tutto illuminato. Mi avevi detto che avevano fatto l’albero di Natale da lui, che i bambini ed Emilija Fëdorovna erano andati a trovarlo, ed ecco che davanti a quella casa mi ha assalito una crudele tristezza. È come se avessi detto addio ai bimbi. Mi dispiaceva per loro e in seguito, molti anni più tardi, quante volte li ho ricordati, con gli occhi lucidi. Ci hanno portato a Jaroslavl’, e quindi, verso il mattino, dopo tre o 4 stazioni, alle prime luci ci siamo fermati in una trattoria di Šlissel’burg. Ci siamo buttati sul tè come se non mangiassimo da una settimana. \[…\]
Ho conosciuto la popolazione dei forzati già a Tobol’sk e qui a Omsk mi preparavo a conviverci per quattro anni. È gente rozza, esasperata e incattivita. Il loro odio per i nobili va oltre ogni immaginazione, e perciò hanno accolto noi nobili con ostilità e un sottile piacere per la nostra disgrazia. Se ci avessero dato in pasto a loro ci avrebbero mangiati vivi. D’altronde, giudica tu quanto potesse essere efficace qualsiasi difesa quando per vari anni avremmo dovuto vivere, mangiare-bere-dormire con questi uomini, senza che ci fosse nemmeno il tempo di lamentarsi per il numero infinito di soprusi di ogni genere. «Voi, becchi di ferro, ci avete ammazzati a colpi di becco! Prima fai il padrone e schiavizzi la gente, e ora è peggio di prima, sei diventato come noialtri»: ecco la solfa che ci siamo sorbiti per 4 anni. 150 nemici che non si stancavano di perseguitarci, anzi per loro era un godimento, un divertimento, un’occupazione e se c’era un modo per salvarsi dal dolore, era l’indifferenza, la superiorità morale che non potevano non capire e che rispettavano, e il rifiuto di piegarsi al loro volere. Erano sempre consapevoli che noi eravamo superiori a loro. Non avevano idea del nostro crimine. Noi stessi tacevamo, e perciò non ci capivamo a vicenda, motivo per cui abbiamo dovuto sopportare la vendetta e la persecuzione verso il ceto nobiliare, di cui loro vivevano e si nutrivano. La nostra vita era davvero dura.
La galera militare è più pesante di quella civile. Ho passato tutti e quattro gli anni rinchiuso in carcere, tra quattro mura, uscendo soltanto per andare al lavoro. Il lavoro era faticoso, non sempre, certo, e io, capitava, mi sfinivo, per via del maltempo, dell’umidità, del fango o del freddo glaciale d’inverno. Una volta ho passato quattro ore per un lavoro urgente con il mercurio che si era congelato, ci saranno stati 40 gradi sottozero. Mi si era congelato un piede. Vivevamo ammucchiati, tutti insieme, in una sola caserma. Immaginati un edificio vecchio, cadente, di legno, che da un pezzo si doveva abbattere e che non poteva più restare in funzione. D’estate un’afa irrespirabile, d’inverno un freddo intollerabile. I pavimenti erano tutti marciti. Per terra c’erano quattro dita di sporco, si poteva scivolare e cadere. Le finestrelle si coprivano di due dita di ghiaccio e quindi per tutto il giorno non si riusciva quasi a leggere. \[…\]
Devo vivere, fratello. Questi anni non passeranno invano. Mi servono soldi e libri. Quello che spendi per me non andrà perduto. Non stai derubando i tuoi figli dandoli a me. Se sarò in vita glieli restituirò con sopravanzo. Tra sei anni mi permetteranno di stampare, forse anche prima. In fondo possono cambiare tante cose, e ora non scrivo sciocchezze. Sentirai parlare di me.
Ci vedremo, fratello, molto presto. Ci credo come due più due fa quattro. Ho fatto chiarezza dentro. Tutto il mio avvenire e tutto ciò che farò, ce l’ho davanti agli occhi. Sono soddisfatto della mia vita. C’è soltanto una cosa da temere: le persone e la prepotenza.
Se mi capita un superiore che mi prende per il verso sbagliato (ce ne sono), si mette a farmi le pulci e mi distrugge o mi seppellisce di lavoro, e io sono così debole che, ovviamente, non sarei in grado di sopportare tutta la fatica del servizio militare. «È tutta gente semplice là» mi dicono a mo’ di incoraggiamento. Ma io temo più l’uomo semplice di quello complesso. \[...\]
Quanti tipi e caratteri del popolo ho ricavato dai lavori forzati! Ci ho convissuto e, perciò, mi pare di conoscerli per benino. Quante storie di vagabondi e criminali, e di tutto quel mondo oscuro e miserabile! Ce n’è abbastanza per volumi interi. Che gente incredibile. Per me non è stato tempo perso. Magari non ho conosciuto la Russia, ma almeno il popolo russo l’ho conosciuto bene, ma così bene come pochi direi lo conoscono. Ma questo è il mio piccolo amor proprio! È scusabile, spero.