Cultura

Hamdis, l’arabo di Noto che piaceva a Sciascia

Il poeta vissuto tra il 1056 e il 1133 è uno dei massimi cantori della nostalgia Adesso le sue liriche sono protagoniste di una rivalutazione musicale e letteraria
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La Sicilia perduta della sua giovinezza, bella e rigogliosa come le rotonde arance, paragonate alle "guance di rami", ma anche alle stelle e all’oro, per il tono cromatico dei frutti. Il candore dei versi di Ibn Hamdis, uno dei massimi esponenti della poesia araba di Sicilia, nato a Noto nel 1056 e morto a Maiorca nel 1133, esplode come una macchia di colore in una delle più belle opere di tutti i tempi raccolte nel "d?w?n", un canzoniere di componimenti poetici composto da trecentosessanta poesie che conta più di seimila versi.

La prima trascrizione completa in arabo moderno fu curata da Celestino Schiaparelli, allievo di Michele Amari. Sarà solo nel 1960 che verrà pubblicata una nuova versione araba ad opera dello studioso Ihs?n Abb?s.
La sua opera, dimenticata per gran parte del ventesimo secolo, è stata rivalutata grazie alla sensibilità di alcuni artisti contemporanei come, ad esempio, Franco Battiato che nel 2011 ha messo in musica alcuni suoi versi nel progetto intitolato: " Diwan: L’essenza del reale", un omaggio sincero a una cultura dimenticata.

In tempi più recenti, Calogero Giallanza, musicista e compositore originario di Naso, ha realizzato "The dream of Ibn Hamdis" il nuovo progetto musicale in collaborazione con Salim Dada, Andrea Piccioni e alla cantante Karima Skalli. «Lavoro da più di venti anni — ha detto Giallanza — a questo progetto interrotto a causa dell’emergenza sanitaria e spero di riprenderlo al più presto, vorrei portare la musicalità dei versi del poeta in giro per il mondo e quanto prima anche a Palermo. Sono affascinato dalla figura di Hamdis, la cui poetica struggente e melodiosa, ci ricorda che la nostra voce è quella dei popoli che vivono il Mediterraneo, metafora della memoria, sonora cartografia dell’inclusione, spazio in movimento di immagini che si rincorrono in un unico bacino valoriale».

E’ stata l’islamista Francesca Maria Corrao, di origine palermitana, ad avere dato un contributo importantissimo alla divulgazione dell’opera di Hamdis grazie alla pubblicazione del libro: " Poeti arabi in Sicilia ( edizione Mesogea). « Schiaparelli aveva tradotto l’opera in un linguaggio arcaico per i nostri tempi — racconta la Corrao, docente di Lingua e cultura araba del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Luiss di Roma — e quindi ho pensato di tradurre circa cinquecento versi delle poesie di Ibs Hamdis in un italiano più moderno in modo che la sua poetica arrivasse a tutti. Ricordo quanta emozione quando sottoposi la mia traduzione letterale al poeta Toti Scialoja che istantaneamente tradusse in versi quelle parole».

La studiosa torna ancora sul tema della poetica araba con un nuovo libro: " I cavalieri, le dame e i deserti" (che verrà presentato a Palermo nei prossimi mesi), nel quale parla nuovamente del poeta arabo-siculo e in generale dei versi dei grandi letterati arabi grazie ai quali si evocano i nobili sentimenti di un’umanità ricca di valori universali.

L’amore di Hamdis per la Sicilia parte proprio da Noto, qui avrebbe vissuto e alla città che, secoli dopo, sarebbe diventata un piccolo gioiello del barocco siciliano, dedicò splendidi versi: « ... e fluiscano su di lei/ le rigonfie nuvole!/ Con nostalgia filiale anélo alla patria, verso cui mi attirano/le dimore delle belle sue donne….» Versi dolenti scritti dall’esilio in omaggio alla terra natìa, perché il poeta dopo la conquista normanna della città nel 1078, abbandonò la Sicilia, rifugiandosi a Siviglia, per poi continuare il suo peregrinaggio alla volta della Tunisia, dell’Algeria fino a Maiorca dove morì a 77 anni.

La poetica di Hamdis è testimonianza tangibile di un legame con i massimi esponenti della scuola poetica siciliana come ad esempio Jacopo da Lentini, Pier delle Vigne o Stefano Protonotaro. Nella sua lirica d’amore, il tema del tempo perduto e quindi della nostalgia costituisce una costante presenza. «Il tema classico della separazione dal luogo caro — scrive Francesca Maria Corrao — e del rimpianto di chi è partito rivive nell’amaro resoconto di quanto avviene nell’ambiente che circonda il poeta: l’emigrazione degli amici verso terre lontane, lo strazio per un luogo amato ora preda di ostili invasori».

Parole che richiamano l’asfissiante "sicilitudine" di memoria sciasciana. Non è un caso infatti se da secoli la Sicilia ispira il canto della nostalgia dei poeti proprio come ha notato Leonardo Sciascia nel saggio: "La Corda Pazza" del 1970, in cui lo scrittore paragona Quasimodo ad Ibn Hamdis. « Nella poesia di Quasimodo — scrive Sciascia — il tema dell’esilio si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto».

Due figure distanti e lontanissime, accomunate però da un amore immenso per la propria terra e le proprie radici che Hamdis non dimenticherà mai. «E questa — continua Sciascia — può essere un chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più che otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d’esilio con gli stessi accenti».

«Vuote le mani, ma pieni gli occhi del ricordo di lei», annotava melanconico il poeta, cacciato dal suo Eden. Ecco perché i suoi versi sono così ricchi d’amore e di lacrime, sintomi di un disagio interiore per un addio che volge al peggio.