Se quello del futuro sarà davvero un «mondo salvato dalle donne», il merito sarà, con ogni probabilità, di quelle come lei. E cioè delle scienziate impegnate in prima linea nel progettare soluzioni avveniristiche nel campo della bioingegneria, dell’intelligenza artificiale e dell’astrofisica. Nata in Kenya, cittadina britannica, Arti Ahluwalia è ordinaria presso il dipartimento di Ingegneria dell’informazione dell’Università di Pisa e direttrice del Centro di ricerca di bioingegneria e robotica “Enrico Piaggio”.
Di cosa si occupano le sue ricerche?
«Di modelli in vitro e modelli in silico: ciò che cerchiamo di fare è rappresentare il mondo biologico, quello umano in particolare, in laboratorio, attraverso la coltura cellulare, ma anche attraverso la matematica e l’intelligenza artificiale. L’obiettivo è creare dei modelli dei nostri tessuti per studiare da vicino come l’organismo risponde agli stimoli, e per predire la risposta del nostro corpo ad aggressioni esterne e interne».
E in questo il centro pisano rappresenta un’eccellenza?
«Il centro Piaggio è un’eccellenza per la ricerca di frontiera incentrata sulla bioingegneria e la robotica. Oltre al mio, ci sono tanti gruppi di ricerca che si occupano di aspetti diversi. Ad accomunarci sono l’approccio interdisciplinare e l’utilizzo di materiali intelligenti, naturali e artificiali, per risolvere problemi quotidiani: dall’industria, all’ambiente, fino alla salute».
Pensa anche lei che le donne salveranno il mondo?
«Forse affermarlo in questi termini è un po’ esagerato, ma senz’altro per migliorarlo serve il contributo delle donne, che in questo momento manca. È come se il mondo della ricerca avesse deciso di fare a meno di metà della sua popolazione più capace. È una questione di potenzialità: invece di avere una donna eccellente e un uomo eccellente impegnati a salvare il nostro futuro, abbiamo molto spesso solo due uomini, uno eccellente e uno che magari lo è un po’ meno. E succede ovunque, nel mondo italiano quanto in quello britannico: donne che fanno ricerca ce ne sono, ma non in ambito direzionale e manageriale. Non sono le donne, insomma, a prendere le decisioni».
Il premio Nobel è andato quest’anno, per la chimica e la fisica, a tre scienziate. Che effetto le hanno fatto i titoli dei giornali che hanno rimarcato il loro essere “donne”?
«Sono felice per queste scienziate che lo meritavano, meno che sia stato sottolineato che fossero donne, specificando se fossero sposate o avessero figli. È un’enfasi che nasce da un pregiudizio che pervade le donne stesse. Un po’ come quando, di fronte alla notizia di un crimine, si enfatizza il fatto che chi lo ha commesso sia una persona di colore».
Lei è nata in Kenya. Ha scontato anche il pregiudizio razzista, oltre a quello sessista?
«Più il secondo del primo. Mano a mano che si sale nella carriera, e più il fatto di essere donna diventa un fatto eclatante. Certo, quando poi apri la bocca e si aggiunge un accento straniero, non aiuta».
Come bisogna lavorare per abbattere questi stereotipi?
«A tutti i livelli. Partendo dall’infanzia, e smettendo di vestire le bambine e i bambini di rosa e di azzurro, di comprare alle prime le bambole e ai secondi le macchinine. E continuare su questa strada nella scuola e nella vita professionale. L’obiettivo è una generazione in cui sia consolidato che i bambini sono tutti uguali, indipendentemente da sesso e razza. Purtroppo è molto difficile: l’istinto umano di autoprotezione ci porta ad aggregarci a persone che percepiamo simili a noi, per l’aspetto o il modo di pensare».
Cosa sognava di diventare da piccola?
«Un’astronauta, o un’astrofisica. Mi piaceva la matematica e mi sono laureata in fisica. Ho avuto fortuna: sono cresciuta in una grande famiglia che credeva nello studio e nell’eccellenza, e non mi ha mai fatto pensare che le mie ambizioni fossero sbagliate per una bambina».
Di cosa si occupano le sue ricerche?
«Di modelli in vitro e modelli in silico: ciò che cerchiamo di fare è rappresentare il mondo biologico, quello umano in particolare, in laboratorio, attraverso la coltura cellulare, ma anche attraverso la matematica e l’intelligenza artificiale. L’obiettivo è creare dei modelli dei nostri tessuti per studiare da vicino come l’organismo risponde agli stimoli, e per predire la risposta del nostro corpo ad aggressioni esterne e interne».
E in questo il centro pisano rappresenta un’eccellenza?
«Il centro Piaggio è un’eccellenza per la ricerca di frontiera incentrata sulla bioingegneria e la robotica. Oltre al mio, ci sono tanti gruppi di ricerca che si occupano di aspetti diversi. Ad accomunarci sono l’approccio interdisciplinare e l’utilizzo di materiali intelligenti, naturali e artificiali, per risolvere problemi quotidiani: dall’industria, all’ambiente, fino alla salute».
Pensa anche lei che le donne salveranno il mondo?
«Forse affermarlo in questi termini è un po’ esagerato, ma senz’altro per migliorarlo serve il contributo delle donne, che in questo momento manca. È come se il mondo della ricerca avesse deciso di fare a meno di metà della sua popolazione più capace. È una questione di potenzialità: invece di avere una donna eccellente e un uomo eccellente impegnati a salvare il nostro futuro, abbiamo molto spesso solo due uomini, uno eccellente e uno che magari lo è un po’ meno. E succede ovunque, nel mondo italiano quanto in quello britannico: donne che fanno ricerca ce ne sono, ma non in ambito direzionale e manageriale. Non sono le donne, insomma, a prendere le decisioni».
Il premio Nobel è andato quest’anno, per la chimica e la fisica, a tre scienziate. Che effetto le hanno fatto i titoli dei giornali che hanno rimarcato il loro essere “donne”?
«Sono felice per queste scienziate che lo meritavano, meno che sia stato sottolineato che fossero donne, specificando se fossero sposate o avessero figli. È un’enfasi che nasce da un pregiudizio che pervade le donne stesse. Un po’ come quando, di fronte alla notizia di un crimine, si enfatizza il fatto che chi lo ha commesso sia una persona di colore».
Lei è nata in Kenya. Ha scontato anche il pregiudizio razzista, oltre a quello sessista?
«Più il secondo del primo. Mano a mano che si sale nella carriera, e più il fatto di essere donna diventa un fatto eclatante. Certo, quando poi apri la bocca e si aggiunge un accento straniero, non aiuta».
Come bisogna lavorare per abbattere questi stereotipi?
«A tutti i livelli. Partendo dall’infanzia, e smettendo di vestire le bambine e i bambini di rosa e di azzurro, di comprare alle prime le bambole e ai secondi le macchinine. E continuare su questa strada nella scuola e nella vita professionale. L’obiettivo è una generazione in cui sia consolidato che i bambini sono tutti uguali, indipendentemente da sesso e razza. Purtroppo è molto difficile: l’istinto umano di autoprotezione ci porta ad aggregarci a persone che percepiamo simili a noi, per l’aspetto o il modo di pensare».
Cosa sognava di diventare da piccola?
«Un’astronauta, o un’astrofisica. Mi piaceva la matematica e mi sono laureata in fisica. Ho avuto fortuna: sono cresciuta in una grande famiglia che credeva nello studio e nell’eccellenza, e non mi ha mai fatto pensare che le mie ambizioni fossero sbagliate per una bambina».