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Il mio canto libero per l’Egitto

Il Cairo, ottobre 1986, in uno scatto di Dino Fracchia 
Ramy Essam, il musicista che fu la voce di Piazza Tahrir, a Roma per il Premio Tenco: “I regimi non possono far tacere l’arte”
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Diciotto giorni a Piazza Tahrir. Capelli corti, chitarra in mano e una canzone indirizzata al presidente Hosni Mubarak che nel 2011 infiammò i giovani egiziani; un invito perentorio, Irhal, vattene. Non solo un sit-in, fu la Rivoluzione. Molta euforia e tre giorni di scontri violenti con la polizia; il cantautore riportò vistose lesioni al capo, lo documentò Cbs News in un impressionante reportage che è ancora su YouTube. Non bastò a distoglierlo dalla sua missione, coprì le bende con un berretto e tornò a cantare per quelli che erano rimasti. «Ramy Essam è il Bob Dylan rock del Medio Oriente», commentò Tom Morello, il chitarrista dei Rage Against the Machine.

Ora Ramy ha 33 anni, i capelli lunghi come un “vero” metallaro, da sei anni ha lasciato l’Egitto e vive in esilio tra Svezia e Finlandia; si è ricostruito una carriera internazionale, ha anche collaborato con PJ Harvey e la rappe…
Diciotto giorni a Piazza Tahrir. Capelli corti, chitarra in mano e una canzone indirizzata al presidente Hosni Mubarak che nel 2011 infiammò i giovani egiziani; un invito perentorio, Irhal, vattene. Non solo un sit-in, fu la Rivoluzione. Molta euforia e tre giorni di scontri violenti con la polizia; il cantautore riportò vistose lesioni al capo, lo documentò Cbs News in un impressionante reportage che è ancora su YouTube. Non bastò a distoglierlo dalla sua missione, coprì le bende con un berretto e tornò a cantare per quelli che erano rimasti. «Ramy Essam è il Bob Dylan rock del Medio Oriente», commentò Tom Morello, il chitarrista dei Rage Against the Machine.

Ora Ramy ha 33 anni, i capelli lunghi come un “vero” metallaro, da sei anni ha lasciato l’Egitto e vive in esilio tra Svezia e Finlandia; si è ricostruito una carriera internazionale, ha anche collaborato con PJ Harvey e la rapper libanese Malikah. In queste ore è a Roma, dove riceverà dal Club Tenco (il Premio Tenco si tiene quest’anno in una serata senza pubblico che sarà trasmessa da RaiTre) il premio Grup Yorum, in omaggio alla band turca perseguitata dal regime di Erdogan; tre dei suoi membri sono morti in carcere dopo quasi un anno di sciopero della fame. «È un onore, la loro storia è fonte di ispirazione per me», dice Ramy, che lo scorso 25 gennaio si è esibito a New York per celebrare il nono anno dalla Rivoluzione. «Anche quel che sta succedendo in Egitto dal 2018 a questa parte è materia per le mie canzoni».

Allude agli otto arresti che hanno fatto seguito alla pubblicazione della canzone Balaha (letteralmente, dattero, come i fratelli musulmani chiamano l’attuale presidente al-Sisi) e all’attenzione mediatica che ha scatenato. Tra loro, il poeta e paroliere Galal El-Behairy, una condanna a tre anni per aver avuto un atteggiamento critico nei confronti del governo; Mustafa Gamal, amministratore della pagina Facebook di Ramy; Shady Habash, 24 anni, realizzatore del videoclip, morto in circostanze mai chiarite nello stesso carcere in cui si trova Patrick Zaki. «So che Shady è stato arrestato in modo violento e torturato per almeno due giorni», racconta Ramy. «È stato lasciato in galera senza neanche un processo».

Ha lasciato Il Cairo il 25 agosto del 2014, dopo essere stato torturato, arrestato due volte e sempre rilasciato. Come è riuscito a lasciare il paese?
«Non posso rivelare i dettagli, per non mettere a repentaglio la sicurezza di chi mi ha aiutato. Sono partito dall’aeroporto, c’è bisogno di un permesso di viaggio da mostrare alle autorità, quindi… sì mi hanno aiutato ad espatriare. Ero già stato fermato tre volte e rimandato indietro. A quel punto dovevo lasciare il paese, stavano per chiamarmi al servizio di leva, con i risultati che può immaginare. Biglietto di sola andata per la Finlandia. Ora vivo tra Helsinki e Malmö».

Ha chiesto asilo politico?
«No, ho semplicemente un permesso di lavoro e una borsa di studio. Nel 2018 il mio passaporto egiziano è scaduto. Panico: non avevo lasciato il paese per non tornarci mai più. Il mio piano era di restare all’estero fino a trent’anni onde evitare il servizio militare. Invece sono stato bandito dall’Egitto, non mi hanno rinnovato il passaporto».

Se la sentirebbe di rischiare? Il pericolo è evidente.
«Vede, una volta che hai deciso di seguire questa strada devi affrontarne le conseguenze. Mi hanno tagliato le gambe lasciandomi senza documenti. Ho fatto domanda al consolato egiziano, a Stoccolma, sei mesi di silenzio, e quando ho chiesto la ragione di tanta attesa, mi hanno risposto, nessun motivo, niente passaporto».

Ha lasciato la sua famiglia e i suoi parenti da quasi sei anni. Che ne è di loro? Hanno subìto minacce?
«Sì, soprattutto in questi due ultimi anni, alla luce degli avvenimenti di cui sopra. Lo hanno fatto in molti modi, inviando messaggi minatori o facendoli arrivare a me attraverso i social media, anche da egiziani vicini ad al-Sisi che vivono a Stoccolma».

Cosa le manca del suo paese?
«Tutto. La famiglia, il modo di vivere, le riunioni tra amici, il calore della gente, il cibo, il caos di una metropoli in continuo movimento».

Lei è in contatto con Il Cairo, com’è la situazione per gli artisti?
«Peggiorata, se possibile. Ogni telefonata, una brutta notizia. L’atmosfera è sinistra, le previsioni pessimistiche. La sensazione d’impotenza è terribile, ma è anche la motivazione per continuare a combattere».

Non immaginava, quando ha deciso di fare il cantautore, che si sarebbe scontrato con un regime autoritario?
«No, non fino a questo punto. Iniziai a scrivere canzoni politiche nel 2008. Mi lasciarono fare perché non avevo un pubblico. Poi i sit-in di Piazza Tahrir; da quel momento, per i tre anni successivi, tutto è successo assai velocemente: quella era la mia vita, quello era il mio pensiero, non avrei potuto cantare altro, e non pensavo che un giorno sarei stato costretto a vivere in esilio. Ci sentivamo potenti in quei giorni, tutti in strada, il destino del paese nelle nostre mani, pur senza la certezza della vittoria».

Chi sono stati i suoi idoli?
«Sayed Derwish (1892-1923), il padre della musica popolare egiziana, morto a 31 anni per overdose di cocaina, la prima rockstar della storia; il poeta Amgad El Qahwagy; Sheikh Imam (1918-1995), cantautore politico dell’opposizione; alcune band underground non più in attività, come Nagham Masry; il rapper MC Amin, uno dei leader del movimento hip hop egiziano. Ma la più grande ispirazione è stata la musica rock, Nirvana, Rage Against the Machine, System of a Down, Linkin Park e Limp Bizkit».

Ora, quasi dieci anni dopo, che ricordi ha dei giorni trascorsi a Piazza Tahrir?
«Un’immagine indelebile, un oceano di egiziani, gente di ogni estrazione sociale unita per una causa a cantare con una sola voce. La speranza, la passione, l’entusiasmo che ho visto nei loro occhi sono stati le mie motivazioni. La musica ha un potere enorme, specialmente quando cercano di spegnerla. I regimi possono mettere a tacere tutto, tranne l’arte. Sono stato veramente fortunato a essere lì».

La sua speranza, e la paura più grande?
«Vivo aggrappato alla possibilità di un cambiamento. Paure? Non ne ho, le ho perse tutte nella Rivoluzione, a Piazza Tahrir».